Bruxelles è la diapositiva di qualcun altro.

Il sabato e la domenica mattina, il volume delle voci si alza, per accaparrarsi abiti senza bottoni, lampade senza lampadine, macchine fotografiche senza pellicole e la vista si aguzza, per appropriarsi di oggetti mutilati, imperfetti o abbandonati che, in questa città, non muoiono mai.

Per i più svariati motivi, piccoli pezzi di vite si ritrovano in alcune delle piazze più caratteristiche della capitale belga, e poco importa se sono disposti con una perfezione quasi maniacale o se vengono semplicemente accatastati affianco alle radici di un albero.
Le centinaia di oggetti dimenticati, regalati o lasciati perché è mancato il coraggio di buttarli veramente, qui vengono venduti ad un prezzo irrisorio, spesso a peso e si preparano ad entrare in nuove tasche, nuove borse e nuove case, lontano da dove la loro storia era destinata a terminare.

La “cosa” che siamo ormai abituati a considerare come effimera, di breve durata e facilmente sostituibile, è l’indiscussa protagonista di quel mercato dell’usato al Sablon o a Jeu de Balle, che prende le sembianze di un grande contenitore di esistenze che si stratificano, si soppiantano, ma non si perdono nel tempo.

Un carrello di diapositive di una vacanza estiva, probabilmente in Italia: il colore dei costumi da bagno, della sabbia e dell’acqua è falsato sulla gelatina, dove non è che una percentuale di trasparenza. Tra le tante ne scelgo una, senza pensarci due volte: la linea che separa l’acqua dalla terra è leggermente storta e non è assolutamente possibile capire che luogo rappresenti.

Quell’immagine ha al suo interno e alle sue spalle una storia che non conoscerò mai e che forse è andata persa anche per chi l’ha vissuta davvero. Quell’immagine però, nel momento in cui l’ho comprata, non è più la stessa perché è entrata a far parte del mio racconto e acquisterà nuovi connotati, nuovi significati e conterrà nuovi ricordi.

Bruxelles è come lei o forse è lei che è come Bruxelles: qui non c’è una destinazione o una certezza che tutto resti sempre com’è; quello che impari è che durante il tuo passaggio in questa città ti troverai a cambiare casa, ti sarà concesso di conoscere persone solo per alcuni attimi e ti ritroverai a comprare cose che non potrai poi portare con te e che quindi diventeranno di altri, trasformandosi inevitabilmente in qualcos’altro.

Cristina Bargna
Cristina Bargna

Junior industrial designer ossessionata dagli oggetti e dalla loro storia. Dopo anni da pendolare tra Como e il Politecnico di Milano sono partita per Venezia. Otto mesi per imparare come non perdermi tra le calli e vivere la mia passione per le arti visive. Riempio agende con parole o disegni per paura di dimenticare. Conservo dettagli, biglietti di treni, concerti, musei e faccio fotografie con la macchina usa e getta per non poter controllare il risultato. Uso la penna per scrivere immagini e per cercare di capire cosa voglio fare da grande. Adoro i colori primari, le poesie di Wislawa Szymborska e i film di Wes Anderson.