Bilinguismo, pregiudizi e… Buon senso

Riprendiamo la nostra ricerca linguistica. La scorsa volta, abbiamo analizzato più nello specifico il tema del bilinguismo, individuandone le sue caratteristiche così come i fattori che possono influenzarlo, positivamente o negativamente, a seconda dei casi. Essendo un fenomeno che riguarda il genere umano, coinvolge e influenza le relazioni: l’apprendimento di due o più lingue può considerarsi un valido strumento di socializzazione che aiuta e sostiene la relazione con l’altro.

Come sempre ci sono dei “però”. Per fare che tutto ciò avvenga, bisogna superare i pregiudizi, abbattere quelle barriere che purtroppo rendono il bilinguismo un peso più che un “bene prezioso da conservare”.

Probabilmente, non ci avrete mai fatto caso ma, entrando in contatto con persone che parlano italiano come lingua seconda o lingua straniera a seconda che ci si trovi in Italia o all’estero, vi sarete posti delle domande e magari sarete caduti in qualche luogo comune. Non siete di certo i primi, c’è ancora molta disinformazione riguardo al bilinguismo e il nostro compito, così come quello dei movimenti, dei servizi nati a livello nazionale e internazionale è di fare maggiore chiarezza, far accrescere la consapevolezza dei benefici che questo fenomeno porta con sé.

Una delle idee più diffuse è quella che il bilinguismo possa provocare dei ritardi nello sviluppo del linguaggio infantile e soprattutto non poca confusione. Come racconta Federica, fino a qualche mese fa, le domande che le venivano poste quasi ogni giorno erano, per lo più, sempre le stesse: “Ma la bambina parla?”, “Parla italiano?”, “Capisce quello che le dici?”; oppure considerazioni del tipo: “Eh, poverina, chissà che confusione che ha in testa, con tutte quelle lingue!”, “Non sarebbe meglio se prima imparasse il cinese e solo dopo l’italiano?”.

Appena varcata la soglia dei diciotto mesi, sembrava quasi che la piccola fosse stata messa sotto i riflettori da conoscenti, parenti, genitori di suoi coetanei. È vero, mentre gli altri iniziavano a pronunciare qualche parola, Elena, soprattutto quando era fuori con altre persone, appariva piuttosto chiusa. Contemporaneamente, però, era come se si stesse prendendo del tempo per osservare, capire in un certo senso il funzionamento della lingua cinese e di quella italiana per poi iniziare questo percorso a gran velocità, raggiungendo ben presto tutti gli altri.

Mettiamo subito in chiaro che le differenze di vocabolario potrebbero essere normali: le parole conosciute dai bambini esposti al bilinguismo si suddividono nelle due lingue, portando così un’apparente difficoltà nel reperire una parola mentre si parla. Ci possiamo riferire in questo caso ai fenomeni di code – switching e di code – mixing.

Il primo, ovvero il code – switching, consiste nel cambiare lingua in un discorso oppure rispondere in una lingua diversa rispetto a quella utilizzata nell’input d’interazione. Per esempio, questo accade quando sto parlando italiano, ma a un certo punto inizio a parlare cinese e viceversa.

Il secondo, il code – mixing, ha luogo quando si inseriscono singoli elementi fonologici, morfologici, sintattici di una lingua nell’altra. Capita spesso che Elena utilizzi delle strutture grammaticali tipiche dell’italiano mentre parla in cinese, lasciando a volte il suo interlocutore spiazzato. Non è raro che la piccola traduca ciò che viene detto da una lingua all’altra, con una certa velocità e senza esitazione.

La presenza di queste abilità in adulti e bambini non deve farci preoccupare, anzi, sta a indicare il buon funzionamento dell’apprendimento in entrambe le due lingue.

Proprio perché si teme che questo comporti uno sforzo cognitivo notevole, alcuni genitori, ma anche insegnanti ed educatori tendono a posticipare l’acquisizione della seconda lingua, solo dopo che si è appresa la prima, rinunciando così ai vantaggi portati dal bilinguismo.

In ambiente scolastico si predilige un approccio perlopiù monolingue, andando ad attribuire le colpe di eventuali ritardi scolastici qualora si opti per quello bilingue, senza contare che, a volte si rinuncia alla propria lingua madre perché parlata da poche persone e ritenuta di conseguenza poco utile.

Pensiamo però al linguaggio come “strumento identitario e relazionale”.

Le lingue apprese fin da piccoli aiutano a plasmare la nostra personalità, dal punto di vista cognitivo: il nostro cervello accoglie gli input che riceve adattandosi di conseguenza. Nel caso di Elena l’italiano e il cinese fanno parte del suo vissuto, delle esperienze che ha fatto, senza dubbio, la mancanza di uno o l’altro, non l’avrebbero portata ad essere quella che è oggi, ad osservare ciò che vede, analizzare quello che sente da diverse angolazioni.

L’apprendimento e l’uso di una lingua significano anche relazione. Il bambino, già quando è nel ventre materno, impara a conoscere i suoni propri della lingua parlata da lei e quando diventa un po’ più grande a mettersi in relazione con gli adulti vicino a lui.

L’abbandono della lingua madre avrebbe un forte impatto sulla sua crescita sia per la mancanza di un punto di riferimento verso qualcuno con cui identificarsi, sia per la difficoltà a comunicare con i propri famigliari.

Ognuno di noi dovrebbe essere messo nella posizione di poter scegliere liberamente se adottare un approccio bilingue o meno utilizzando del tempo per riflettere, analizzare la situazione in ogni piccola sfaccettatura, senza alcun condizionamento esterno.

Concludendo, desideriamo sottolineare quanto sia importante parlare di questo fenomeno e di quanto sia opportuno fornire informazioni corrette. Anche per questo è doveroso ringraziare Vanilla Magazine che da diverso tempo ospita gli articoli dedicati a questa ricerca. Vanilla non solo promuove cultura, informazione e curiosità ma anche cambiamento, il motore in grado di farci evolvere e progredire.

Articolo a cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni


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