Arthur Rimbaud: la fiammante esistenza del “veggente” dalle suole di vento

Aveva gli occhi azzurrissimi, così chiari da sembrare trasparenti, come una gemma acquamarina.

Mi era apparso davanti dal nulla, come si fosse materializzato all’improvviso. Quindici anni sì e no, in mano stringeva una baguette che addentava con grande voracità e, intanto, mentre bofonchiava parole da una lingua incomprensibile – forse francese – aveva iniziato a sputarmi addosso croste di pane miste a pezzi di prosciutto.
Ce l’aveva proprio con me! Non col mio accompagnatore e nemmeno con i passanti, che sembravano non accorgersi assolutamente di nulla.

“Ma che vuole questo?” pensavo, indietreggiando di qualche passo per metterlo meglio a fuoco. Indossava abiti che sembravano gocciolati fuori dal tempo, aveva occhi sgranati e un timbro di voce acuto e molto sgradevole. E intanto continuava a bofonchiare, puntando al mio sguardo attonito con le radiazioni mortali delle sue iridi color ghiaccio, quasi avessimo un vecchio conto in sospeso.

“Ma che vuole questo?” continuavo a pensare; ma ero spaventata, stranita, come in preda a una visione di cui non capivo ne l’inizio ne la fine; come quando ci si sta per svegliare da un sogno ma qualcosa si ostina a tenerci ancora agganciati a Morfeo e alle sue leggi.

Il tempo di due colpi di palpebre, e quella giovane creatura posseduta era svanita con la stessa velocità con la quale era apparsa.

Era il 2010. Attraversavo Rue de Moulin, la strada che da Place Ducal porta dritta al Musée Rimbaud. Mi trovavo a Charleville, cittadina delle Ardenne francesi al confine con il Belgio, nota principalmente per aver dato i natali ad uno dei massimi esponenti della poesia moderna: Jean Nicolas Arthur Rimbaud.

ingresso della casa natale di Rimbaud al civico 12 di rue Beregovoy a Charleville (fotografia di Daria Cadalt)

È il 2023 e mi imbatto in uno strano documentario in cui un appassionato collezionista di vinili e letteratura rock – tal Bruno Bigoni, già regista, sceneggiatore e produttore cinematografico di nota fama – paga 5000€ per una presunta fotografia inedita del poeta. Risale al 1891, periodo in cui questo si trovava in convalescenza in un ospedale di Marsiglia dopo aver subito l’amputazione di una gamba.

La passione per il personaggio e per la sua opera sono talmente viscerali, che il collezionista decide di spingersi fino alla sua città natale alla ricerca di probabili discendenti che possano confermare l’identità del soggetto della foto.

Ed è proprio ripercorrendo quelle strade in TV che, dal basso del mio divano sfondato, nell’ascoltare la celebre frase Chi mi ha incontrato non mi ha visto – un verso di Rimbaud oltre che il titolo del documentario in questione – ho un fortissimo sussulto! Quelle 7 parole  iniziano a rimbombarmi nella testa come una jam session di percussionisti per niente sincronizzati: che non abbia avuto io stessa quell’identica visione cieca, ormai più di una decade fa? Che quel ragazzino sguaiato comparso dal nulla non fosse proprio Arthur Rimbaud, materializzatosi per comunicarmi – seppur in modo non proprio elegante – il segreto per raggiungere l’ignoto, la chiave per riuscire a “farsi veggenti”?

L’attuale Musée Rimbaud a Charleville (fotografia di Daria Cadalt)

Se interessarsi alla poesia “d’avanguardia” è come ritrovarsi continuamente preda del più spietato incantesimo della Fata verde, allora questa, come la breve esistenza di Arthur Rimbaud, è talmente eccezionale che non può non essere raccontata. Quindi tenetevi pronti che si parte per un bel viaggio, non prima di aver ordinato assenzio per tutti…

Originario di Charleville dove nasce il 20 ottobre del 1854, il giovane Arthur non somiglia certo al Lucifero che la sua stessa reputazione suggerisce: folta chioma biondo miele, occhi di un azzurro sensazionale, lineamenti delicati e figura slanciata, Verlaine lo definirà “un angelo in esilio” e quando lo incontra per la prima volta, nel 1871, lo descrive così:

Mani e piedi grandi, visetto da bimbo che potrebbe avere tredici anni, occhi azzurri profondi! Ha un carattere più ribelle che timido, e un’immaginazione che unisce un fervore unico a un’innocenza inaudita…

Quasi come un segno del destino, la casa in cui viene alla luce si trova proprio sopra a una libreria – il suo luogo prediletto per tutta la vita – e il cognome “Rimbaud” ha la stessa etimologia dell’antica parola “ribaldo”, che significa “libertino”.

Arthur Rimbaud adolescente in una foto di Etienne Carjat (dicembre 1871)

Quando ha solo sei anni suo padre – un comandante dell’esercito francese – fa perdere definitivamente le sue tracce per via dei continui litigi con la moglie Vitalie, una contadina fredda, bigotta e insopportabile sotto numerosi punti di vista. Ossessionata dalla religione e dalla morte, pare incomba come una figura asfissiante e oscura nella vita dei figli. Tipo la “madre mostro” di Ed Gein, che per chi non lo sapesse è il serial Killer a cui ci si è ispirati per il personaggio di Letherface in Non aprite quella porta. Gradevole come un cucchiaino di sale nel caffè di prima mattina insomma.

Apostrofata dallo stesso Arthur come “The mother”, di lei si dice che fosse talmente ossessionata dalla morte che, verso i settantacinque, avesse incaricato il becchino del paese di calarla un paio di volte alla settimana nella tomba di famiglia allo scopo di passare qualche ora in totale assenza di luce e rumore, per assaporare un antipastino della tanto agnognata fine eterna.

Ed è proprio per questo suo essere gretta e bigotta ai limiti del macabro che molti studiosi del poeta convengono sulla teoria che, la consapevolezza di non essere stato amato abbastanza da bambino, abbia portato il Rimbaud adulto a dedurre di meritare disinteresse al punto da spingersi a sollevarsi contro il suo stesso giudice, ovvero la sua famiglia, scappando da essa ogni qualvolta ne avesse l’opportunità. La realtà è che Arthur non taglierà mai il cordone con sua madre e con le sue origini, facendo spesso ritorno nella fattoria di famiglia, soprattutto nei momenti clou della sua vita – come quando scriverà Una Stagione all’inferno e Illuminazioni – spinto quasi da un bisogno di protezione infantile che non l’abbandonerà fino alla fine dei suoi giorni.

La prima edizione del manoscritto pubblicata nell’ottobre 1873 (fonte Wikipedia)

In casa comunque sono rimasti in cinque: quattro bambini e una donna sola che deve occuparsi di tutti. Nonostante la terra sia arida e abbia bisogno di forza lavoro, il giovane Arthur non ha proprio il tempo per lavorare perché deve studiare. È un allievo modello lui, un vero prodigio sin dai tempi della scuola d’infanzia. Avete capito bene: lo sporco, trasandato, insolente giovincello che abiterà i caffè parigini appena pochi anni dopo, che urinerà dai tavoli e sputerà fango – e chissà cos’altro! – sui poeti “borghesi” e su un mondo fatto di ipocrisie letterarie e concetti preconfezionati, durante la sua infanzia è l’idolo assoluto dei presidi, e vince numerosi premi di composizioni in latino poichè trascorre ore ed ore chiuso in biblioteca a studiare la metrica classica.

Assieme a Giovanni Pascoli, Rimbaud è infatti considerato uno dei più grandi esperti della poesia latina. I suoi primi componimenti, risalenti per altro alla primissima adolescenza, sono caratterizzati da una conoscenza, una consapevolezza dell’uso della lingua e della metrica assolutamente straordinarie. Come la scelta di comporre in alessandrini rimati, capacità che avevano in pochi scrittori navigati, figuriamoci i ragazzini.

Comunque la sua giovinezza diventa leggendaria soprattutto perché, quando compie sedici anni – siamo in pieno conflitto tra Francia e Prussia, la stessa Prussia che diventerà quella grande potenza che prenderà il nome di Bismarck e che metterà KO Napoleone III, sfavorito anche dai movimenti rivoluzionari ad opera dei comunardi – iniziano le sue celeberrime fughe, rigorosamente a piedi, da Charleville verso Parigi.

Nella capitale della poesia post baudeleriana i cosiddetti poeti della nuova scuola “parnassiana” restano totalmente ammaliati dalla bellezza e dalla novità dei suoi scritti, in contrasto con l’irruenza e la selvatichezza dei modi che contraddistinguono la persona.

Rimbaud e Verlaine in un dipinto di Henri Fantin-Latour del 1872

Intanto in quei giorni Rimbaud si lega al poeta Paul Verlaine in un amore destinato a dare scandalo. La loro relazione sarà fondamentale per il bagaglio di esperienze che Arthur accumulerà e che lo convinceranno che la poesia, come la si è sempre conosciuta, in realtà non esiste.

Già nel 1870 diceva ai suoi amici di Charleville che avrebbe scritto in un linguaggio totalmente nuovo e rivoluzionario. E nella lettera cosiddetta “del Veggente” (Lettre du Voyant) inviata all’amico Paul Demeny il 15 maggio del 1871 – ad oggi considerata il primo vero manifesto dei movimenti d’avanguardia letteraria – il giovane espone le sue teorie rivoluzionarie sull’influenza del poeta sull’umanità:

«Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza […] Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di ogni altro egli giunge all’ignoto, e anche se, sconvolto, dovesse finire per perdere l’intelligenza delle sue visioni, le avrebbe pur sempre viste!»

Nel 1871 Paul Verlaine – sposato, con un figlio appena nato e più vecchio di Rimbaud di dieci anni – dietro a quell’inconfessabile peccato dagli occhi di ghiaccio, perde totalmente il senno della ragione e smette definitivamente i panni dell’uomo rispettabile intraprendendo assieme al suo giovane amante quel famoso cammino verso la sregolatezza di tutti i sensi. Assieme berranno assenzio e fumeranno oppiacei, faranno pipì dalle finestre delle camere in cui sono costretti a incontrarsi per consumare rapporti intimi, derideranno e insulteranno poeti alle immancabili letture del giovedì sera nei vari circoli letterari e trameranno di scappare assieme alle spalle della ricca e giovane moglie di Verlaine, Mathilde. Finché non arriva davvero il giorno della fuga: è il luglio del 1872 quando, con la scusa di andare a comprare alla donna una tisana per il mal di testa, Paul incontra il suo amante alla Gare de Lyon e insieme scappano a Bruxelles.

Dopo qualche settimana passata nella capitale belga, si stabiliscono in Inghilterra dove continuano a portare avanti la mission sull’esaltazione dei sensi e prendono ispirazione per i rispettivi lavori in prosa; in particolare Rimbaud, di li a pochissimo, comporrà Una Stagione all’Inferno, forse la sua opera più famosa.
Ma Verlaine sente il bisogno di ricucire il suo matrimonio; in generale è costantemente diviso in due tra il desiderio carnale per Arthur e la comoda vita coniugale con Mathilde.

Mathilde Mauté, la moglie di Paul Verlaine (fonte Wikipedia)

Si rivelerà un debole quasi-omicida quando, una sera di luglio dello stesso anno, dopo aver comunicato all’amante di voler tornare da sua moglie per poi ritrattare come al solito, Rimbaud lo informerà che tra loro è finita perché è stufo dei suoi tira e molla, e per tutta risposta Verlaine gli sparerà un colpo di revolver nel polso sinistro.

Quest’episodio segnerà la fine definitiva della loro relazione e porterà, oltre alla condanna del carnefice a un’ammenda di 200 franchi per lesioni gravi e a due anni di carcere per sodomia, a quella che possiamo definire la seconda vita di Arthur Rimbaud.

Dopo questo triste episodio, il giovane decide infatti di tagliare completamente gli ormeggi abbandonando la vecchia vita bohémien per far spazio all’esplorazione attraverso lunghi viaggi, prima in Europa e poi in Africa. Arthur ama camminare, percorre chilometri e chilometri contando solo sulle sue vecchie suole, ed è perennemente cotto dal sole anche se la sola insolazione della sua vita se la procura in Italia, precisamente a Lucca. Questa frenesia immotivata e incomprensibile lo porterà fino ad Harar ed Aden, dove diventa prima contabile in una ditta che si occupa di smercio di caffè, poi trafficante d’armi.

Verlaine in un ritratto del 1892

Ma il vero mistero di tutta quest’avventura resta il fatto che, da un giorno all’altro, Rimbaud decida di smettere definitivamente di scrivere. La sua opera finisce che ha solo 19 anni, che è quando smette di cercare risposte nella poesia perché è ormai intenzionato a trovarle nell’esperienza stessa dell’esistenza.

Dal 1880, anno del suo trasferimento nel continente nero, inizia a girare come un nomade per le terre aride d’Abissinia (l’odierna Etiopia) alla ricerca di una stabilità economica ed emotiva che sembra non arrivare mai. Il suo dramma esistenziale, nato originariamente dalla profonda convinzione che nessuno avrebbe mai letto la sua opera, adesso diventa impellente necessità di movimento, di cercare un proprio posto nel mondo.

Nella già citata Lettera del Veggente aveva preannunciato l’intenzione di “tornare allo stato primitivo di Figlio del Sole”; probabilmente pensava già all’Egitto o all’Abissinia. Come accenno nelle prime righe di questo articolo, essendo un latinista esperto Rimbaud conosceva perfettamente il ruolo predominante che certi paesi avevano ricoperto nella storia occidentale; ciò ci lascia presupporre che abbia scelto l’Africa poiché la considerava un’importante crocevia di commerci, oltre che una terra affascinante e inesplorata.

È come se, già a sedici e diciassette anni, avesse previsto l’uomo che sarebbe diventato.
Pur avendo definitivamente voltato le spalle alla poesia, rimane ancora ossessionato dai libri: ordina dalla Francia – dove per altro la sua fama di poeta aveva iniziato a decollare grazie alla volontà e all’impegno del suo ex amante, cosa che non sembra minimamente interessarlo – manuali di metallurgia, architettura navale, mineralogia, falegnameria e muratura.

Rimbaud ad Harar nel 1883 (fonte Wikipedia)

In una lettera alla madre datata 20 febbraio 1891, fa per la prima volta parola del tremendo dolore al ginocchio destro che lo attanaglia. Attribuisce la colpa della sua condizione al caldo asfissiante, al cibo terribile e alla cattiva igiene di quei posti. Si perché Rimbaud non è soddisfatto nemmeno dell’Africa, vorrebbe tornare ma gli affari sono troppo importanti, e la necessità di girovagare è indispensabile.

Inizia a zoppicare, lui ancora non lo sa ma all’altezza del ginocchio, probabilmente a causa di una ferita mal curata, gli si è sviluppato un tumore molto aggressivo. Il suo grande potere, quelle fantastiche suole di vento che l’avevano accompagnato per tutta la vita, si stava spegnendo. Vitalie gli invia dell’unguento e due bende ortopediche, ma non bastano.

È il 27 maggio del 1891 quando, messo alle strette da Edouard Pluyette, chirurgo all’Ospedale della carità di Marsiglia dove intanto si è confinato per ricevere le cure migliori, Arthur accetta di farsi amputare la gamba. Ma è tutto inutile, il cancro ha già iniziato a sviluppare metastasi e i dolori iniziano ad essere lancinanti.
Il 23 luglio decide di prendere un treno da Marsiglia alle Ardenne per provare a rimettersi in sesto e a camminare con le stampelle dopo 66 giorni trascorsi in un letto di ospedale. Invece passa le giornate rimpallandosi tra sedia e letto, piangendo dalla rabbia e dalla disperazione per la sua irreversibile condizione.

Un mese dopo il ritorno a casa, Arthur e sua sorella Isabelle si rimettono in viaggio per Marsiglia intenzionati ad imbarcarsi per Aden, dove il clima sembra più favorevole.

Il 20 ottobre 1891 Arthur festeggia il suo trentasettesimo compleanno e, a quanto risulta dai racconti della sorella, pare decida di convertirsi alla religione cattolica con tanto di benedizione del prete. Negli ultimi istanti di coscienza le detterà una lettera destinata a un fantomatico direttore di una società di spedizioni a cui allegherà un inventario di zanne di elefante, e nominerà di frequente il suo servo personale dei tempi di Aden, tale Djami, a cui era molto affezionato e a cui lascerà in eredità una cospicua parte dei suoi guadagni africani e gran parte dei suoi effetti personali.

Oggetti appartenuti a Rimbaud nel periodo africano conservati al Muséè di Charleville (foto di Daria Cadalt)

Muore il 10 novembre, dopo aver patito le peggiori pene dell’inferno. La sua salma viene rimpatriata pochi giorni dopo e seppellita al piccolo cimitero di Charleville, dopo una pomposa cerimonia a cui partecipano solo Isabelle, Vitalie e il parroco del paese. “The mother” paga ottantadue franchi per l’addobbo dell’altare e cento per le candele, non curante del fatto che a salutare per sempre Arthur siano solo in tre. Non sia mai che qualcuno del paese mettesse in giro la voce che i Rimbaud vogliano risparmiare proprio sull’ultimo viaggio verso il Signore.

Dopo la sua dipartita, Isabelle scriverà di lui in molte occasioni e cercherà di ripulire la sua reputazione anche grazie all’aiuto di suo marito, uno scrittore di belle speranze di nome Paterne Berrichon.

Da allora fino ai giorni nostri – sono passati più di 130 anni – la fama di Arthur Rimbaud ha continuato a crescere fino a raggiungere livelli sempre più alti di popolarità. Non solo per il suo talento e la sua esistenza avventurosa ma anche e soprattutto per la capacità di essersi fatto testimone di un concetto di libertà a 360 gradi; per aver incarnato per primo lo spirito dell’”artista” che produce non per “fama” ma per un’esigenza vitale; per essere stato il primo ad aver rotto tutti gli schemi, in poesia come nella vita.

Il primo vero innovatore del ventesimo secolo.

Tomba di Arthur Rimbaud a Charleville (foto di Daria Cadalt)

BIBLIOGRAFIA

L’impossibile e la libertà. Saggio su Rimbaud– Yves Bonnefoy (Marietti, 1988)
Rimbaud. Speranza e lucidità– Yves Bonnefoy (Donzelli, 2010)
La doppia vita di Rimbaud– Edmund White (Minimum Fax, 2009)
Arthur Rimbaud Scritti Africani – a cura di Gabriel Aldo Bertozzi (Diana Edizioni, 2022)


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