Il 17 Dicembre del 1968, Barbara Jane Mackle, figlia dell’imprenditore edile milionario Robert Mackle, venne rapita da due criminali e sepolta viva per tre giorni dentro una cassa in mezzo a un bosco. La giovane, di appena vent’anni, frequentava in quel periodo l’Emory University di Atlanta; proprio nel mese di Dicembre, tra gli studenti si era diffusa un’epidemia di influenza di Hong Kong (influenza aviaria diffusasi negli Stati Uniti dal 1968 al 1969), la quale aveva costretto in infermeria quasi tutti i ragazzi presenti nel campus, Barbara compresa.

Sotto, Barbara Mackle:

Vista la severità delle sue condizioni, la madre della ragazza, Jane Mackle, decise dunque di partire da Coral Gables, in Florida, e recarsi dalla figlia, che portò dal campus a un motel nelle vicinanze, in modo da potersene prendere cura e poi recarsi insieme a casa per le vacanze natalizie.

La sera stessa, le due donne vennero sorprese da un’inaspettata visita: uno sconosciuto, identificato poi come Gary Stephen Krist, bussò alla loro porta. L’uomo disse loro di essere della polizia, come il berretto da lui indossato suggeriva, e che Stewart Hunt Woodward (probabilmente il fidanzato, o un buon amico di Barbara, più tardi suo marito) era stato coinvolto in un incidente d’auto.

Scosse, madre e figlia lasciarono entrare il presunto agente e un suo collega nella stanza, commettendo un fatale errore. Pochi istanti dopo, aggredendola e addormentandola col cloroformio, Kris, di ventitré anni e la sua complice e amante di ventisei anni (prima travestita da uomo), Ruth Eisemann-Schier, immobilizzarono Jane Mackle con delle corde e portarono via la giovane Barbara con la pistola puntata addosso, comunicandole di essere stata rapita.

Dopo averla caricata in auto e averla portata fino all’interno di un bosco, i due criminali, lottando con Barbara che opponeva resistenza, la misero all’interno di una scatola rinforzata in fibra di vetro, appositamente predisposta, la quale era stata posizionata in una fossa scavata a misura.

La cassa usata come prova nel processo:

Rivolto alla ragazza, ormai preda di paura e isteria, Krist la informò che nella scatola si trovava acqua, cibo, una coperta, una pila per farsi luce e una ventola per l’aria, tutto il necessario a sopravvivere per una settimana

Incurante delle sue urla, i due sigillarono la ragazza in quella simil-bara, per poi ricoprirla con terra e sporcizia. Le ultime parole che l’uomo pronunciò, prima di andarsene con la complice, in risposta alle suppliche di Barbara Mackle, furono:

Non fare la bambina

Il giorno seguente, quando Jane raggiunse il marito Robert in Florida, una telefonata alzò ulteriormente la tensione; era Krist, il quale comunicò ai coniugi del rapimento e la sepoltura della figlia. La ragazza sarebbe morta se una somma di cinquecentomila dollari (paragonabili e attualizzati a circa 3.8 milioni di dollai) non gli fosse stata consegnata; Krist aggiunse che sarebbe stato solo Robert Mackle a consegnare il denaro, inserendolo in una valigia.

Se Mackle avesse accettato i termini dell’accordo, avrebbe dovuto pubblicare un annuncio sul giornale Miami Herald, e così fece:

TESORO. Per favore, torna a casa. Pagheremo tutte le spese e ti incontreremo ovunque e in qualsiasi momento

Chi avesse letto per caso l’annuncio, non avrebbe mai sospettato nulla del rapimento.

Dopo due giorni dalla pubblicazione, Robert Mackle ricevette una nuova telefonata, stavolta con istruzioni su dove e quando incontrarsi, ovvero la stessa sera a Biscayne Bay, dove avrebbe depositato il denaro e da cui sarebbe andato via. Mackle seguì le istruzioni, ma un abitante del luogo, insospettito da rumori insoliti, avvertì la polizia, mandando a monte il piano di Krist, il quale, durante l’inseguimento con i poliziotti, perse la valigia col denaro e fuggì assieme alla complice.

La polizia ritrovò sul luogo una Volvo blu abbandonata e una barca. All’interno dell’auto, rinvennero una fotografia di un uomo con un berretto da poliziotto e una Polaroid; vi era raffigurata una ragazza, con un sorriso forzato che indossava una vestaglia rossa e bianca, la quale teneva in mano un cartello con su scritto “RAPITA”.

Si trattava di Barbara Mackle

Nel libro del 1971 “83 Hours Till Dawn” Barbara racconta degli istanti trascorsi nella sua angusta prigione; cercando di non diventare tutt’uno con il terrore, la ragazza si sforzava di visualizzare immagini piacevoli, come la famiglia riunita attorno all’albero di Natale, o lei e il suo ragazzo alla pista di pattinaggio sul ghiaccio.

Dicevo a me stessa ‘Qui è dove morirò’

Tre o quattro volte pensai davvero che quella sarebbe stata la mia bara. Quando diventavo morbosa, pensavo a chi mi avrebbe salvato. Chi e quando. Sarebbe stato forse un contadino. O qualcuno che avrebbe costruito qualcosa. Ci sarebbero voluti dieci anni? Venti? (…) Avevo freddo e ero bagnata e indolenzita.”

Il tutto peggiorò con lo spegnimento della sua torcia, la quale non si raccese più, lasciandola in un’ottenebrante oscurità.

L’FBI cominciò a cercare indizi e grazie alla fotografia rinvenuta dell’auto e ad alcune impronte, rintracciò un certo George Deacon; egli produceva, presso l’Università di Miami, scatole con un sistema di ventilazione dentro le quali sopravvivere. Il superiore di Deacon, interrogato, diede alla polizia il nome di Ruth Eisemann-Schier, anch’ella impegnata in università, e la descrisse come conoscente di Krist, un evaso in fuga dal 1966.

Dopo aver analizzato meglio impronte e documenti, l’FBI realizzò che Deacon era in realtà Krist, il quale aveva usato per un periodo una falsa identità. Il padre di Barbara, nel frattempo, era disperato di aver forse perduto l’unica opportunità di riabbracciare la figlia. Tale disperazione lo portò a rilasciare un comunicato stampa, diretto ai rapitori, assicurandogli di non avere nulla a che fare con il fallimento del loro incontro.

La trovata di Robert Mackle ebbe successo; una seconda telefonata diede istruzioni per dirigersi su una strada ad est di Miami, dove avrebbe lasciato un borsone col denaro. Dopo aver fatto quanto richiesto, l’attesa dei coniugi Mackle insieme all’FBI di avere risposte fu estenuante. Ma alle tre del pomeriggio del 20 Dicembre, Krist telefonò agli operatori dell’FBI dando istruzioni molto vaghe su come ritrovare Barbara Mackle. Quasi immediatamente, centinaia di agenti di polizia si diressero verso il luogo designato e iniziarono le ricerche.

Dopo molto tempo un agente sentì un flebile battito provenire da sotto terra; l’uomo prese a scavare con le mani, fino al raggiungimento della scatola dove la giovane era prigioniera

Debole, ma incolume, Barbara venne liberata dopo circa una decina minuti di scavo. Aveva trascorso oltre 3 giorni sotto terra, disidratata e gravemente provata nel fisico ma non nel senso dell’umorismo. Barbara, rivolta all’agente che la scortò all’auto che l’avrebbe riportata a casa, disse:

Lei è l’uomo più bello che io abbia mai visto

Nel mentre, il direttore dell’FBI del tempo, J. Edgar Hoover, comunicò la lieta notizia ai coniugi Mackle.

Ma per la polizia il lavoro non era concluso: Krist e la Eisemann-Schier andavano catturati

Stephen Krist venne rinvenuto sulle coste della Florida dopo essere stato avvistato con un motoscafo acquistato con parte del riscatto. Venne condannato all’ergastolo, ma dopo 10 anni fu rilasciato. La sua complice riuscì invece a eludere gli inseguimenti per ben 79 giorni, entrando a far parte, con poco onore, la prima donna tra i dieci criminali “Most Wanted” dell’FBI. Dopo cinque anni trascorsi in prigione, venne deportata nel paese natio, l’Honduras.

Sotto, Krist viene arrestato:

Nonostante Krist fosse stato rilasciato in anticipo, non ci volle molto prima che ritornasse dietro le sbarre. Dopo aver studiato medicina per qualche anno alle Medical school di Grenada e Dominica, e dopo aver praticato brevemente in Indiana, nel 2003 gli venne revocata la licenza medica.

Nel 2006 per aver trafficato stupefacenti e immigrati illegalmente, venne arrestato in Alabama e condannato a cinque anni di reclusione. Barbara Mackle, nonostante il grande trauma vissuto, ha saputo condurre una vita tranquilla, diventando moglie e mamma. Sebbene le siano state più volte richieste interviste, ella, ad eccezione del suo libro, non ha mai voluto rilasciare dichiarazioni, tenendo i suoi spiacevoli ricordi per sé.

Della vicenda furono tratti due film TV: The Longest Night, del 1972, e 83 Hours ‘Til Dawn, del 1990, che trovate qui sotto in versione integrale e in lingua originale:

The Longest Night:

Sotto, 83 Hours ‘Til Dawn:

Cecilia Fiorentini
Cecilia Fiorentini

Ho studiato lingue e sono una studentessa di Conservazione dei Beni Culturali, ho 24 anni e una grande passione per l'editoria e la scrittura. Mi diletto nella lettura di saggi sull'archeologia misterica, sulla spiritualità e sulle credenze di antichi popoli come Egizi, Vichinghi o Nativi Americani.