A cinque anni d’età, Peggy-Jean Montgomery è una bambina sicuramente ricchissima ma probabilmente non felice, dopo aver già recitato in 150 cortometraggi e tre film.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Peggy-Jean Montgomery – 1922

A sette anni è nella lista nera di Hollywood, respinta da quegli stessi studios che l’avevano fatta lavorare per sei giorni alla settimana, otto ore al giorno. Perché Baby-Peggy, come veniva chiamata, si era trasformata in una miniera d’oro per la Century Film Corporation prima e per gli Universal Studios poi, e soprattutto per i suoi genitori, in particolare per il padre, che amministrava il suo patrimonio. La piccola star del cinema muto guadagnava qualcosa come un milione e mezzo di dollari all’anno, pari all’incirca a 22,4 milioni di dollari del 2019.

Baby Peggy in The Family Secret – 1924


Quella di Peggy-Jean, nata il 29 ottobre 1918, è una carriera precocissima, nata per puro caso: il regista Fred Fishback nota quella bambina, di appena 19 mesi, che con la madre è in visita agli studi della Century Film. Lo colpisce perché sembra già molto educata e particolarmente docile, pronta a obbedire a quello che il padre, Jack Montgomery, le dice di fare. L’uomo ha una certa esperienza, per aver lavorato come stuntman nei film western e come controfigura del celebre attore Tom Mix.

Baby Peggy con una bambola Baby Peggy – Giugno 1922


Dopo il successo del primo cortometraggio, Baby-Peggy viene messa sotto contratto, per un lungo periodo, dalla Century Film. Tra il 1921 e il 1924, la bambina recita in quasi 150 cortometraggi di vario genere, con storie tratte da romanzi o favole, ma anche in rifacimenti in chiave comico-satirica di film interpretati dalle star dell’epoca.

Baby Peggy in The Kid Reporter – 1923


Nel 1924 è la protagonista del lungometraggio Captain January (poi rifatto da Shirley Temple), ed è probabilmente all’apice del suo successo: riceve oltre un milione di lettere, alle quali rispondono cinque donne assunte proprio per quello scopo. Intanto esce una serie di bambole Baby Peggy (ne aveva una anche Judy Garland) e altri gadget ispirati a lei.

Suo padre, sua madre e la sorellina di poco più grande campano grazie al suo straordinario successo: vivono tutti in una grande casa a Beverly Hills, con una limousine (e relativo autista) sempre pronta per le esigenze della piccola e uno stuolo di cameriere a soddisfare i suoi desideri (o forse quelli dei genitori). Sempre nel 1924 viene scelta come mascotte per la Democratic National Convention, durante la quale tiene la bandiera degli Stati Uniti a fianco del futuro presidente Franklin D. Roosevelt.

L’anno successivo la situazione è completamente cambiata.

“La mia carriera era finita. A 7 anni” racconterà poco prima di morire, lo scorso febbraio, Peggy-Jean Montgomery, che ormai da molti anni aveva cambiato nome in Diana Serra Cary.

La sua è probabilmente la prima drammatica storia, insieme a quella di Jackie Coogan, dei tanti bambini vittime dello showbitz: un momento prima sono sulla vetta del mondo, e l’attimo dopo sono caduti in fondo a un burrone, dal quale è difficile risalire.

Il lusso e la ricchezza di quegli anni da baby-star hanno un costo elevatissimo. Baby-Peggy non sa cosa voglia dire essere una bambina normale: non va a scuola, non ha amichette, frequenta solo gli studi cinematografici, dove lavora agli stessi ritmi di un adulto, con pochi controlli da parte di chi dovrebbe preoccuparsi per lei. Gira in prima persona scene pericolose: viene tenuta sott’acqua nell’oceano finché non perde conoscenza (Sea Shore Shapes), scappa da una stanza in fiamme dov’era stata lasciata sola (The darling of New York) e altro ancora.


A riscuotere i guadagni di Baby-Peggy sono ovviamente i genitori, che spendono tutto, come se “Hollywood fosse per sempre”. E invece no, non solo la mecca del cinema non era per sempre, ma nemmeno per pochi anni ancora. Nel 1925 Jack Montgomery litiga con il produttore della figlia, Sol Lesser: un milione e mezzo di dollari non è sufficiente e lui pretende un aumento. Per tutta risposta Lesser annulla il contratto e Baby-Peggy si ritrova sulla lista nera di Hollywood.

Baby Peggy smette di fare cinema così, da un giorno all’altro, ma non smette di lavorare: tra il 1925 e il 1929 diventa un’artista di vaudeville che viaggia senza sosta in America e in Canada, sempre con la famiglia al seguito, sempre mantenuta da lei. Senza più i compensi del cinema il suo patrimonio, che ammontava a circa due milioni di dollari, si esaurisce nel giro di due anni tra “hotel, auto di lusso e viaggi”.


Dopo una breve parentesi rurale nel Wyoming, nel 1932 i Montgomery tornano a Hollywood, sperando che Peggy possa riprendere la sua carriera nel cinema.

Nei cinque anni che seguono la ragazzina gira qualche film, ma il successo ottenuto da bambina è un lontano ricordo. I tempi sono cambiati, il muto ha lasciato il passo ai film sonori, che richiedono un altro tipo di recitazione. Molto anni dopo Peggy confesserà: “Avevo la sensazione di essere anziana a 15 anni”.

Sono anni nei quali i Montgomery devono chiedere, per mangiare, l’aiuto di un’organizzazione di beneficenza rivolta proprio a gente di spettacolo in difficoltà. Finalmente poi qualcuno si accorge che Peggy dovrebbe anche andare a scuola, e così la ragazza inizia a frequentare la Lawlor Professional School, un istituto con orari flessibili pensato proprio per le esigenze degli attori-bambini, dove conosce Judy Garland, che in seguito pagherà caro il suo successo precoce.

Finalmente, anche i genitori si arrendono alla necessità di lavorare e Peggy, nel 1938, si ritira definitivamente dalle scene, con suo grande sollievo. Lo stesso anno si sposa con un attore, Gordon Ayres, e per mettere una pietra sopra al passato cambia il nome in Diana Ayres. Sono di nuovo anni difficili, con il marito che arrotonda facendo il barista, e lei che non trova lavoro lì a New York, dove vivono in una camera ammobiliata e, pare, hanno poco da mangiare.

La vita va comunque avanti, Diana divorzia e poi si risposa, e finalmente assume il suo ultimo nome, Diana Serra Cary. Intanto cambia anche molti mestieri: centralinista, libraia, direttrice in un negozio di articoli da regalo. La sua passione però è un’altra, scrivere, soprattutto per programmi radiofonici. Il fantasma di Baby Peggy però la perseguita, nessuno la prende sul serio quando viene fuori che Diana è la piccola star del muto di tanti anni prima.

Diana Serra Cary nel 2012

Immagine di Gazebo via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Ci sono voluti anni, e tanti rospi ingoiati in silenzio, perché i media e il mondo dello spettacolo la smettessero con l’atteggiamento di superiorità, quando non di derisione, nei confronti di quella donna che non riusciva a scrollarsi di dosso l’etichetta di baby-star.

La sua vera carriera, quella scelta da lei, è di scrittrice, prima per riviste e poi di libri sul mondo dello spettacolo, come storica del cinema: dalla realtà degli stunt-man a quella degli attori-bambini fino alla sua autobiografia. A 99 anni pubblica il suo primo romanzo e a 100 partecipa a un documentario sulla vita degli attori-bambini. E pensare che lei, a 15 anni, si sentiva già anziana…


Diana Serra Cary muore il 24 febbraio 2020 a 101 anni e forse, al momento del trapasso, non si sentiva tanto anziana come 86 anni prima, quando era stata catapultata fuori dal mondo dello spettacolo.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.