Si dice che il cane sia il migliore amico dell’uomo. La fedeltà del canis lupus familiaris nei confronti dell’essere umano che si prende cura di lui è ben nota da secoli in numerosissime culture, ed esistono molte storie di cani che hanno contribuito ad aiutare i loro “padroni” in imprese difficilissime o che sono rimasti a loro leali anche dopo la morte.

Proprio a un gruppo di cani si è dovuta la salvezza dei bambini di una città dell’Alaska, e il rappresentante di questa missione eroica fu un cane il cui nome è rimasto vivo grazie a statue, documentari e mostre, ma che non ricevette in vita il rispetto che gli sarebbe stato dovuto: Balto, il cane eroe della corsa del siero di Nome.

L’allevamento di Seppala

La città di Nome si affaccia sul gelido mare di Bering tramite la sporgenza della penisola di Seward dove venne costruita, nel 1898. La ragione principale che spinse i padri fondatori di Nome – l’americo-norvegese Lindeberg e gli svedesi Lindblom e Brytenson – a edificare una città ai confini dell’Alaska, in un territorio freddo e inospitale, non fu altra che la corsa all’oro, che in poco tempo portò un ex insediamento Inupiat a diventare un fiorente snodo commerciale.

Un gruppo di Inuit nei pressi di Nome:

Proprio a Nome si trasferì, nel 1900, Leonhard Seppala.

Desiderando a sua volta approfittare della ricchezza che la corsa all’oro aveva fruttato a molti, Seppala decise di lasciare il suo impiego di fabbro e pescatore in Norvegia per accettare l’offerta di lavoro del suo amico Lindeberg, proprietario della più importante compagnia mineraria di Nome.

Nome nel 1900:

Seppala iniziò a lavorare per Lindeberg in qualità di musher, ovvero conducente di slitte trainate da cani. Questo rappresentava il mezzo di trasporto principale in Alaska e in particolare a Nome, che specialmente durante i mesi invernali spesso restava isolata dal resto dello Stato e del mondo, ed era il modo più rapido e sicuro di attraversare il bush alaskano prima del diffondersi dell’uso degli aereoplani.

I cani venivano addestrati a trainare slitte che trasportavano la posta e le riserve di cibo e medicinali che, in primavera, giungevano a Nome e che erano conservate in modo che durassero tutto l’inverno, mesi lunghissimi ed estremamente rigidi in cui la neve, il freddo e il ghiaccio rendevano pressoché impossibile entrare o uscire dalla città.

Vista aerea di Nome nel 2006. Fotografia di ra64 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Seppala si trovò subito a suo agio nel suo nuovo lavoro, e si dimostrò talmente capace che Lindeberg gli affidò il compito di addestrare una cucciolata di cani che l’esploratore Roald Amundsen intendeva impiegare per una missione al Polo Nord. Amundsen rinunciò in seguito alla spedizione, e Lindeberg decise di regalare i cuccioli a Seppala, il quale iniziò una carriera di successo come musher, partecipando a gare di slitte trainate da cani.

Quando decise di ritirarsi dal mondo delle corse, Seppala, ormai stabilitosi a Nome con la moglie Constance e la figlia Sigrid, si dedicò all’allevamento e all’addestramento di cani da slitta.

Balto nacque nell’allevamento di Seppala durante il picco della corsa all’oro di Nome, nel 1919. Chiamato così in onore di Samuel Balto, un esploratore e avventuriero norvegese, il cucciolo di husky siberiano spiccava in mezzo agli altri cani per la sua pelliccia scurissima e per gli occhi grandi e dolci. Il pelo sul ventre era bianco come la neve, similmente a quello che gli ricopriva le zampe anteriori, dando l’impressione che Balto indossasse due calzini, uno più lungo e l’altro più corto.

Balto era un cucciolo socievole e giocherellone, ma suscitava ben poca tenerezza in Seppala il quale, pur dedicandosi anima e corpo ai cuccioli del suo allevamento, era fermamente convinto che esistessero – come lui li definiva – cani di serie A e cani di serie B.

Nei primi mesi di vita, Seppala selezionava i cani che riteneva di serie A e li destinava all’addestramento per le corse con la slitta. Balto era un cane robusto, ma il suo corpo era troppo grosso e pesante per permettergli di correre trainando una slitta, così Seppala, che non voleva altri esemplari come lui nel suo allevamento, lo sterilizzò.

Balto trascorse i primi sei anni della sua vita trainando slitte e piccoli carri su rotaie nella città di Nome che, nel frattempo, aveva visto i suoi giorni migliori svanire insieme all’oro nelle miniere, e nel 1925 era divenuta un anonimo centro di poco meno di 1.500 abitanti.

L’epidemia di difterite e la Grande Corsa della Misericordia

L’inverno a cavallo fra il 1924 e il 1925 si rivelò particolarmente rigido, e il Maynard Columbus Hospidal, l’unico ospedale di Nome, aveva a disposizione solo venticinque posti letto – un numero decisamente esiguo e non sufficiente a far fronte a un’epidemia.

L’unico medico della città, il dottor Welch, si era accorto che le riserve di antitossina per la difterite erano terminate, e aveva provveduto a inviare una richiesta per dei rifornimenti. Tuttavia, per ragioni mai del tutto chiarite, la nave che regolarmente trasportava le provviste per l’inverno a Nome aveva attraccato senza il carico di antitossina. Welch aveva inviato una seconda richiesta, ma prima che un’altra nave potesse giungere al porto della città, il freddo congelò il mare di Bering con una lastra di spesso ghiaccio che bloccò qualunque rotta di navigazione.

L’antitossina non sarebbe potuta arrivare fino allo scioglimento del ghiaccio, la primavera seguente

A dicembre, alcuni bambini giunsero all’ospedale con un forte mal di gola che il dottor Welch diagnosticò come una tonsillite, ma quando nelle settimane successive molti più bambini vennero contagiati e alcuni iniziarono a morire, il sindaco di Nome dichiarò lo stato di quarantena.

Il dottor Welch tentò di curare i bambini usando alcuni flaconi di antitossina scaduti, nella speranza che avessero ancora effetto, ma così non fu.

Per evitare la potenziale morte di tutta la popolazione di Nome, occorreva al più presto della nuova antitossina

Tuttavia, le condizioni climatiche e la posizione sperduta in cui si trovava Nome non permettevano né a navi né a treni né ai pochi aerei di raggiungere la città in sicurezza. Fu allora che l’amministrazione di Nome decise di tentare un’ultima, disperata via, e scelse di affidare la salvezza della città ai cani da slitta, chiedendo a Seppala di fornire i suoi husky siberiani – animali abituati alle basse temperature e dotati di grande senso dell’orientamento e di un olfatto straordinario, quasi pari a quello di un lupo.

Una cassa di cento chili di flaconi di antitossina era giunta alla città di Anchorage, e da lì era stata trasportata in treno fino alla vicina Nenana. Il tragitto che i cani avrebbero dovuto percorrere era di più di 670 miglia, a una temperatura di circa cinquanta gradi sotto zero; inoltre, il dottor Welch affermò che, al fine di preservare l’efficacia dell’antitossina, essa sarebbe dovuta giungere a Nome entro un massimo di sei giorni.

Vista di Nenana, fotografia di JKBrooks85 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Seppala – la cui figlia di otto anni, Sigrid, era a sua volta a rischio di contrarre la difterite – si offrì di partecipare alla missione in qualità di musher, e poiché non tutti i suoi cani erano stati addestrati per trainare delle slitte da corsa, propose di dividere il tragitto in venti tappe, dove ogni staffetta di cani avrebbe trasportato l’antitossina alla successiva.

Seppala, un esperto musher, avrebbe percorso il tragitto più lungo insieme al suo cane Togo; ma, quando Blto venne proposto come uno dei cani che sarebbe stato alla testa di una delle staffette, Seppala ebbe dei forti dubbi.

Balto aveva ormai sei anni e – questione più importante – era totalmente inesperto e da sempre considerato inadeguato per trainare una slitta, men che meno per condurre una muta di altri otto cani. Data la situazione d’emergenza, alla fine Seppala si lasciò convincere, ma decise che Balto avrebbe guidato la penultima staffetta, della lunghezza di soli 45 chilometri.

Il musher della squadra di Balto sarebbe stato il norvegese Gunnar Kaasen

I giornali e i media americani s’interessarono subito alla vicenda, documentarono attivamente la missione e rimasero per giorni con il fiato sospeso per quella che divenne nota come:

La corsa del siero di Nome o la Grande Corsa della Misericordia

Gli ultimi 85 chilometri

Seppala e Togo, dopo un viaggio colmo di incredibili peripezie che fu senza dubbio il più difficile della staffetta, consegnarono la cassa contenente l’antitossina a Charlie Olsen, che a sua volta lo avrebbe passato a Gunnar Kaasen e Balto, che li attendevano a Bluff. Il siero era stato trasportato da Nenana in un tempo record, ma molti cani avevano perso la vita.

Kaasen assicurò l’antitossina alla slitta e partì alla volta di Point Safety, dove avrebbe dovuto ricevere il cambio dall’ultima staffetta di cani, ma le condizioni climatiche precipitarono nel giro di poche ore.

Balto con Gunnar Kaasen nel 1925:

Una tempesta di neve si era abbattuta sull’Alaska, e la temperatura crollò. Kaasen perse l’orientamento, e finì al di fuori del percorso tracciato. Proseguì comunque, scegliendo di viaggiare di notte, ma finì all’interno di correnti di vento che gli fecero perdere il controllo della slitta, che si ribaltò:

Il siero finì sepolto nella neve

Disperato, Kaasen affondò le mani nella neve alla ricerca della cassa: sapeva che senza di essa tutti gli sforzi degli altri musher e degli altri cani sarebbero stati vani, che i bambini di Nome sarebbero morti e che l’epidemia si sarebbe diffusa in tutta l’Alaska.

A quel punto, Balto lasciò la testa della slitta e si avvicinò.

Iniziò a fiutare la neve, per poi prendere a scavare, riportando alla luce la cassa

Kaasen assicurò di nuovo il siero alla slitta, ma la tempesta si era fatta più violenta, tanto che l’uomo non riusciva neppure a vedere le proprie mani sollevate di fronte al suo volto. Decise di aspettare nella speranza che il tempo migliorasse, ma così non fu; Kaasen sapeva che, più il tempo passava, più rischiava di morire congelato e di condannare a morte tutti gli abitanti di Nome.

Comprese che, se voleva arrivare a Point Safety, doveva affidarsi completamente al fiuto del suo cane guida.

Kaasen rimontò sulla slitta e lasciò che fosse Balto a guidare lui e gli altri cani

Usando il suo fiuto eccezionale, Balto riuscì a ritrovare il percorso verso Point Safety, e condusse Kaasen e la slitta attraverso la tempesta e le correnti di vento, fino a che il musher non vide le luci della città.

Tuttavia, un’amara sorpresa li attendeva: Ed Rohn, il musher che avrebbe dovuto percorrere gli ultimi 40 chilometri verso Nome, era addormentato.

Timorose che il maltempo potesse uccidere i musher e causare la perdita dell’antitossina, le autorità di Nome avevano deciso di sospendere la corsa, ma non avevano potuto avvisare Kaasen, sperduto nel bush alaskano. Rohn non si aspettava il suo arrivo, e non aveva preparato i suoi cani; un ulteriore ritardo sarebbe stato fatale, così Kaasen decise di proseguire:

Sapeva, in fondo, che così facendo avrebbe probabilmente condannato a morte i suoi cani

Tuttavia, così non fu. Kaasen si affidò ancora una volta a Balto e alla sua guida, e il cane condusse la slitta e il suo musher sani e salvi a Nome, dove vennero accolti fra gli applausi e l’entusiasmo generale.

Balto era riuscito a guidare la sua slitta non attraverso uno, ma in due dei tratti più difficili e pericolosi della corsa del siero, portando la salvezza a Nome.

Hollywood e Central Park

La Grande Corsa della Misericordia si era conclusa con un lieto fine, e la copertura mediatica da parte della stampa statunitense portò subito a identificare Balto come l’eroe di Nome.

Folle di giornalisti si accalcarono in quella città sperduta dell’Alaska per intervistare Gunnar Kaasen e fotografare Balto, ghiotti di dettagli riguardo all’impresa e al suo eroe a quattro zampe. Tutte le autorità dell’Alaska volevano incontrare Balto e farsi fotografare con lui, e l’husky divenne l’idolo delle folle e il beniamino dei bambini.

Quest’ammirazione nei confronti di Balto iniziò a irritare gli altri musher: la corsa del siero di Nome era stata un’impresa collettiva, a cui avevano partecipato venti uomini e ben centocinquanta cani, molti dei quali non avevano più rivisto il luogo da cui erano partiti. Il successo, la fama e la gloria sarebbero dovute essere spartite in egual maniera, e molti erano infastiditi dal fatto che Balto, e di conseguenza Kaasen, fossero gli unici a essere al centro dell’attenzione.

Leonhard Seppala covava forse più rancore di tutti gli altri: era stato lui a coprire il tragitto più lungo , e avrebbe voluto che il merito della riuscita dell’impresa venisse attribuito al suo cane, Togo.

Leonhard Seppala con la sua muta di cani:

L’irritazione crebbe di pari passo con il sempre maggiore interesse da parte dei media, che in breve tempo assunse connotazioni morbose e a tratti grottesche. Kaasen, Balto e gli altri otto cani della muta vennero invitati a Hollywood, a Los Angeles, per partecipare alla produzione di un documentario sulla corsa del siero di Nome.

Balto venne trattato come una celebrità, al punto che gli fu assegnata una stanza nel lussuoso Millennium Biltimore Hotel e venne fatto partecipare a sessioni fotografiche in compagnia di personalità dello spettacolo e divi del cinema.

La statua di Balto, situata a Central Park , New York. Fotografia di Tony Hisgett condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Il documentario fu un enorme successo commerciale, e spinse la più grande compagnia proprietaria di sale teatrali americane a ingaggiare Kaasen, Balto e gli altri otto cani per una tournée in tutti gli Stati Uniti. Il pubblico americano era avido di notizie su Balto, e desiderava vederlo in carne e ossa, non più solo dietro uno schermo, e quello che era diventato “il cucciolo più amato d’America” iniziò a venire ospitato e fatto esibire in spettacoli di vaudeville.

In tutti gli show, Kaasen, Balto e gli altri cani si limitavano a essere condotti sul palscoscenico, dove dovevano restare per tutto il tempo che il pubblico pagante avrebbe desiderato. Lo “spettacolo” da loro offerto era sempre lo stesso: mangiare una torta gelato, uno stereotipico e buffonesco riferimento alla loro origine alaskana.

La tournée durò un anno e mezzo, e il suo culmine avvenne a New York, dove la città decise di rendere omaggio a Balto erigendo una statua in suo onore a Central Park.

La targa recitava: “Dedicato all’indomito spirito dei cani da slitta che trasportarono l’antitossina per seicento miglia, su ruvido ghiaccio, attraverso acque pericolose, in mezzo alle bufere artiche da Nenana, per portare sollievo alla malata Nome nell’inverno 1925. Resistenza. Fedeltà. Intelligenza”.

Nonostante la statua fosse stata dedicata a tutti i cani da slitta che avevano partecipato alla Grande Corsa della Misericordia, fu Balto a posare per lo scultore d’animali più famoso degli Stati Uniti, Frederick Roth, e fu solo Balto a partecipare come ospite d’onore, accompagnato da Kaasen, alla cerimonia d’inaugurazione della scultura a Central Park, di fronte a una folla di quasi ventimila persone.

Scultura di Frederick Roth. Fotografia di Uris condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Togo e la partenza di Kaasen

La statua a Central Park fu il colpo definitivo per Leonhard Seppala. Gunnar Kaasen era divenuto famoso, gli era stata conferita una medaglia e aveva recitato in un documentario, mentre gli altri musher erano stati dimenticati; ma ciò che irritava maggiormente Seppala restava la fama di Balto, che giudicava immeritata.

Togo nella Corsa del Siero aveva percorso 146 km in un tratto difficilissimo contro i circa 85 di Balto

Seppala nutriva un profondo affetto e un forte legame con Togo, il cane che aveva guidato la sua muta. Togo rappresentava il lavoro di una vita: nato come un cucciolo malato, era cresciuto insieme alla famiglia Seppala diventando un cane forte e un vero campione nella corsa delle slitte; quando era stato scelto per guidare il tratto più lungo della corsa del siero, Togo aveva già dodici anni, e Seppala era convinto che non ce l’avrebbe fatta ad arrivare vivo a Nome.

Seppala era intenzionato a dare al suo eroe a quattro zampe tutto il successo che riteneva essergli stato rubato da Balto, e impiegò tutti i mezzi a sua disposizione per realizzare una personale tournée a New York con Togo e i suoi cani.

Seppala contattò una sua vecchia conoscenza, quel Roald Amundsen grazie al quale aveva ottenuto i suoi primi cani, e gli chiese d’intervenire. Amundsen era stato una figura importante nell’Età Eroica dell’Esplorazione Antartica, ed era visto come un mito da Gunnar Kaasen, norvegese come lui.

Nell’ottobre 1926 Seppala, Togo e una squadra di cani partirono per un tour che andava da Seattle a Washington sino alla California; Seppala e Togo attrassero grandi folle negli stadi e nei grandi magazzini, e apparirono persino in una campagna di sigarette Lucky Strike. A New York, Seppala guidò la muta dei cani dai gradini del municipio lungo la Fifth Avenue e attraversò Central Park. La muta apparve più volte al Madison Square Garden dove il 30 dicembre Togo ricevette una medaglia d’oro da Roald Amundsen.

L’impresa di dare il giusto merito a Togo poté quindi considerarsi compiuta, ma Seppala sapeva bene che, finché Balto fosse rimasto sotto i riflettori, Togo non avrebbe avuto lo spazio che egli riteneva gli spettasse nei cuori del pubblico.

Balto andava tolto di mezzo

Amundsen non rivelò a Kaasen del piano di Seppala, ma si limitò a consigliargli di tornare in Alaska – forse avendo notato le condizioni fisiche e psicologiche in cui il musher di Balto si trovava.

Kaasen aveva trascorso a Nome quasi tutta la sua vita: una vita semplice, fatta di lavoro e corse con le slitte. Non era abituato a viaggiare, alle luci e ai lussi di Hollywood e di New York, aveva un carattere riservato, e dopo un anno e mezzo lontano da casa era profondamente stanco e soffriva di nostalgia.

Kaasen seguì immediatamente il consiglio di Amundsen ma sapeva altrettanto bene che non avrebbe potuto riportare con sé i cani in Alaska.

Kaasen partì con la morte nel cuore, parzialmente sollevato poiché la compagnia che si stava occupando della tournée gli aveva promesso che i cani sarebbero stati affidati a persone esperte che avrebbero saputo prendersi cura di loro.

Tuttavia, così non fu

Balto e gli altri otto cani della muta vennero messi all’asta e venduti al miglior offerente. Dopodiché, di loro si persero le tracce per i successivi due anni.

Il Museo da Dieci centesimi

All’inizio del 1927, un uomo d’affari di Cleveland, George Kimble, stava passeggiando per uno squallido quartiere di Los Angeles, quando venne attirato da un cartello che mostrava il ritratto di Balto.

Kimble rimase stupefatto, poiché il cartello si trovava all’entrata del Dime Museum, uno dei cosiddetti musei da dieci centesimi di Los Angeles. I musei da dieci centesimi erano considerati il punto più basso del mondo dello spettacolo: si trattava di edifici fatiscenti dove, pagando solo dieci centesimi di biglietto, si poteva assistere all’esposizione di oggetti o persone considerati strani, grotteschi o macabri.

Kimble aveva sentito parlare di Balto e della sua fama, e mai si sarebbe aspettato di trovare il cane eroe di Nome esposto in un museo da dieci centesimi. Pagò il biglietto e venne condotto dal proprietario del Dime Museum, Sam Houston, in una stanzetta sul retro dell’edificio; qui, Kimble si trovò di fronte a uno spettacolo straziante.

Balto e gli altri cani della muta erano incatenati al muro, in uno spazio troppo stretto in cui il caldo era soffocante. In quei due anni, gli animali erano stati maltrattati, erano denutriti e disidratati, e in quei due anni avevano contratto la scabbia; due dei cani della muta non erano sopravvissuti.

Kimble rimase sconvolto dalle condizioni di Balto e degli altri cani, e dalla tristezza nei loro occhi. Uscì immediatamente dal Dime Museum e contattò un suo amico, l’editore del Cleveland Plain Dealer, raccontandogli l’accaduto.

Il giornale prese a cuore la questione, e avviò una campagna di raccolta fondi: l’obiettivo era raggiungere la cifra necessaria per comprare Balto e gli altri cani e portarli a Cleveland.

L’intera città si mobilitò, inviando parte dei propri risparmi oppure offrendo donazioni e spiccioli a ristoranti e locali che aderirono al progetto.

Infine, nel marzo 1927, Balto e i suoi compagni vennero liberati

Il Brookside Zoo

L’arrivo a Cleveland dei cani fu accolto da quindicimila persone, che si radunarono nelle strade della città per assistere al passaggio di una slitta: fu l’ultima corsa di Balto.

I sette cani vennero trasferiti al Brookside Zoo – oggi divenuto il Cleveland Metroparks Zoo – in uno spazio recintato, a forma di mezzaluna, in cui erano stati piantati un albero e dell’erba e in cui gli animali potevano correre e vivere un’esistenza serena, nutriti e curati dal personale dello zoo.

I visitatori erano autorizzati ad avvicinarsi alla gabbia e a giocare con i cani. Balto ricevette quasi tutti i giorni la visita di molti bambini, che gli accarezzavano il muso e la pelliccia, lo coccolavano e giocavano con lui, e trascorse al Brookside Zoo i successivi sei anni in serenità.

Il cane morì all’età di quattordici anni, quando contrasse un’artrite che in poco tempo gli impedì di muoversi. Il veterinario dello zoo comprese che non sarebbe mai più riuscito a guarire, e decise di somministrargli l’eutanasia.

Balto morì nel sonno, dopo una vita eroica e ultimi anni felici

Per rispetto nei confronti dell’impresa che aveva compiuto, i proprietari dello zoo non vollero disfarsi del suo corpo, e decisero d’imbalsamarlo e di esporlo al Museo di Storia Naturale di Cleveland – in ricordo del suo atto eroico nella corsa del siero di Nome.

Balto al Museo di Storia Naturale di Cleveland. Fotografia di Scaranol condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

L’impresa di Balto e Togo, ma anche di tutti gli altri cani da slitta, rimane una storia che ispirò moltissime persone. Il successo ottenuto da Balto andava realmente condiviso con gli altri cani, in primis Togo che era senza dubbio quello che aveva affrontato il tratto più lungo e difficile, ma le invidie e le gelosie degli uomini non erano responsabilità degli animali che, dimostrando incredibile forza, riuscirono a portare a termine la missione.

Dalla vicina è stato tratto un celebre film Amblimation, “Balto” del 1995, in cui l’antagonista Steele rappresenta la parodia di Togo. Nel 2019, per restituire veridicità storica alla vicenda, è stato realizzato il film Disney “Togo – Una grande amicizia”, con William Dafoe nei panni di Seppala, e che ripercorre il cammino che affrontarono il musher e il suo anziano cane.

Andrea Vittoria Apostolo
Andrea Vittoria Apostolo

Nata e cresciuta in Piemonte, si laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia a Milano. Attualmente vive e lavora a Manchester. Da sempre crede che ogni luogo meriti di essere scoperto e che ogni storia valga la pena di essere raccontata