Adolf Eichmann ispirò il libro di Hannah Arendt “la banalità del male”. Funzionario pubblico di carriera nella Germania nazista, fu incaricato di amministrare la logistica della “Soluzione finale”, il piano per sterminare tutti gli ebrei organizzandone il rapimento in tutta Europa e il loro trasporto nei campi di concentramento allo scopo di essere uccisi. Diversi storici hanno osservato che egli portò a termine il suo lavoro con la stessa attenzione burocratica, non emotiva e scrupolosa nei dettagli, che avrebbe dato alla manutenzione delle strade o alla fornitura di cibo a una popolazione in difficoltà.

Chi era Adolf Eichmann?

Adolf Eichmann nacque a Solingen, in Germania, il 19 Marzo 1906. Alla morte della madre, nel 1914, la famiglia si trasferì in Austria, dove il giovane Adolf andò a scuola (la Kaiser Franz Joseph Staatsoberrealschule, la stessa frequentata da un altro Adolf, Hitler, 17 anni prima) senza però completare gli studi superiori. Dopo aver studiato come meccanico iniziò a lavorare col padre e poi fu impiegato come agente di commercio e venditore di zona per la Vacuum Oil Company AG, un’azienda statunitense, negli anni fra il 1927 e il 1933.

Durante questo periodo si avvicinò prima al Frontkämpfervereinigung, un movimento politico fascista e pan-germanista, e poi al partito nazista vero e proprio, su invito dell’amico di famiglia Ernst Kaltenbrunner.

Eichmann fece carriera, sino a entrare a far parte della gerarchia del partito. Nel novembre del 1932 divenne membro delle SS di Heinrich Himmler, il corpo paramilitare nazista e, dopo aver lasciato Linz nel 1933, si unì alla scuola della Legione austriaca a Lechfeld, in Germania. Da gennaio a ottobre del 1934 fu assegnato a un’unità SS a Dachau e poi fu nominato all’ufficio centrale SS Sicherheitsdienst (“Servizio di sicurezza”) di Berlino, dove lavorò nella sezione che si occupava di affari ebraici. Avanzò costantemente all’interno delle SS e fu inviato a Vienna dopo l’annessione dell’Austria alla Germania (anschluss, marzo 1938) per liberare la città dagli ebrei. Un anno dopo fu mandato a Praga con un compito simile. Quando nel 1939 Himmler formò l’Ufficio centrale di sicurezza del Reich, Eichmann fu trasferito nella sua sezione sugli affari ebraici a Berlino.

Nel gennaio del 1942, in una villa sul lago nel quartiere Wannsee di Berlino, fu convocata una conferenza degli alti funzionari nazisti per organizzare la logistica di quella che i nazisti chiamavano la “soluzione finale alla questione ebraica”. Eichmann fu scelto per coordinare le parti logistiche dell’operazione.

Eichmann era stato nominato capo dei carnefici della Germania

In stretta osservanza agli ordini organizzò l’identificazione e il trasporto degli ebrei di tutta l’Europa occupata verso le loro destinazioni finali ad Auschwitz e in altri campi di sterminio nella Polonia occupata dai tedeschi.

Le conseguenze dell’efficienza del suo lavoro sono note a tutti:

6 Milioni di morti

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, le truppe statunitensi catturarono Eichmann, il quale si faceva identificare come “Otto Eckmann”, ma nel 1946 riuscì a fuggire da un campo di prigionia. Nel 1948 Eichmann ottenne un permesso di viaggio per l’Argentina e una falsa identità con il nome di “Ricardo Klement” attraverso un’organizzazione diretta dal vescovo Alois Hudal, un religioso austriaco che viveva in Italia con note simpatie naziste. Questi documenti gli permisero di ottenere un passaporto umanitario del Comitato Internazionale della Croce Rossa e i permessi di ingresso rimanenti nel 1950 che avrebbero permesso l’emigrazione in Argentina. L’ex gerarca nazista viaggiò attraverso l’Europa, soggiornando in una serie di monasteri conniventi. Partì da Genova in nave il 17 giugno 1950, e arrivò a Buenos Aires il 14 luglio.

Il passaporto falso con il quale Adolf Eichmann arrivò in Argentina:

Inizialmente Eichmann visse nella provincia di Tucumán, dove lavorava per un appaltatore del governo. Nel 1952 fu raggiunto dalla sua famiglia e tutti si trasferirono a Buenos Aires. L’uomo svolse una serie di lavori umili fino a quando non trovò lavoro presso la Mercedes-Benz, dove divenne capo dipartimento. La famiglia costruì una casa in via Garibaldi 14 (ora 6061 via Garibaldi) e vi si trasferì nel 1960. Durante il 1956 fu intervistato dal giornalista nazista Willem Sassen con l’intenzione di produrre una biografia, e i due registrarono audio e tennero appunti che furono la base per una serie di articoli apparsi sulle riviste Life e Stern alla fine del 1960.

L’identificazione

Diversi sopravvissuti all’Olocausto si dedicarono alla ricerca di Eichmann e altri nazisti, e tra questi c’era il cacciatore di ebrei Simon Wiesenthal. Wiesenthal apprese da una lettera del 1953 che Eichmann era stato visto a Buenos Aires, e trasmise tali informazioni al consolato israeliano a Vienna nel 1954. Il padre di Eichmann morì nel 1960 e Wiesenthal prese accordi con alcuni detective privati ​​per fotografare di nascosto i membri della famiglia al funerale. Otto Eichmann, il fratello, era fortemente somigliante ad Adolf, ma del ricercato non esistevano fotografie recenti. Le immagini del fratello furono però fornite al Mossad, il servizio segreto israeliano per gli affari esteri, il 18 febbraio del 1960.

Eichmann durante il processo (5 aprile 1961):

Lothar Hermann, un emigrato tedesco in Argentina sopravvissuto a Dachau, fu determinante nell’identificazione del fuggitivo. Sua figlia Sylvia iniziò a frequentare un uomo di nome Klaus Eichmann nel 1956, e questi si vantava del passato nazista di suo padre. Hermann avvertì Fritz Bauer, procuratore generale dello stato dell’Assia, nella Germania occidentale. Lothar mandò quindi sua figlia in missione conoscitiva: fu accolta alla porta dallo stesso Eichmann, che disse che era lo zio di Klaus. Klaus arrivò non molto tempo dopo, ma si tradì quando si rivolse ad Adolf Eichmann come “Padre”.

Fritz Bauer passò le informazioni di persona al direttore del Mossad Isser Harel, che incaricò gli agenti di sorvegliare il gruppo, anche se inizialmente non si trovò alcuna prova concreta. Harel inviò Zvi Aharoni, agente dello Shin Bet, a Buenos Aires il 1° marzo 1960. Aharoni fu in grado di confermare l’identità del fuggiasco dopo diverse settimane di indagini.

L’Argentina era famosa per il respingimento delle richieste di estradizione dei criminali nazisti, e quindi l’allora Primo Ministro israeliano, David Ben-Gurion, prese la decisione che Eichmann dovesse essere catturato in gran segreto e portato in Israele per il processo.

Isser Harel arrivò nel maggio 1960 per sovrintendere la cattura. L’agente del Mossad Rafi Eitan (futuro politico israeliano) venne nominato capo di una squadra di otto uomini, la maggior parte dei quali erano agenti dello Shin Bet.

La cattura

La squadra catturò Eichmann l’11 maggio 1960 vicino alla sua casa in via Garibaldi a San Fernando, a Buenos Aires. Gli agenti erano arrivati ​​in aprile e osservavano la sua routine quotidiana ormai da molto tempo, notando che ogni sera arrivava a casa dal lavoro all’incirca alla stessa ora. Gli agenti avevano progettato di rapirlo mentre camminava accanto a un campo che si trovava nel tragitto dalla fermata dell’autobus a casa sua. Il piano fu quasi abbandonato perché Eichmann non si trovava sull’autobus che di solito lo portava a casa, ma scese con quello successivo.

Eichmann fu arrestato

Nove giorni più tardi riuscirono a portarlo di nascosto fuori dal paese, in Israele. Un aereo di una compagnia israeliana, giunto in Argentina con la scusa del trasporto di autorità per i festeggiamenti del 150esimo anniversario dell’indipendenza argentina, caricò Eichmann (il quale era sedato), che fu qualificato come un dipendente dell’azienda gravemente malato. Dopo aver risolto le polemiche sorte con l’Argentina, il governo israeliano organizzò il processo davanti a un tribunale speciale con tre giudici a Gerusalemme.

Eichmann in prigione:

Il processo di Eichmann fu controverso sin dall’inizio. Il procedimento – svolto di fronte a tre giudici ebrei di uno stato ebraico che non esisteva fino a tre anni dopo l’Olocausto – scatenò l’accusa di illegittimità, e in molti chiesero un tribunale internazionale per processare Eichmann, mentre altri lo volevano processato in Germania, ma Israele non cedette.

Un ruolo da funzionario

Sotto interrogatorio Eichmann dichiarò di non essere un antisemita. Dichiarò di non essere d’accordo con il volgare antisemitismo di Julius Streicher e di altri che scrivevano sul periodico Der Stürmer. Si ritrasse come un burocrate che si limitò a svolgere i compiti a lui assegnati. Quanto alle accuse contro di lui, Eichmann sostenne di non aver violato alcuna legge e di essere “il tipo di uomo che non può mentire”.

Negando qualsiasi responsabilità nell’olocausto, disse: “Non ho potuto fare a meno di svolgere i miei compiti. Avevo degli ordini che eseguivo, ma non avevo nulla a che fare con questa faccenda“. Fu evasivo nel descrivere il suo ruolo nella realizzazione dello sterminio e affermò di essere responsabile soltanto del trasporto degli ebrei ai campi. Egli aggiunse “Non ho mai affermato di non sapere della soluzione finale, ho detto che l’Ufficio IV B4 [ufficio di Eichmann] non aveva nulla a che fare con lo sterminio degli ebrei“.

Sotto, un passaggio del processo con le riprese di Eichmann e dei giudici del processo:

Se Eichmann negava la responsabilità morale nello sterminio, sembrava orgoglioso della sua efficacia nello stabilire procedure efficienti per deportare milioni di vittime. E’ bene precisare che Eichmann non si limitò a seguire gli ordini nel coordinare un’operazione di questa portata. Era un manager intraprendente e proattivo, che si basava su una varietà di strategie e tattiche per garantire l’efficienza di mezzi di trasporto per deportare gli ebrei, ed era in grado di trovare soluzioni innovative per superare gli ostacoli.

Secondo la Arendt, Eichmann era una creatura mostruosa e patetica allo stesso tempo, che rappresentava l’apoteosi della singolare ossessione del Terzo Reich per lo sterminio da un lato e la documentazione e l’organizzazione dall’altro. Egli si nascose dietro la scusa di aver semplicemente “eseguito gli ordini”, nonostante avesse organizzato il trasporto di ebrei e altri soggetti “indesiderabili” nei campi di sterminio nazisti.

Per la Arendt, tale ragionamento non era la prova del male puro, ma mostrava invece che dimenticare la propria umanità in un sistema omicida come quello del Terzo Reich non era altro che un abbandono della moralità di fronte a qualcosa di più grande.

I giudici del processo, Benjamin Halevy, Moshe Landau e Yitzhak Raveh:

Non qualcosa di degno di maggiore ammirazione, ma qualcosa di più grande

Eichmann ammise che la sua spietata efficienza nel realizzare la “soluzione finale” derivava dal desiderio di fa progredire la sua carriera. La scrittrice affermò:

L’intera vicenda è d’una normalità assoluta

Alla fine del processo, Eichmann fu anche tacciato di aver trattato con sufficienza numerosi sopravvissuti ai campi di sterminio, e non mostrò alcun rimorso per quello che aveva fatto. I giudici condannarono il gerarca nazista alla morte:

Per aver spietatamente perseguito lo sterminio degli ebrei

Adolf Eichmann venne impiccato a Ramla, in prigione, il 31 maggio del 1962. Le richieste di grazia da parte sua, della moglie e di alcuni parenti di Linz caddero nel vuoto.

Esiste una controversia riguardo le ultime parole che pronunciò il condannato. Secondo una versione egli disse: “Lunga vita alla Germania. Lunga vita all’Austria. Lunga vita all’Argentina. Questi sono i paesi con i quali sono stato associato e io non li dimenticherò mai. Io dovevo rispettare le regole della guerra e la mia bandiera. Sono pronto“.

Ma Rafi Eitan, che accompagnò Eichmann all’impiccagione, disse nel 2014 di averlo sentito in seguito borbottare:

Spero che tutti voi mi seguirete

rendendo queste le sue ultime parole. Un uomo banale, schiacciato dalla banalità del male.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...