Artemisia Gentileschi: la Pittrice Torturata per dimostrare il suo Stupro

Artemisia Gentileschi era sicuramente una donna coraggiosa, resa forte dalle molte e dolorose prove che dovette affrontare nella vita.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Autoritratto come martire


La scelta di dedicarsi alla pittura, nei primi anni del ‘600, era indubbiamente inconsueta:

L’arte era un campo di competenza quasi esclusivamente maschile

A 12 anni Artemisia provò il suo primo grande dolore: rimase orfana di madre. Questa tragica circostanza le consentì tuttavia di avvicinarsi molto al padre, Orazio Gentileschi, di origini toscane, che di mestiere faceva il pittore ed era molto apprezzato a Roma, in quegli anni in grande fermento artistico. La giovane Artemisia, che doveva comunque occuparsi della gestione della casa e dei suoi fratelli più piccoli, era affascinata dal lavoro del padre, che ebbe il merito di accorgersi del talento della figlia, e addirittura di favorirlo con il classico apprendistato di ogni aspirante pittore.

Con un limite:

Artemisia era soggetta alle numerose restrizioni che il padre le imponeva

Tutto quello che imparò fu il frutto dell’insegnamento di Orazio stesso, entro le mura domestiche, perché a lei, giovane donna, non era consentito un percorso di apprendimento all’esterno, in quel mondo artistico popolato solo da uomini, talvolta poco raccomandabili, come il contemporaneo Caravaggio, che tanto influenzò la pittura di Gentileschi, e di conseguenza anche di Artemisia.

Autoritratto come allegoria della Pittura

Essere confinata in casa però, non salvò Artemisia dalla tragedia che segnò la sua vita. Orazio Gentileschi ebbe il torto di fidarsi di un pittore con cui collaborava, Agostino Tassi. Nonostante fosse un personaggio dai burrascosi precedenti (anche penali), talmente prepotente da essere chiamato “lo smargiasso”, godeva della fiducia di Gentileschi padre, che gli consentiva di frequentare assiduamente casa propria, e addirittura di dare lezioni di prospettiva alla figlia.

Tassi tentò più volte di sedurre la ragazza, ricevendo sempre un fermo rifiuto

Fino al maggio del 1611, quando pensò bene di approfittare dell’assenza di Orazio per prendere con la forza ciò che Artemisia non era disposta a concedere. Grazie alla compiacenza di un’inquilina di casa Gentileschi, che avrebbe dovuto vigilare su Artemisia mentre il padre era lontano, Tassi stuprò la ragazza, allora diciottenne.

Questo evento, e il successivo drammatico processo, segnarono per sempre la vita e l’arte di Artemisia:

La pittrice dipinse molti personaggi biblici femminili (Giuditta, Betsabea, Ester) che lottano e vincono contro un nemico forte e soprattutto uomo

Giaele e Sisara

Prima di poter diventare l’artista apprezzata alle corti di Firenze, Napoli e Londra, Artemisia dovette compiere un percorso dolorosissimo e umiliante. Inizialmente, la ragazza e suo padre dettero credito alle promesse di Tassi, che si dichiarò disposto ad un matrimonio riparatore, l’unico modo per recuperare l’onore perduto. Per quasi un anno Artemisia aspettò le nozze, soggiacendo anche alle richieste sessuali di Tassi, fino a che scoprì che il pittore era già sposato e non poteva evidentemente contrarre nuove nozze.

A quella notizia Gentileschi padre decise di denunciare Tassi per aver “forzatamente sverginato” la figlia

Iniziò quindi un processo, durato sette mesi, che mise sotto accusa Artemisia stessa, ma la ragazza dimostrò una forza e un coraggio insospettabili. Tassi tentò di ribaltare le accuse, grazie anche a testimonianze compiacenti, accusando Artemisia di essere una donna promiscua e non più vergine. Il fatto che la denuncia fosse stata fatta tanti mesi dopo lo stupro non giovò alla credibilità di Orazio e di Artemisia, che ormai a Roma era considerata alla stregua di una prostituta.

Artemisia Gentileschi, San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli (tra il 1636 e il 1637 circa):

Senza darsi per vinta, la ragazza accettò di testimoniare sotto tortura (era considerato un modo per accelerare il procedimento) durante un confronto diretto con il Tassi. La pittrice si sottopose alla tortura dei sibilli: i pollici erano legati con delle cordicelle che, grazie ad un legno, venivano strette sempre di più intorno alle falangi.

La conseguenza poteva essere la perdita completa dell’uso delle dita, che avrebbe significato la rovina professionale di Artemisia

Mentre le guardie le legavano i pollici per la tortura, la coraggiosa Artemisia gridò allo smargiasso:

Questo è l’anello che mi dai, e queste le promesse!

Giuditta con la sua ancella

La ragazza sopportò ogni cosa, e alla fine ebbe una giustizia formale, ma non una vera vittoria: Tassi fu condannato per lo “sverginamento”, con la possibilità di scegliere tra cinque anni di reclusione o l’esilio perpetuo da Roma. Ovviamente scelse l’esilio, ma in realtà non lasciò mai Roma, grazie alla protezione di alcuni suoi importanti clienti, mentre Artemisia veniva bollata come una “puttana bugiarda che va a letto con tutti”.

Giuditta che decapita Oloferne

Fu invece Artemisia ad andarsene. Il giorno dopo la fine del processo sposò Pierantonio Stiattesi, pittore di poco talento, e si trasferì a Firenze. Anche se non fu certo un matrimonio d’amore, le nozze consentirono alla ragazza, e alla sua famiglia, di recuperare una certa onorabilità.

Nel corso degli anni Artemisia Gentileschi si spostò di nuovo a Roma, poi a Napoli e a Londra, e forse anche a Venezia e Genova, inseguendo sempre delle commesse che le consentissero di mantenere i suoi quattro figli e che fossero in grado di mantenere il dispendioso stile di vita del marito.

Per lungo tempo Artemisia Gentileschi fu ignorata dal mondo dell’arte, e poi considerata solo in relazione all’evento drammatico che aveva sconvolto la sua vita. Per questo il suo talento è stato messo spesso in secondo piano rispetto alla sue vicende biografiche, che poi l’hanno fatta considerare una specie di femminista ante-litteram.

Ma Artemisia era una donna del suo tempo, costretta a sottostare alle regole della sua epoca, e volerne fare una femminista è solo un esercizio retorico. Lei era una pittora, anzi “L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto e simili essenzialità…” (Roberto Longhi).

Il processo di Artemisia Gentileschi è ampiamente documentato sulla pagina dedicata di Wikipedia, mentre è possibile vedere il film “Artemisia – Passione Estrema” del 1997:

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Oppure una delle opere di produzione indipendenti italiane, come quella del CDRC Firenze:


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