Bellissime e sfortunate: molte dive di Hollywood sono andate incontro a un tragico destino e a una morte prematura. La più famosa di tutte è indubbiamente Marilyn Monroe, una donna troppo bella e complicata, intelligente e vulnerabile, probabilmente autodistruttiva. Nel 1953, dieci anni prima della sua morte, c’era già chi prevedeva la sua fine prematura, come si può leggere in un articolo del Los Angeles Times: “La sua ascesa è paragonabile a quella di altri personaggi famosi del passato, come Barbara La Marr, Jean Harlow e altre bellezze rare, il cui fascino è stato associato a un destino fatale”.

Barbara La Marr

Se Jean Harlow, l’esplosiva bionda platino che morì a soli 26 anni, è una star conosciuta quasi quanto Marilyn Monroe (che, per inciso, si faceva tingere i capelli dall’ormai anziana parrucchiera della Harlow), Barbara La Marr è forse ricordata da pochi.

Lei era una diva del cinema muto, una “ragazza troppo bella”, che visse una vita forse troppo al limite, e morì prematuramente a 29 anni, diventando l’archetipo di quelle attrici che bruciano la loro vita per risplendere, per poco tempo o forse per sempre, nel firmamento di Hollywood.

Barbara La Marr, che in realtà si chiamava Reatha Dale Watson, era nata nel 1896, in una famiglia che si spostava continuamente attraverso gli Stati Uniti per seguire il padre, prima giornalista itinerante e poi attore di vaudeville.

Reatha, fin da bambina, era molto bella e anche molto intelligente: amava leggere e scrivere, e soprattuto aspirava a diventare una grande attrice di teatro.


Nel 1911, forse per assecondare le ambizioni di Reatha, la famiglia si trasferì a Los Angeles, dove stava nascendo l’industria cinematografica. La ragazza iniziò a lavorare come comparsa nei primi film muti, e da lì in poi è difficile separare la realtà dalla finzione sulle storie che cominciarono a circolare su di lei, perché sia Reatha, sia gli studios per i quali lavorava, amavano raccontare particolari molto lontani dalla verità.

Nel 1913, la sedicenne Reatha finì su molti giornali locali, che la indicavano come vittima di un rapimento, ad opera della sorellastra Viola e di un certo CC Boxley, i quali avevano condotto con loro la ragazza in un viaggio in automobile a Santa Barbara, pare contro la sua volontà e senza avvisare i genitori. Dopo tre giorni, quando i due erano stati accusati di sequestro di persona, Reatha tornò a Los Angeles, mentre Viola e Boxley furono arrestati.

Reatha e Viola Watson


La cosa finì in nulla, perché le accuse di sequestro caddero, a fronte dell’atteggiamento non certo spaventato, ma anzi piuttosto divertito, di Reatha.

Forse per la facile pubblicità ottenuta con la storia del rapimento, Reatha iniziò a raccontare alla stampa altri aneddoti, come quello di essere una figlia adottiva, oppure di essere, a soli 17 anni, la vedova di un allevatore dell’Arizona, Jack Lytell, sposato in Messico il giorno dopo averlo conosciuto: lui l’aveva rincorsa in groppa al suo cavallo, mentre lei guidava un’automobile. Il povero Jack era poi morto di polmonite dopo appena tre settimane di matrimonio (del quale però non esiste nessun documento ufficiale).

Dopo Jack ci fu un certo Max Lawrence, sposato il 2 giugno 1914, arrestato per bigamia il giorno dopo, e morto il 5 giugno, per una trombosi cerebrale.

Poi Reatha tornò a casa dai genitori, ma la vita familiare non si confaceva al suo carattere: divenne ballerina di sala, andando in giro per il paese con Robert Carville, finché non arrivò il terzo marito, Phillip Ainsworth, anch’egli ballerino, con il vizio di emettere assegni a vuoto.


La coppia divorziò nel 1917, e l’anno dopo Reatha convolò a nozze con Ben Deely, un altro ballerino e attore di vaudeville, con il doppio dei suoi anni, dedito ad alcol e droghe.

Il matrimonio durò fino al 1921, e dopo due anni Reatha sposò un attore, Jack Daugherty, dal quale non divorziò mai, nonostante la loro relazione fosse durata solo un anno.

A questo punto, Reatha aveva cambiato il suo nome in Barbara La Marr, e soprattutto, dopo essere tornata a Los Angeles da New York con il quarto marito, aveva iniziato a scrivere sceneggiature per i Fox Studios e per United Artist, ispirandosi alla sua stessa vita, ma firmandosi con uno pseudonimo. Attività condotta con successo e anche molto proficua, che le rese all’incirca 10.000 dollari dell’epoca.

A questo punto della storia, è lecito chiedersi come sarebbe stata la vita di Barbara se avesse continuato solo a scrivere… Invece, un giorno incontrò la celebre attrice Mary Pickford, che le disse: “Mia cara, tu sei troppo bella per stare dietro alla macchina da presa. Il tuo vivace magnetismo dovrebbe essere condiviso con il pubblico cinematografico”.


Il famoso attore Douglas Fairbanks, che rimase letteralmente affascinato da lei, la volle per il ruolo di Lady de Winter, nei “Tre moschettieri”.


L’attrice divenne nota come “la ragazza troppo bella”, dopo che un giornalista pubblicò una notizia straordinaria: una volta, prima che Barbara diventasse famosa, un poliziotto di Los Angeles, durante un controllo, le ordinò di tornare a casa perché era

Troppo bella e giovane per stare da sola in una grande città

Nel giro di cinque anni, Barbara interpretò 27 film, recitando spesso nel ruolo di vamp: una donna dalla bellezza oscura e misteriosa che solitamente conduce l’eroe del film alla rovina. Diventò famosa anche per il suo stile di vita “libero”, che non nascondeva.

Diceva: “Prendo gli amanti come le rose… a dozzine” e poi “Imbroglio la natura, non dormo mai più di due ore a notte, ho cose migliori da fare”.


Continuò comunque a scrivere sceneggiature, anche se molte volte non veniva accreditata. Come nel caso di un film girato in parte in Italia nel 1923, Eternal City (ritenuto perduto fino al 2014), dove compare anche Benito Mussolini nella parte di se stesso.

Fonte immagine: Wikipedia – Giusto uso

La vita di Barbara fu intensa, ma anche segnata dall’uso di alcol e droghe, e da diete estenuanti per mantenere il fisico da pin-up (pare che una volta abbia ingerito una testa di tenia per dimagrire).

Fu costretta anche a mettere in scena l’adozione del suo stesso figlio, perché l’aveva avuto al di fuori del matrimonio. E a quelli che si dimostravano scettici sulla sua capacità di essere una buona madre, lei rispondeva: “L’amore materno non è esclusiva di un ristretto circolo di donne che sembrano bionde, spirituali e perfette (…) L’ho visto nei bassifondi e l’ho visto nei palazzi…”.

Barbara La Marr con il figlio


Nessuno sa chi fosse il padre del bambino, che una volta diventato uomo affermò di conoscerne l’identità (mai veramente provata): era il produttore Paul Bern (grande amico di Barbara, presente anche al momento della suo decesso), morto tragicamente nel 1932, due mesi dopo aver sposato la sfortunata Jean Harlow, uccisa da una nefrite nel 1937, forse conseguenza delle violentissime botte subite dal marito. Ma questa è un’altra storia…

Dopo una brutta contusione a una caviglia, costretta comunque ad andare sul set, Barbara divenne dipendente da un’infinità di droghe, che i medici degli studios le davano per farla stare in piedi.

Iniziò così la dipendenza da cocaina ed eroina che, unita a problemi legali dovuti al quarto marito, portarono Barbara in uno stato di forte depressione. Il successo stava calando, il pubblico e la critica accolsero male i suoi ultimi film, finché, durante le riprese di La ragazza di Montmartre (uscito postumo), il suo fisico cedette: cadde sul set ed entrò in coma. Alla fine del 1925 il suo stato di salute era irrimediabilmente compromesso. Arrivò a pesare 36 chili, e il 30 gennaio del 1926 morì nella casa dei genitori, in California, per varie complicazioni dovute alla tubercolosi e a un’infiammazione ai reni.

40.000 persone andarono a renderle omaggio nella Camera Ardente – qualche ammiratrice addirittura svenne in mezzo a tutta quella folla – e poi fu sepolta nel cimitero di Hollywood Forever con l’epitaffio:

Con Dio nella gioia e nella bellezza della gioventù!

Parole che forse non descrivono appieno una donna che era “troppo” sotto ogni punto vista: bella, intelligente, audace. Il produttore Louis B. Mayer, suo grande ammiratore, qualche anno dopo fece assumere il suo cognome a un’attrice emergente, Hedy Lamarr, una donna altrettanto bella e intelligente.

Le immagini, dove non diversamente specificato, sono di pubblico dominio.

Sotto, un video da un suo film:

Categorie: Cinema

Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.