“Bilinguismo o multilinguismo? Differenze e precisazioni”

Sempre più di frequente su libri, giornali, o alla televisione troviamo aneddoti riferiti al multilinguismo e al plurilinguismo, ma a cosa si riferiscono? Qual è la differenza tra multilinguismo e il bilinguismo? Questi termini sono intercambiabili? Oggi vorremmo fare un po’ più di chiarezza e 

spiegare, in maniera semplice, che non parliamo di un mondo dove tutto è bianco o nero ma, al contrario, è  ricco di sfumature.

Innanzitutto facciamo una distinzione: Beacco ricollega il multilinguismo all’aspetto geografico, mentre il plurilinguismo al singolo individuo.

“Il termine plurilinguismo si riferisce alla capacità dei parlanti di usare più di

una lingua; esso considera dunque le lingue dal punto di vista di coloro che

le parlano e di coloro che le apprendono. Il termine multilinguismo, invece,

rimanda alla presenza di più lingue in una determinata area geografica,

indipendentemente da coloro che le parlano. Così, il fatto che due o più lingue

siano presenti in un’area geografica non implica automaticamente che gli

abitanti di quell’area siano in grado di usare più di una di queste lingue;

alcuni non ne parlano che una sola.”

Tornando un attimo indietro: se la persona che utilizza più codici linguistici è “plurilingue”, ovvero esposta a plurilinguismo, allora chi è il “bilingue” e che cos’è il bilinguismo?

Per anni linguisti e studiosi hanno ricondotto questo fenomeno al livello linguistico raggiunto, ma qualche anno più tardi, François Grosjean, linguista e professore francese, ha abbandonato questo punto di vista:  

“Il bilinguismo è l’uso di due (o più) lingue nella vita di tutti i giorni e non il sapere usare due o più lingue altrettanto bene e in modo ottimale (come pensano molti profani).” (Si veda questa intervista rilasciata dal Prof. Grosjean: https://www.francoisgrosjean.ch/interview_en.html; qui potete trovare la traduzione in lingua italiana).

Lo stesso Grosjean ha parlato del “Principio di complementarità” che definisce così: 

“I bilingui solitamente acquisiscono e usano le proprie lingue per scopi diversi, in diversi domini della vita, con persone diverse. Aspetti della vita differenti richiedono di solito lingue differenti.” (Traduzione intervista in lingua italiana https://www.alicetraduzioni.com/2018/11/12/francois-grosjean-intervista-sul-bilinguismo/)

Tenendo presente questa concezione possiamo subito renderci conto che il bilinguismo è ormai la norma e non l’eccezione; e una persona per definirsi bilingue non ha bisogno di parlare correttamente due lingue.

Come abbiamo già accennato in precedenza (Si veda l’articolo: “Bilinguismo: un fenomeno complesso tutto da scoprirehttps://www.vanillamagazine.it/bilinguismo-un-fenomeno-complesso-tutto-da-scoprire/), spesso, la seconda lingua non viene appresa insieme alla prima, anche a distanza di anni (bilinguismo tardivo), in questo senso, l’apprendente potrebbe addirittura aggiungere un ulteriore lingua e quindi inizierebbe a essere esposto al plurilinguismo e non più al bilinguismo. Facciamo un esempio: un bambino nato da genitori italiani che si trasferisce in Germania con la sua famiglia e frequenta una scuola internazionale, potrebbe apprendere la lingua della comunità, il tedesco e successivamente l’inglese, utilizzato nel contesto scolastico. Chi nasce in un contesto monolingue ha comunque buone possibilità di essere esposto a bilinguismo o addirittura plurilinguismo, certamente, per far sì che questo passaggio avvenga, devono esserci determinate condizioni, sia perché si trattano di fenomeni in continua evoluzione (alcuni ambiti sono stati ancora poco esplorati dalla ricerca) sia perché non esistono dei confini ben delineati, dovremmo evitare di confrontare bambini esposti a bilinguismo o plurilinguismo e monolingui, sarebbe controproducente perché ogni situazione è un caso a sé. 

 Il “Principio di interdipendenza linguistica” introdotto da Jim Cummins e la metafora dell’iceberg (Si veda: Balboni Paolo E., 2012, Le sfide di Babele: Insegnare le lingue nelle società complesse, UTET Università.) ci forniscono una valida spiegazione sul funzionamento delle lingue: ai nostri occhi appaiono solo alcune punte dell’iceberg, ovvero le competenze linguistiche del soggetto in questione, ma al di sotto, nella parte non visibile, si trova una base comune. Quindi, nel momento in cui verranno apprese ulteriori conoscenze si alzerà non solo il livello della seconda/terza lingua, ma anche di quella materna. È proprio grazie a questo principio che non solo l’apprendimento di più codici linguistici simultaneamente, o a distanza di tempo è possibile, ma può addirittura aumentare le nostre competenze in L1.

In quanto genitori, educatori e/o insegnanti quando ci troviamo davanti a casi di bilinguismo o plurilinguismo, tratteniamoci dal trarre conclusioni affrettate o dare consigli e suggerimenti tutt’altro che fondati, piuttosto prendiamoci del tempo per osservare e se siamo in difficoltà rivolgiamoci a dei professionisti che ci aiutino a sciogliere i nostri dubbi e a darci delle indicazioni utili su come affrontare questo lungo percorso.

a cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

Riferimenti bibliografici: 

  • Balboni Paolo E., 2012, Le sfide di Babele: Insegnare le lingue nelle società complesse, UTET    Università.
  • Beacco, J.C. et al. (2016), Guide pour le développement et la mise en oeuvre de curriculums pour une éducation plurilingue et interculturelle, Consiglio d’Europa, Strasburgo; trad. it. di E. Lugarini e S. Minardi (2016), Guida per lo sviluppo e l’attuazione di curricoli per una educazione plurilingue e interculturale, in «Italiano LinguaDue»: https://rm.coe.int/guida-per-lo-sviluppo-e-l-attuazione-di-curricoli-per-una-educazione-p/16805a028d in Cognini Edith, 2020, Il plurilinguismo come risorsa: prospettive teoriche, politiche educative e pratiche didattiche, Edizioni ETS.
  • Intervista rilasciata dal Prof. Grosjean: https://www.francoisgrosjean.ch/interview_en.html. Traduzione italiana: https://www.alicetraduzioni.com/2018/11/12/francois-grosjean-intervista-sul-bilinguismo/.

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