Beatrice Cenci: “Vittima esemplare di una Giustizia ingiusta”

Pare che nelle dolci notti di settembre, a Roma, e più precisamente il giorno 11, a chi attraversi il magnifico Ponte Sant’Angelo possa capitare di vedere aleggiare una donna che tiene fra le mani la propria testa: è Beatrice Cenci, che torna sul luogo della sua esecuzione, avvenuta l’11 settembre del 1599.

Ponte Sant’Angelo

Immagine di Nono vlf via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Beatrice Cenci è ormai da molto tempo un personaggio che trascende la sua esistenza reale, trasformata in una figura leggendaria dalle molteplici facce.

E’ una ragazza indifesa bisognosa di aiuto o è piuttosto una donna coraggiosa?

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Un’innocente sacrificata per avidità o una parricida senza scrupoli, quando non una maliarda… Beatrice assomma in sé tutti questi aspetti e alla fine assurge a simbolo di una volontà di ribellione e riscatto da una condizione di violenta sottomissione all’uomo, al padre nella fattispecie. E’ diventata insomma un’eroina dell’emancipazione femminile (ma lei questo certo non se lo immaginava).

Presunto ritratto di Beatrice Cenci attribuito a Guido Reni ma forse opera della sua allieva Ginevra Cantofoli – Palazzo Barberini, Roma

Immagine condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 – Palazzo Barberini – Gallerie Corsini

Beatrice dunque nasce a Roma il 6 febbraio 1577. La sua è una famiglia importante e ricca: il padre Francesco è figlio “legittimato”, e quindi erede, di un monsignore (Cristoforo Cenci), che non è certo uno qualunque, ma tesoriere della Camera Apostolica.

L’uomo è ben conosciuto a Roma per il suo temperamento violento, l’avarizia scellerata, e per i molti vizi, che rischiano di prosciugare l’eredità paterna. Francesco si sposa presto e mette al mondo dodici figli, anche se solo sette arriveranno a diventare grandi. La moglie, Ersilia, muore nel 1584 mettendo al mondo l’ultimo bambino, e così le due figlie, Antonina e Beatrice finiscono in un convento per essere educate dalle monache. Non sappiamo se le due sorelle, divenute ragazze, siano state contente di tornare nella casa paterna, ma possiamo supporre di no: Francesco ha sempre maltrattato tutti (compresa la defunta moglie), dai servi ai figli, e quasi certamente molesta sia Antonina sia Beatrice. Il figlio più grande, Giacomo, si era allontanato già da tempo da quel padre scellerato, mentre altri due, Cristoforo e Rocco, forse influenzati dal violento ambiente familiare, moriranno entrambi durante delle risse.

Antonina, presa dalla disperazione, scrive una lettera al Papa, Clemente VIII, nella quale descrive la sua difficile situazione e lo implora di trovargli un marito o di farla entrare in convento. Il Papa non deve avere faticato a credere alle parole della ragazza, visto che Francesco, nel corso degli anni, ha subito diversi processi, non solo per episodi legati al suo carattere violento, ma anche per “colpe nefandissime”, ovvero per l’infamante vizio di sodomia, per il quale era prevista la pena di morte. L’uomo viene condannato diverse volte ma, anche in considerazione del suo rango, se la cava sempre con il pagamento di salatissime multe, che quasi prosciugano il suo patrimonio.

Papa Clemente VIII

Immagine di pubblico dominio

Clemente VIII accoglie l’appello di Antonina e combina un matrimonio con un giovane nobile, e per giunta ordina a Francesco di provvedere a una cospicua dote. Toccato nel portafoglio, l’uomo decide che la cosa non deve ripetersi con la figlia Beatrice, anche lei in età da marito e peraltro di bellissimo aspetto. Lui però, nel frattempo, si è risposato con un’avvenente vedova, Lucrezia Petroni, che avrà di che pentirsi per quel matrimonio.

Nel 1595, la diciottenne Beatrice e la matrigna Lucrezia finiscono recluse in una piccola Rocca in uno sperduto paesino, Petrella Salto (oggi in provincia di Rieti), che all’epoca faceva parte del Regno di Napoli.

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Vista d’insieme dell’abitato di Petrella Salto, con la Rocca dei Cenci e Palazzo Maoli

Immagine di Gabriele Marcelli via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

La Rocca, che è di proprietà della nobile famiglia romana dei Colonna, diventa per un breve periodo il rifugio del Cenci, perseguitato dai creditori, e per lungo tempo la “prigione” delle due donne: nel castello non hanno praticamente contatti con nessuno se non con l’amministratore, Olimpio Calvetti, che rimarrà poi coinvolto negli avvenimenti a seguire, e con un paio di servitori.

Francesco Cenci divide il suo tempo fra Roma e la Rocca, e continua a combinarne di tutti i colori. Addirittura, durante una battuta di caccia a Petrella Salto, tenta di abusare del figlio di primo letto di Lucrezia, che solo in quell’occasione ha un impeto di ribellione nei confronti del marito e finisce con il viso sfregiato.

La giovane Beatrice doveva essere disperata, tanto da cercare l’aiuto di uno dei servi del padre, Marzio detto il Catalano, al quale chiede di aiutarla a scappare da quella prigione, nemmeno lontanamente dorata. L’uomo però non cede alle probabili lusinghe o alle offerte di ricompensa della ragazza (sa a cosa andrebbe incontro), ma accetta di portare delle lettere a Roma, da consegnare ai fratelli e a uno zio materno, dove Beatrice chiede di trovarle un marito o un convento dove rifugiarsi. Una delle missive finisce però nelle mani di Francesco, che reagisce con la consueta violenza. Nonostante la neve e il viaggio difficoltoso, si precipita a Petrella e picchia selvaggiamente la figlia. Non contento, fa trasferire le due donne dal piano nobile della Rocca a quello più in alto, per isolarle completamente: l’unico contatto delle sventurate è un anziano servo, che comunque sei mesi dopo se ne andrà.

Le violenze subite e la reclusione nel piccolo castello certamente contribuiscono a ingigantire in Beatrice l’odio verso il padre, e probabilmente la spingono fra le braccia dell’aitante amministratore, Olimpio Calvetti (sposato e con due figli), che non si sottrae ai piani che stanno maturando nella mente della ragazza: l’unica via d’uscita da quella situazione disperata è l’omicidio.

Statua di Beatrice Cenci di Harriet Goodhue Hosmer, 1857

Immagine di pubblico dominio

Quando è a Roma, Francesco non finisce mai di litigare con il figlio Cristoforo, e per sottrarre alla sua influenza i fratelli minori, Bernardo e Paolo, conduce anche loro alla Rocca. Si stabiliscono tutti nel castello, ma la presenza costante del Cenci e dei due ragazzi aumenta la tensione: gli incontri segreti tra Beatrice e Olimpio diventano pericolosi e difficoltosi, tanto che alla fine i due ragazzi vengono istigati a fuggirsene a Roma.

Ormai la decisione è presa:

Francesco Cenci – divorato dalla rogna e tormentato dalla gotta – deve morire

Occorre solo decidere come e quando. La moglie Lucrezia è favorevole, anche se cerca di tirarsi indietro quando si arriva alla resa dei conti.

In un primo tempo Beatrice, con l’aiuto materiale di Olimpio e del Catalano, tenta di far uccidere Francesco da una banda di briganti, che però temono le conseguenze di quell’omicidio eccellente e non collaborano. Anche l’idea di avvelenarlo viene scartata, perché l’uomo, assai diffidente, fa assaggiare cibo e bevande alla figlia, prima di consumarle.

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Alla fine, il 9 settembre 1598, il fattaccio si compie: Olimpio e il Catalano uccidono nel sonno Francesco Cenci. I figli Beatrice e Giacomo, con l’altalenante complicità di Lucrezia, sono i responsabili di quel delitto, probabilmente considerato l’unica via di salvezza da una vita costellata da violenze e privazioni.

Il tentativo di mascherare l’omicidio è quanto meno dilettantesco: Olimpio cerca di rompere il pavimento di un balcone per far precipitare il cadavere al suolo, ma non ci riesce. Così demolisce la balaustra e getta il corpo da lì, sperando che tutti credano al cedimento della struttura. Cenci viene sepolto in tutta fretta e la famiglia, che non partecipa ai funerali, se torna a Roma.

Nessun accertamento viene svolto, ma le voci corrono e il seme del dubbio presto cresce e dà i suoi frutti: vogliono vederci chiaro sia il duca Colonna sia il viceré del Regno di Napoli, e non ultimo il papa Clemente VIII, che ben sapeva quanto il Cenci fosse detestato dalla sua famiglia.

Spaventati da tutte quelle indagini, Olimpio e il Catalano scappano da Petrella. Quella fuga ha tanto il sapore di un’ammissione di colpevolezza, così le autorità fanno esumare il corpo di Francesco e i medici che esaminano la sua testa concludono che le ferite (a un occhio e alla gola) non sono compatibili con la caduta dal ballatoio. Intanto le ricerche alla Rocca portano altri frutti: viene trovato il martello usato per spezzare le ginocchia del Cenci e raccolta la testimonianza di una lavandaia, incaricata da Beatrice di lavare, il giorno dell’omicidio, un lenzuolo sporco di sangue, che la ragazza tenta di far passare come sangue mestruale.

Alla fine la giustizia fa il suo corso, seppure contorto: Olimpio, che subito racconta quanto accaduto, riesce a fuggire ma viene ucciso da un parente dei Cenci (non per vendicare Francesco ma per impedire altre testimonianze); Marzio Catalano confessa il delitto sotto tortura e muore per le conseguenze delle ferite inflittegli; Beatrice nega ostinatamente e sopporta le torture con forza incrollabile, che non hanno invece i fratelli Giacomo e Bernardo, e tanto meno la matrigna Lucrezia, tutti d’accordo nell’indicare lei come la vera ispiratrice del delitto.

I Cenci vengono tutti condannati a morte e i loro beni, confiscati dallo Stato Pontificio, poi saranno venduti all’asta e guarda caso, acquistati a un prezzo irrisorio da un parente del papa.

Ponte Sant’Angelo

Immagine di Wampile via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Il giorno 11 settembre 1599 viene eseguita la sentenza, in una Roma oppressa da un caldo infernale e brulicante di migliaia di persone che vogliono assistere all’esecuzione.
“Le ombre dei Cenci se ne andarono in buona compagnia” (Cronache italiane, Stendhal) perché qualcuno degli astanti finisce calpestato, altri nelle acque del Tevere e addirittura più d’uno muore d’insolazione.

Clemente VIII (nonostante le richieste di clemenza arrivate anche da molti personaggi influenti) avrebbe voluto vederli tutti squartati, ma subisce quella terribile punizione solo Giacomo, che nel tragitto dal carcere a Piazza Sant’Angelo viene torturato con tenaglie roventi, poi giustiziato a colpi di maglio sulla testa e infine squartato. Prima di lui muoiono decapitate Lucrezia e Beatrice, che mostra grande dignità nei suoi ultimi istanti di vita.

L’esecuzione di Beatrice Cenci in un disegno del 1895

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Immagine di pubblico dominio

Bernardo, che deve assistere alle esecuzioni di tutti gli altri pensando di essere l’ultimo della lista, sviene quando vede saltare la testa della sorella, ma quando torna in sé lo informano che la sua pena è stata commutata in una galera (ovvero a remare sulle galee pontificie) a vita, in considerazione della sua giovinezza.

Nella tragica storia di Beatrice Cenci ci sono tanti ingredienti che hanno contribuito a renderla popolare: la fine cruenta di una ragazza giovane e bella, vissuta in un ambiente familiare a dir poco malsano, vittima degli abusi del padre e del suo stesso desiderio di vendetta, hanno rappresentato, nei secoli a venire (e ancora oggi) materia d’ispirazione per scrittori, musicisti e anche registi cinematografici.

Il popolo di Roma, d’animo generoso e mai convinto che con la morte di Beatrice fosse stata fatta giustizia, l’ha da subito trasformata in una vittima innocente, un’eroina tragica degna di essere ricordata per quello che era: una giovane donna che ha pagato con la vita il suo desiderio di libertà.

Una targa moderna in memoria di Beatrice Cenci – Via di Monserrato, Roma

Immagine di Lalupa via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Chi è convinto di una ineluttabile nemesi per chi si macchia di colpe terrene, non si stupirà per alcune strane coincidenze: i due boia che decapitarono Lucrezia e Beatrice morirono entrambi nel giro di un mese dall’esecuzione, mentre finì male, forse proprio decapitato, anche il soldato francese che nel 1798 aveva profanato la tomba di Beatrice (sepolta nella Chiesa di San Pietro in Montorio) e preso a calci il suo teschio…

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.