Si può passare alla Storia in molti modi, perfino per le proprie eccentricità e per qualche burla perfettamente congegnata.

In questo campo, uno dei maestri riconosciuti è sicuramente l’irlandese William Horace de Vere Cole (1881-1936) che, in quanto membro dell’alta società britannica, aveva la possibilità di frequentare persone famose e importanti, di conoscere le loro debolezze e di ricevere, quando necessario, qualche utile e influente appoggio. Poiché era anche un eroe di guerra (la guerra anglo-boera del 1900) e un filantropo, godeva anche di notevoli simpatie popolari.

Cole cominciò a dedicarsi agli scherzi mentre frequentava l’università di Cambridge, cui si era iscritto dopo il ritorno dalla guerra. Sostenuto dal suo complice preferito, l’intellettuale Adrian Stephen (fratello della scrittrice Virginia Woolf), indossò un elaborato travestimento in stile esotico e si fece passare per il principe di Zanzibar. In questa veste, visitò il suo college (il Trinity) senza essere riconosciuto e fu ricevuto con tutti gli onori dovuti a una illustre personalità straniera.

Sfruttando la sua rassomiglianza con il primo ministro Ramsay MacDonald, con cui veniva spesso scambiato, Cole si fermava spesso per strada ad arringare ignari passanti con discorsi in cui criticava aspramente le politiche del governo presieduto da Ramsay stesso, lasciando esterrefatti quelli che lo ascoltavano.

In un’altra occasione, fece amicizia con il deputato Oliver Locker-Lampson, noto per la sua boria e seriosità, e , dopo che entrambi si erano vantati delle rispettive capacità atletiche, lo sfidò in una gara di corsa lungo una via del centro di Londra. Locker-Lampson scattò immediatamente appena ricevuto il “via!”, senza rendersi conto che Cole gli aveva fatto scivolare un orologio d’oro in una delle tasche della giacca. Cole, invece di seguirlo, si mise a gridare “Al ladro! Al ladro!” con il risultato che un poliziotto di ronda inseguì Locker-Lampson fino a catturarlo e ad arrestarlo.

Prima che il poliziotto portasse via il deputato sconvolto, Cole intervenne e cominciò a dire che era solo uno scherzo, ma subito dopo cominciò a menare colpi nell’aria con il bastone, dicendo che era circondato da una banda di delinquenti. Il poliziotto, usando il fischietto, chiamò rinforzi e i due gentiluomini furono entrambi trasportati alla stazione di polizia più vicina. Qui, lo scherzo fu definitivamente chiarito e Locker-Lampson non subì alcuna conseguenza, mentre Cole ricevette una multa di 5 sterline per disturbo della quiete pubblica.

Sotto, Oliver Locker-Lampson:

Una storia non confermata è quella per cui, alla prima di uno spettacolo teatrale molto atteso, Cole acquistò quattro biglietti corrispondenti ai posti più centrali della platea e li distribuì a quattro uomini ingaggiati per l’occasione, tutti calvi, cui aveva dipinto le lettere S, H, I e T sulla sommità della testa, in modo che fossero perfettamente visibili dalla galleria (basta conoscere un minimo di Inglese per comprendere…).

Sua sorella Annie, che sposò il futuro premier Neville Chamberlain, affermava che Cole era “un po’ pazzo”.

Il capolavoro di Cole risale però al 7 febbraio 1910

In quel periodo, il Regno Unito aveva iniziato la produzione di navi da guerra moderne caratterizzate da armamento pesante, notevole corazzatura, velocità elevata (per gli standard del tempo) e facile manovrabilità. Erano le corazzate della classe “Dreadnought” (“senza paura”) che poi sarebbero state imitate in tutto il mondo. La prima a essere costruita, chiamata appunto “Dreadnought”, si trovava alla fonda nel porto di Weymouth, una base militare affacciata sulla Manica, poco a Ovest di Bournemouth, ed era sottoposta a una assidua sorveglianza per il timore che la Germania o qualche altra potenza rivale potesse inviare delle spie a studiarla.

La mattina di quel 7 febbraio, il comandante della “Dreadnought”, William May, ricevette un telegramma apparentemente proveniente dal Foreign Office (il dipartimento ministeriale per gli affari esteri) che annunciava la visita ufficiale sulla nave da parte di un’importante delegazione di abissina composta dall’imperatore e dai suoi più importanti dignitari.

In realtà, il telegramma era stato spedito da Cole, che aveva reclutato un gruppo di amici per impersonare gli abissini e li aveva fatti truccare da un altro amico, Willie Clarkson, specialista in make-up abituato a lavorare con le maggiori star del teatro (ad esempio, Sarah Bernhardt) in modo che assumessero un’aria talmente esotica da non destare sospetti.

Gli amici in questione erano: il celebre campione di cricket Anthony Buxton, ex militare conosciuto anche come scrittore; il famoso pittore Duncan Grant; lo studente in Legge Guy Ridley, figlio di un importante magistrato; e la sorella di Adrian Stephen, che allora si chiamava ancora Virginia Stephen e solo più tardi avrebbe sposato Leonard Woolf, assumendo il nome che l’ha poi consegnata alla Storia. Quel giorno, assunse l’identità del principe Mendex, dal latino mendax (bugiardo). Buxton interpretava addirittura l’imperatore Menelik II (quello che nel 1896 aveva sconfitto gli italiani a Adua).

Sotto, il pittore Duncan Grant:

Cole e l’immancabile Adrian Stephen erano in borghese e impersonavano due funzionari del Foreign Office, incaricati di fare da guide e da interpreti. Gli altri indossavano tutti costumi di scena dall’aria orientale e vistosi turbanti, ed avevano i volti seminascosti da barbe finte.

Sotto, tutta la “delegazione” al completo:

Fu più difficile convincere il capostazione di Paddington a organizzare un treno speciale per trasportare gli illustri ospiti a Weymouth che farli salire sulla nave. Ma Cole, esibendo credenziali intestate a un fantomatico agente del Foreign Office, Herbert Cholmondeley, ottenne non solo il treno ma anche un comitato ufficiale che accolse gli “abissini” in stazione e li salutò pomposamente alla partenza del convoglio.

Sotto, Virginia Woolf, che prese parte allo scherzo in veste del Principe Mendex

I “dignitari abissini” si presentarono poi alla nave con una serie di documenti scritti in swahili, una lingua africana bantù molto diffusa tra il centro e il Sud del continente (oggi è lingua nazionale in Tanzania, Kenia, Uganda e Ruanda), che Cole aveva imparato a masticare durante il suo soggiorno da militare in Africa, mentre l’equipaggio della nave la ignorava del tutto.

La visita giunse così improvvisa e imprevista che il comandante non riuscì a predisporre una adeguata accoglienza, finendo per dar vita a una serie di equivoci comicissimi

Poiché a bordo non si trovò nessuna bandiera dell’Abissinia e la banda della nave ignorava quale fosse l’inno nazionale di quel Paese, all’arrivo dei “dignitari” fu innalzata sul pennone la bandiera dello Zanzibar e fu suonato l’inno nazionale dello stesso Paese. I “dignitari abissini”, con molto fair play, finsero di non accorgersene.

Gli ospiti parlavano tra loro in una lingua che suonava veramente oscura alle orecchie dell’equipaggio e che in realtà era un grammelot (una lingua finta e volutamente confusa, che rappresenta un frequente espediente dello spettacolo per rappresentare una parlata straniera: un classico esempio di grammelot che tutti possono facilmente ricordare è la lingua in cui si esprimono i personaggi delle prime stagioni della serie a pupazzi animati “Pingu”), parzialmente ricavato dal latino e dal greco antico, ma con molte espressioni completamente inventate. L’unica espressione ricorrente era quella di approvazione, ogni volta che l’equipaggio mostrava fieramente qualche importante dispositivo tecnico:

Bunga, bunga!

La visita si protrasse per alcune ore e l’unico momento di reale difficoltà si ebbe quando il comandante invitò gli ospiti a prendere il tè nel quadrato ufficiali. Infatti, il truccatore Clarkson aveva avvertito Cole e i suoi amici di non mangiare nulla e soprattutto di non prendere nulla di caldo, perché questo avrebbe potuto far staccare barbe e baffi. Dopo una lunga discussione, gli interpreti spiegarono al comandante che la religione abissina permetteva di mangiare solo due volte al giorno e che, avendo già consumato i due pasti, i dignitari non potevano permettersi di compiere un’azione tanto empia come consumarne un terzo.

Poco prima dei saluti, però, ci fu un altro inconveniente. Un ufficiale di Stato maggiore, sentendo parlare gli interpreti, si fissò sul fatto che avessero un accento vagamente tedesco e che potessero essere quindi delle spie, per cui pretese di controllarli direttamente. L’uomo era un lontano cugino di Adrian e Virginia Stephen e anche Cole lo conosceva personalmente ma, per fortuna, tutti loro non lo vedevano da molto tempo. Quando si fu convinto che non erano tedeschi, l’ufficiale smise di fare storie. A quel punto, Cole decise che era abbastanza e dichiarò che gli ospiti dovevano rientrare rapidamente per poter recitare le preghiere della sera.

Sul viaggio di ritorno (anche stavolta in un treno speciale), i partecipanti alla burla decisero di non renderla nota. Tuttavia, Cole non resistette alla tentazione e, qualche giorno dopo, scrisse una lettera ai principali giornali, raccontandola per filo e per segno e allegandole una fotografia che tutti i partecipanti si erano fatti scattare subito prima di partire.

La vicenda, su sollecitazione della stampa (celebre il titolo del “Western Daily Mercury”: “Bunga bungle” dove bungle sta per pasticcio), il fatto venne discusso anche in Parlamento.

La Royal Navy non ci fece una grande figura e inizialmente pensò di chiedere l’arresto di Cole e dei suoi complici, ma poi ci rinunciò perché un seguito giudiziario avrebbe dato ancora più pubblicità all’episodio

Con un compromesso tipicamente britannico, fu deciso di punirli in modo simbolico: tutti i partecipanti (tranne Virginia Stephens che fu esonerata per ovvie ragioni di decenza) ricevettero la visita di una delegazione di ufficiali di marina, che li frustarono sulle natiche con un bastone, come si usava nei collegi per punire gli studenti indisciplinati. Sembra però che i colpi non fossero inflitti con alcuna violenza.

Cinque anni dopo, il 18 marzo 1915, la “Dreadnought” compì un’importante azione di guerra, speronando e affondando il sommergibile tedesco U-29, che l’aveva attaccata. Tra i tanti telegrammi di congratulazioni ricevuti dal comandante May, ce n’era uno su cui era scritto soltanto “Bunga bunga”. Non si è mai saputo chi l’abbia spedito.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.