Forse sorprenderà scoprire che un giocattolo comunissimo come la bambola abbia rappresentato fino alla seconda metà dell’Ottocento, per i suoi costi elevati, un lusso riservato ai ceti privilegiati o privilegiatissimi, mentre dei semplici scampoli di stoffa, a volte cuciti in modo approssimativo in rozza forma umana, erano le uniche cose assomiglianti alla forma di un essere umano tradizionalmente destinati ad allietare i giochi delle bambine meno fortunate.

Sotto, una bambola del XVI secolo che suona uno strumento:

La svolta si verificò nel 1885, quando un geniale produttore tedesco di giocattoli della Turingia, giunto, nei tempi d’oro, ad avere più di 500 operai alle proprie dipendenze, Armand Marseille, decise di progettare una nuova tipologia di bambole, non più caratterizzate dalle sembianze di piccole adulte elegantemente abbigliate, ma dall’aspetto più affine alla sensibilità infantile.

Sotto, una Floradora:

Il mercato europeo fu allora invaso da bambole dalla testa in bisquit e dai seducenti occhi di vetro fissi o mobili, ombreggiati da lunghe ciglia. Le parrucche potevano essere in lana mohair, oppure realizzate con capelli veri, né erano insolite situazioni in cui un provvidenziale taglio di capelli della bambina destinataria della bambola, avrebbe dato origine anche ad una parrucca…personalizzata per il proprio balocco. La particolarità fu che la ditta Armand Marseille produsse soltanto le teste delle bambole, mentre gli altri componenti erano realizzati da altre fabbriche. Il corpo poteva essere costituito dalla carta macerata, detta anche papier màchè, nelle versioni più economiche, mentre in quelle più pregiate poteva essere realizzato con materiali quali un composto di colla, segatura, poltiglia di legno, gesso e stracci, o persino, nei modelli più costosi, con della morbida pelle di capretto chiaro, imbottita e snodabile.

Sotto, una Armand Marseille “Darling Dolly”:

Fu l’inizio di uno straordinario successo commerciale, decretato dal vertiginoso moltiplicarsi delle cartoline di auguri spedite da ogni dove, in cui si potevano ammirare le bambole Armand Marseille, agghindate con merletti e pizzi valenciennes, fare bella mostra di sé in braccio alle bimbe della borghesia dell’epoca. Esistevano dei cataloghi raffiguranti le bambole prodotte, così si poteva anche facilmente ordinare a distanza.

Sotto, una Armand Marseille “Alma”:

Tra i modelli più fortunati figurarono le bambole Floradora, Alma, Bessie e Darling Dolly, ma soprattutto la Queen Louise, dedicata a Luisa Augusta Guglielmina Amalia di Meclemburgo-Strelitz, conosciuta semplicemente come Luisa di Prussia, regina consorte di Federico Guglielmo III Prussia fino al 1810, morta a soli 34 anni ed amatissima dai sudditi anche dopo la sua scomparsa.

Sotto, una Armand Marseille “Queen Louise”:

Ma l’effetto più dirompente sul mercato fu tuttavia dato dalla comparsa, nel 1909, del modello Dream Baby, una bambola dall’aspetto di tenero bebè, vestito come un vero neonato con la cuffietta e la camiciola, dai tratti estremamente realistici, che poteva presentare la bocca chiusa, o lievemente dischiusa per mostrare i dentini. Il Dream Baby, ovvero “ il piccino del sogno”, prodotto nella versione bianca, nera ed asiatica, rifletteva l’interesse per le culture extra-europee che era retaggio per un verso di quell’esotismo che aveva raggiunto il suo culmine nella seconda metà del XIX secolo, per l’altro del colonialismo che aveva reso familiari anche in Europa fisionomie e costumi di genti di luoghi distanti. In breve tempo il bebè divenne diffusissimo e la ditta che lo aveva prodotto fu costretta ad incrementare la sua attività produttiva, che raggiunse i 1000 esemplari di teste giornaliere.

Sotto una Armand Marseille “Dream Baby”:

Il declino però era dietro l’angolo. Nel 1925 si spegneva Armand Marseille, che aveva curato personalmente la produzione della sua ditta per tutti gli anni del grande successo. Priva del fiuto del suo fondatore, l’azienda, a seguito di incaute politiche commerciali, cessò la sua produzione intorno al 1930.

Una Armand Marseille orientaleggiante:

Aveva segnato un’epoca caratterizzata da profondi mutamenti sociali, in cui la produzione industriale, applicata alla bambola, l’aveva resa non solo più accessibile economicamente, ma anche meno artificiosa e distante nell’aspetto e quindi più vicina ai bambini veri. Si era registrato, pertanto, un vero e proprio cambiamento di sensibilità nei confronti dell’educazione infantile: ora le bimbe non dovevano più giocare con bambole simili a ciò che si aspettava esse sarebbero un giorno diventate, e cioè dame leziose e ricercate, ma potevano dilettarsi con bambole dall’aspetto più rassicurante e vicino alla loro quotidianità.

Soppiantate negli anni Trenta da modelli e materiali più nuovi, le bambole Armand Marseille continuano ad accompagnarci a distanza di un secolo, facendo capolino ancora oggi dagli scaffali delle vetrine antiquarie o dei mercatini, oppure nascondendosi tra i ricordi di famiglia delle nostre soffitte.

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.