Quella sera di San Silvestro del 1959, la penultima che avrebbe trascorso su questa Terra, Fausto Coppi si sentì un po’ meglio. La febbricola che aveva addosso da due settimane e lo stava consumando lentamente, sembrava dargli un po’ di tregua. Non aveva ancora la forza di lasciare il letto per andare a guardare la tv sul divano: ma volle che gli lasciassero la porta della stanza aperta, per ascoltare Fred Buscaglione che cantava in diretta da Forte dei Marmi. Per la prima volta da giorni, mangiò con gusto, anche se fu una cena molto leggera: una coscia di pollo, un po’ di verdura cotta e una mela. A mezzanotte, stava abbastanza bene da augurare sorridendo un buon anno nuovo a Papo, l’amatissimo figlio.

Il giorno dopo, la situazione si aggravò bruscamente. Il dottor Allegri, che lo assisteva, chiamò due colleghi a consulto, costringendoli a lasciare il pranzo di Capodanno sul più bello. I tre, dopo averlo attentamente visitato, stabilirono che Coppi aveva contratto una forma particolarmente virulenta dell’influenza di quell’anno, probabilmente resa più grave da una superinfezione batterica, che stava provocando una broncopolmonite emorragica; decisero quindi che stava troppo male per poter essere adeguatamente assistito nella sua villa di Novi Ligure, bellissima ma isolata e per nulla attrezzata per assistere un malato in quelle condizioni: perciò, lo fecero trasferire all’ospedale di Tortona.

Sotto, Fausto Coppi all’arrivo della Nona tappa della 34ª edizione del Giro d’italia:

Erano le 17 quando vi arrivò. La speranza era che superasse la fase più grave della malattia e potesse poi riprendersi. Lo attaccarono alla bombola di ossigeno perché potesse respirare meglio.

Man mano che procedevano le ore, la situazione peggiorò inesorabilmente, vanificando tutti i tentativi di terapie. La sua compagna Giulia Occhini, la Dama Bianca, svenne per la tensione e dovette essere messa a letto in un’altra stanza, sotto l’effetto di un calmante. Forse, nell’agonia, Coppi pensò a Serse, l’amato fratello, il più caro amico e confidente, che lo aveva seguito nel mestiere di ciclista e gli era stato accanto in tutti i momenti migliori e peggiori della carriera, forse gli tornò in mente quel giorno di giugno del 1951 in cui Serse era caduto a Torino durante una corsa, aveva picchiato la testa sul selciato, in un primo momento non era parso nulla di grave ma poi si era sentito male ed era morto durante la notte. O, forse, non pensò a nulla, perché stava troppo male e la realtà si confondeva con i ricordi e con i sogni. Alle 5:55, quando era già giorno ma sembrava notte fonda, il primario, professor Astaldi, disse a Ettore Milano, il gregario di tante corse che Coppi aveva voluto tenere con sé in qualità di segretario, di andare a prendere un abito per vestirlo, una volta che si fosse aperta la camera ardente.

Sotto, i funerali di Fausto Coppi, a Castellania, furono seguiti da 50.000 persone. Fotografia di Pubblico Dominio:

 

Quel giorno, 2 gennaio 1960, il sole li alzò tardissimo su Tortona: alle 8,03. Meno di tre quarti d’ora dopo, alle 8,45, Fausto Coppi, il Campionissimo, dopo una straziante serie di rantoli, smise definitivamente di respirare.

Per gli sportivi, italiani e di tutto il mondo, si trattò di una tragedia enorme. Nei mass media, la notizia prese tanto spazio da far passare in secondo piano quella della scomparsa, il giorno dopo, in un incidente automobilistico, del grande scrittore francese Albert Camus. Coppi aveva solo 40 anni, compiuti in settembre, e aveva appena smesso l’attività agonistica. Per lui, si preparava un luminoso avvenire da dirigente della squadra di ciclismo fondata dall’ex rivale Gino Bartali, che ambiva a diventare la più forte del mondo e, per questa ragione, gli aveva proposto di diventare direttore tecnico. La sua resistenza fisica era leggendaria, così come la sua capacità di sopportare il dolore, che aveva affrontato moltissime volte. Sarebbe sembrato quasi un alieno, se non fosse stato sempre così meravigliosamente, disperatamente umano nelle sue debolezze, a partire dalla travolgente passione per Giulia, una donna sposata (con un medico, grande fan di Coppi stesso), che lo aveva messo al centro non solo dei pettegolezzi ma anche della cronaca giudiziaria di un Paese bigotto com’era l’Italia di allora, in cui gli adulteri finivano in carcere.

Sotto, Fausto Coppi e Giulia Occhini assistono a un incontro di pugilato, dicembre 1956. Fotografia di Pubblico dominio:

E ancora più umano era stato nel suo rapporto con i tifosi. Ugo Riccarelli, un autore in cui la sensibilità umana andava di pari passo con la passione sportiva, narra della vicenda, forse inventata ma perfettamente verosimile, in cui Coppi, riprendendosi da uno dei tanti infortuni patiti in carriera, percorre centinaia di km di strada nel basso Piemonte per ritrovare la forma migliore e, un giorno, stanco, si ferma a una piccola cascina chiedendo da bere; ma gli anziani proprietari lo invitano a entrare e gli presentano il loro unico figlio, uno storpio costretto a letto la cui unica gioia è leggere sui giornali le imprese del Campionissimo; e Coppi, commosso da tanta devozione, gli regala la sua sciarpa come ricordo. Mesi dopo, reduce da una importante vittoria, si ritrova a passare per quella cascina, ma i genitori gli raccontano che ormai il figlio è morto; allora Coppi si reca a visitarlo al cimitero e gli si stringe il cuore alla vista della tomba, su cui non c’è la foto perché quella di uno storpio sarebbe sembrata troppo brutta, ma si riconosce subito perché c’è la sua sciarpa avvolta intorno alla croce.

Ma com’era stato possibile che un uomo come lui morisse improvvisamente, in pochi giorni, in un modo così inspiegabile?

Oggi sappiamo che la malattia era stata diagnosticata male. I medici credettero che fosse un’influenza con complicazioni respiratorie, invece era un attacco della malaria che aveva contratto poco tempo prima, mentre partecipava a una manifestazione sportiva in Burkina Faso, che a quel tempo si chiamava ancora Alto Volta. Le cure erano totalmente inadeguate, mentre sarebbe bastato pochissimo a guarirlo. E’ veramente incredibile, retrospettivamente, il pensiero che nessuno dei sanitari pensò di associare la malattia di Coppi alle conseguenze di quel viaggio.

Ma c’è anche di più

Coppi era andato in Alto Volta non da solo, ma accompagnato da 5 famosi corridori francesi, suoi amici ed ex rivali (in Francia, ribattezzato “Fostò” dai tifosi, era idolatrato quasi più che in Italia). Aveva partecipato a un “criterium” su strada a Ouagadougou, la capitale, il 13 dicembre, classificandosi secondo dopo Jacques Anquetil. Era una gara di poco conto, l’ultima della sua carriera, ma ben pagata dagli sponsor, che in più gli avevano promesso la possibilità di andare a caccia nelle riserve di Fada N’gourma e Pada. Coppi era un appassionato cacciatore sin dalla giovinezza e l’idea lo aveva immediatamente allettato. Il 14 dicembre, mentre gli altri ripartivano subito, lui e il collega francese Raphael Géminiani trascorsero la giornata cacciando fino a sera e, anziché rientrare nella capitale poco distante, dormirono in un accampamento di tende. Qui, furono tormentati per tutta la notte dalle zanzare, che impedirono loro di prendere sonno e li punsero parecchie volte. La mattina del 15, in aereo, tornarono a Parigi e qui si separarono: Géminiani tornò a casa a Clermont-Ferrand e Coppi a Novi Ligure.

Fausto Coppi con Riccardo Filippi al Trofeo Baracchi nel 1953. Fotografia di pubblico dominio.

Il 20 dicembre, i due si sentirono telefonicamente: entrambi erano stanchi, indolenziti e febbricitanti. Più tardi, Coppi contattò ancora Géminiani, ma nessuno gli rispose. La stessa sera del 20 dicembre, il corridore francese era stato ricoverato in ospedale, in coma. La moglie aveva subito parlato del viaggio in Africa ai sanitari, e questi avevano chiamato uno specialista in malattie tropicali, che aveva rapidamente diagnosticato l’infestazione da “Plasmodium falciparum”, il protozoo responsabile della “terzana maligna”, la forma più grave della malattia.

La malaria è, secondo i calcoli degli epidemiologi, la malattia che ha ucciso più persone nella Storia (attualmente, fa ancora mezzo milione di vittime l’anno). Compagna inseparabile dell’Uomo da quando questo cominciò a vivere nelle zone umide, lacustri o fluviali per praticare l’agricoltura, questa parassitosi è provocata da un protozoo (un organismo formato da una sola cellula però dotata di nucleo e organelli, a differenza delle cellule batteriche che non li hanno) dal ciclo vitale molto complesso, costituito dall’alternanza di fasi di riproduzione sessuata e asessuata, di cui alcune si svolgono nel corpo della zanzara anofele (tipica dei climi tropicali) e altre nel fegato e nel sangue umano. Le fasi che si svolgono nel sangue umano determinano la distruzione dei globuli rossi, con forti anemie aggravate dalla contemporanea sofferenza epatica, mentre nella zanzara anofele la presenza del parassita non comporta conseguenze.

La zanzara anofele è dunque il vettore che trasmette l’agente della malattia all’uomo e la prevenzione della malaria si basa quasi esclusivamente sull’eliminazione delle zanzare stesse, soprattutto attraverso la bonifica delle paludi (in Italia, era diffusissima nel basso Lazio, in Maremma, nel delta del Po e, in generale, lungo il corso dei principali fiumi o in vicinanza dei laghi, fino al ‘900 inoltrato).

Géminiani fu quindi sottoposto a un trattamento intensivo a base di chinino, un alcaloide ricavato dall’albero della China originario del Perù, efficacissimo nel trattamento dell’infestazione da plasmodio e, per questo, terapia d’elezione per la malaria nonostante i suoi tanti effetti collaterali. Solo il 5 gennaio uscì dal coma, ma si salvò. Le conseguenze della malattia lo costrinsero ad anticipare il ritiro dalla carriera agonistica (aveva 34 anni) e condizionarono la sua successiva attività di dirigente sportivo per alcuni anni. Tuttavia, vive ancora, pur avendo quasi 93 anni.

Fausto Coppi in maglia gialla nel 1952:

Quando i medici francesi appresero del ricovero di Coppi, capirono che gli stava succedendo la stessa cosa e, resisi conto che i colleghi italiani erano del tutto fuori strada, li contattarono per spiegare loro cosa avevano scoperto su Géminiani. Tuttavia, i medici che avevano in cura Coppi si rifiutarono di parlare con loro, e gli fu risposto che i medici italiani non avevano nulla da imparare da quelli francesi ed erano perfettamente in grado di cavarsela da soli.

Fu un grave errore di presunzione, che costò la vita a Coppi, sottoposto inutilmente a massicce quanto inutili somministrazioni di antibiotici e cortisonici. In seguito, degli accertamenti post mortem avrebbero portato all’ipotesi per cui Coppi sarebbe morto in modo particolarmente rapido per via dello stato in cui si trovava il suo cuore, sfiancato da tanti sforzi e tendenzialmente bradicardico (ossia, lento nei battiti, una condizione che era stata utile per reggere l’impegno delle gare ma poteva predisporre ai collassi in caso di grave malattia). Altre voci avrebbero poi indicato nelle conseguenze di un possibile doping fatto da “bombe” artigianali la causa della debolezza mostrata dal cuore; in effetti, in quel tempo, la scienza dell’antidoping era poco sviluppata e quasi tutti gli sportivi facevano uso di sostanze non vietate ma potenzialmente pericolose. Peraltro, i casi come quello di Coppi erano comunque piuttosto rari, quindi questa teoria appare un comodo alibi, che offende inutilmente la memoria del morto (Coppi, nonostante avesse solo la quinta elementare, ossia l’obbligo scolastico del tempo, era tutt’altro che un uomo ignorante ed era stato un pioniere dell’utilizzo di alimentazione corretta e metodiche di allenamento personalizzate per migliorare i propri risultati, consultando assiduamente diversi scienziati e testando i loro consigli).

Gino Bartali (a sinistra) e Fausto Coppi, rivali nel ciclismo dell’immediato dopoguerra:

Esiste anche (e non poteva certo mancare!) una teoria di segno opposto, ossia complottista, per la quale Coppi sarebbe stato lasciato morire deliberatamente, eseguendo ordini superiori, per “punirlo” di aver sfidato l’opinione pubblica e le leggi sulla famiglia con il suo adulterio e la sua decisione di andare a vivere a tutti costi con la donna che amava. Come tutte le teorie complottiste, anche questa non è sorretta da alcuna prova e si basa unicamente sul pregiudizio. Certo, Coppi, con la sua vita privata si era alienato parecchie simpatie. Ma, da qui a odiarlo fino a volerne la morte, ce ne corre.

L’ipotesi più probabile resta quella per cui una squadra di insigni cattedratici italiani, sicuramente bravi nel loro mestiere ma troppo abituati alla sicurezza derivante dalla pratica quotidiana dei privilegi delle baronie accademiche, affrontarono con molta leggerezza e superficialità un caso clinico grave e misterioso, che avrebbe richiesto un approccio basato molto più sui dubbi che sulle certezze. Questo specifico caso è passato alla Storia perché la vittima fu un uomo famosissimo. Chissà quanti ce ne sono stati e ce ne sono ancora, e passano inosservati perché le vittime sono poveracci che nessuno conosce.

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Roberto Cocchis

Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.