«A quale dolore sono destinato?»

A un amore folle. Pieno. Che fonde e confonde.

Questa è la storia di un uomo e una donna che portarono scolpito dentro quell’amore che diventò triste e oscuro destino. Questa è la storia di Camille Claudel e Auguste Rodin.

Sotto, Camille Claudel nel 1884, fotografo sconosciuto:

Non conosciamo con esattezza la data d’inizio. Era il 1886 quando Rodin disperato scrisse alla sua amata Camille quelle parole (A quale dolore sono destinato?). Forse avevano litigato, ancora una volta, magari per la stessa cosa. Ma Camille quella volta decise di allontanarsi da Auguste. Sentiva che non ce la stava facendo. La situazione si stava complicando. Rodin era un uomo impegnato e Camille lo voleva solo per sé. La biografa di Rodin, nel 1936, non toccò mai la questione Camille, limitandosi a sfiorare l’argomento e tracciando quell’amore così indispensabile per Rodin come “una grande passione”.

Forse il nome di Camille avrebbe avuto il potere di distruggere la fama di un artista tanto amato dalla borghesia?

Ma nelle lettere che scriveva alla giovane e bella allieva-amante, Rodin è uomo innamorato e, se lei manca, disperato.

Sotto, Rodin nel 1891, fotografato da Nadar:

Quando Camille incontra il suo maestro ha 18 anni. È bella, fiera, il suo sguardo pieno di vita. È decisa ad affermarsi come scultrice, come donna e artista. A Parigi si sente libera, libera di osare ed essere se stessa. E lo è, contro tutti e contro il suo tempo. Si iscrive all’Accademia Colarossi che nel frattempo aveva aperto anche alle donne. A seguire inizialmente la giovane Camille è Alfred Boucher, scultore affermato. Boucher riconosce subito il talento di Camille e per questo la presenta all’amico e collega Paul Dubois. Dubois, osservate le opere in argilla di Camille, esclama stupefatto: “Ma voi avete preso lezioni da Rodin!”. Non ancora. Camille e Auguste ancora non si conoscono, non si sono mai visti né in carne né in argilla.

Sotto, Alfred Boucher:

Dunque un amore sbocciato ancor prima di vedersi una sola volta?

Rodin ha 43 anni e Camille, donna di polso, sa bene che deve darsi da fare. Il suo talento e il suo lavoro non tardano a darle piccole soddisfazioni professionali, e inizia a esporre a ciclo continuo. Con l’aiuto del padre, l’unico familiare che la sosterrà fino alla morte, affitta un piccolo studio che in seguito ospiterà anche alcune amiche scultrici. Boucher verrà spesso a visionare i suoi lavori, ma potrà farlo ancora per poco: dovrà lasciare Parigi per andare in Italia. A questo punto deve provvedere a un tutor per la giovane Camille.

Chi meglio di Auguste Rodin?

Così inizia l’avventura, la più grande della sua vita, presso la scuola del Maestro. Monsieur Rodin resta riservato, (forse timido di fronte alla sua bellezza?) ma autoritario. Mademoiselle Camille vuole imparare quanto più possibile, e basterà poco tempo affinché il maestro riconosca il suo genio. Basterà poco affinché si riconoscano l’uno come lo specchio dell’altra. Il maestro a questo punto la vuole spesso come modella, sebbene il suo atelier pulluli di allieve. Non ci riesce difficile immaginarli in quello spazio che separa l’argilla di Rodin e la carne di Camille come già amanti inconsapevoli.

Ma c’è la compagna di sempre, Rose Beuret

Sotto, Rose Beuret:

Rodin non può lasciarla, ma sa che la sua mente e tutto se stesso respirano solo per Camille. Il suo è un amore intenso, genuino, che rifiuterà però per tutta la vita. Nelle lettere che scriverà a Camille emerge la paura e la disperazione che lo assale all’idea di perderla. Camille è vista come gioia e dolore: lei può scegliere di stare o di andare. Camille è impulsiva e impetuosa e spesso sceglie di andare. Ma lo fa perché vorrebbe che Auguste fosse soltanto suo. In questa lontananza Rodin si sente di morire, gli manca l’altra metà: se all’inizio le loro opere si somigliano, nella loro passione e nel loro ardore si fondono come frutto di una sola mente, una sola anima.

Sotto, “La Valse” di Camille Claudel, 1883-1905. Museo Rodin di Parigi. Fotografia di Philippe Alès condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia:

Camille nel silenzio che spesso rimanda in risposta a Rodin inizia a sentire che qualcosa le sfugge di mano: non sarà lei la scelta di Auguste. Rodin seguirà le sue angosce e quanto più possibile le si avvicinerà. Nel 1886 affitta in boulevard d’Italie una casa, quella che chiameranno La Folie Neubourg, un nido, una tana, un’oasi, una protezione, per lavorare soli, per creare soli, per amarsi liberamente. Qui Camille completerà un’opera importante, Sakuntala, del 1888.

Ma qualcosa inizia a dilatarsi

Quella somiglianza della loro arte che è diventata fusione, dove non si riconosce più il maestro dall’allieva, la rende nervosa. Camille vuole vedersi, vuole affermarsi e farsi riconoscere dal suo pubblico. Sta lottando ma più crea più è un tutt’uno con Rodin. Dal 1893 è lontana da Rodin e nel 1898 Rodin lascerà l’appartamento. Camille è sempre più disperata, vuole riprendere se stessa e si rincorre nell’animo.

Il Pensatore, di Rodin, al museo omonimo di Parigi:

Deve prendere una decisione: porre fine a quella storia, per sempre

Sarà una rottura lunga e difficile. Rodin soffre. Camille impazzisce. Si chiude in se stessa. Iniziano le sue manie di persecuzione. E quell’arte fusa a quell’uomo, nei suoi deliri ne è la colpa. Vede in lui l’unico responsabile e l’unico carnefice. Scolpisce e crea, ma crea e distrugge lasciando frammenti e schegge sul pavimento. Nell’arte che è voce dell’animo forse sa che non riesce a staccarsi da Auguste. Non c’è più rimedio. Camille è precipitata nel buio di se stessa e di quell’amore che un tempo le fu vita e arte, ma che ora le lascia soltanto incubo e morte. Finirà, molti anni dopo, rinchiusa in manicomio, ma piace ricordarla per quello che raggiunse nella pienezza della sua vita: seppe indagare l’animo umano e scolpirne i sentimenti più profondi. Nel buio della sua inquietudine, diventò invisibile. Quando morì, lo fece in silenzio, ancora all’ombra del suo amore, del suo Rodin.

Categorie: Arte e Design

Miriam De Vita

Miriam De Vita

Giornalista, mi affascinano il mistero, l’arte; coltivo la scrittura come mezzo per scoprire e indagare il fondo di ogni cosa. Scrivo di vino per lavoro e passione, di donne e uomini per diletto