La professione di Architetto viene considerata, a livello accademico, certamente la più creativa o fra le più creative in assoluto. Dai tempi di Vitruvio e del suo “De architectura” il ruolo e la professionalità di un architetto sono cambiate drasticamente, ma forse non così tanto come dall’introduzione dei computer e dalle nuove opportunità offerte dagli strumenti di telecomunicazioni come internet o i Social Network. I 7 passaggi seguenti mostrano alcuni aspetti che sono radicalmente cambiati nel corso degli ultimi anni.

1 – Disegno a Mano VS Software

Ormai da diverso tempo i tavoli da disegno, anche se spesso ancora presenti negli studi degli ingegneri o architetti, hanno lasciato spazio agli schermi dei computer e ai programmi CAD. Vero è che, ancor oggi, spesso un architetto è un ottimo disegnatore, e non è raro vedere un professionista mostrare un lavoro abbozzato al volo sopra un foglio.

2 – Genio e sregolatezza VS Lavoro di squadra

lavoro-squadraL’immagine storica dell’architetto era un genio solitario, la famosa “ArchiStar”, che elucubrava difficili forme all’interno della propria mente. Oggi gli architetti sono solitamente uniti in squadre e gruppi di lavoro per riuscire ad ottenere risultati il più possibile sofisticati. Esempio ne sono gli studi di Renzo Piano o Zaha Hadid, che impegnano decine di giovani al fine di canalizzare la creatività in idee praticamente realizzabili. Un ottimo esempio dell’inversione di tendenza è dato dalla coppia Robert Venturi e Denise Scott Brown, che hanno vinto il premio AIA 2015 grazie alla modifica delle regole, prima riservato soltanto ai singoli e ora dato anche a coppie.

3 – Apprendimento delle regole del Design Classico VS Imparare a progettare Creativamente

design-classicoLe regole della simmetria perfetta, delle proporzioni e dei tipi di colonna fanno alcune fugaci apparizioni nelle scuole di Architettura più moderne, che invece stimolano gli studenti a imparare a progettare utilizzando regole di “problem solving” creativo.

4 – Una moltitudine di anziani uomini bianchi VS Meno uomini e meno bianchi

uomo-bianco

L’architetto è solitamente un uomo bianco, di una certa età. Questo era un assunto che, certamente sino alla fine del XX secolo, era quasi un “dogma”, scritto nei libri di Architettura di tutto il mondo (consultare l’elenco dei vincitori del Pritzker fa comprendere meglio la cosa). Dal 2004 con la vincita del premio Pritzker da parte di Zaha Hadid e con l’assegnazione del premio AIA 2017 a Paul Williams (postumo) anche persone di colore e donne sono entrate nella lista. E non hanno nessuna intenzione di lasciare tutta la gloria ai dominatori del secolo passato.

5 – Esclusività VS Inclusività

L’esposizione mediatica dell’Architettura come disciplina, i numerosi siti (come Vanilla Magazine stesso) e le trasmissioni televisive riguardanti il mondo dell’Architettura, hanno fatto sì che la professione di Architetto sia considerata meno “esclusiva” di un tempo, per trasformarsi in una carriera che è compenetrante rispetto alla società che la ospita.

6 – Sufficienza VS Sostenibilità

Lo Splendido Condominio Immerso in una Foresta d’Alberi a Torino

L’esame d’impatto ambientale di un edificio è diventato un driver molto più attivo del design negli ultimi anni, arrivando in alcuni casi a costituire l’intera filosofia costruttiva (vedi articolo sopra). L’Architettura, e si è visto anche alla Biennale di quest’anno, è attore principale del cambiamento, un motore che deve riuscire a risolvere le esigenze di una moltitudine di persone che combattono con problemi ambientali sempre più pressanti.

7 – Local VS Global

local-globalL’Architetto era un lavoro per eccellenza legato alla propria presenza sul territorio. La facilità di scambio di informazioni legata a internet e agli strumenti Telco, la collaborazione fra gruppi di lavoro internazionali e le competizioni su scala mondiale hanno contribuito a fare dell’Architetto un vero globetrotter. Per esempio, il mega-studio Foster&Partners hanno soltanto 15 edifici attivi in tutto il mondo, ma progetti aperti su oltre 40 paesi.

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Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...