Archestrato di Gela: il primo “Food-Blogger” della storia

Non c’è rete televisiva, pubblica o privata, dove non compaiano cuochi o aspiranti tali a deliziare il pubblico con ogni tipo di manicaretto. I grandi chef sono ormai considerati delle celebrità, mentre innumerevoli food blogger impazzano sul web, senza contare la pubblicazione di svariate riviste a tema cucina.

Tutto questo interesse per ricette, vini da abbinare e preparazione della tavola potrebbe sembrare una moda abbastanza recente, nata da qualche decennio grazie alla televisione (che entra in tutte le case, a differenza di libri e giornali) e straripata con i siti internet del settore.

Eppure, a scrivere di cibo da vero precursore degli odierni food blogger è Archestrato di Gela, intorno alla metà del IV secolo a.C.

Gastronomia di Archestrato di Gela, a cura di Domenico Scinà


Ma lui, rispetto ai moderni esperti di cucina, ha una marcia in più: scrive in versi. La sua è un’opera in esametri che rimanda alla poesia epica di Omero ed Esiodo. Il componimento, tramandato con molti titoli, dal semplice Gastronomia al più usato Hēdypatheia (Ηδυπάθεια), ovvero Poema del buongustaio, è quindi a tutti gli effetti letteratura, di un genere particolare come la parodia, ovvero “la poesia con personaggi o argomenti inappropriati” (John Wilkins).

Purtroppo di questo poema, che avrebbe potuto essere estremamente illuminante su usi e costumi della Grecia e delle colonie d’Italia e Asia Minore, rimangono solo 62 frammenti arrivati fino a noi attraverso la loro citazione in un’opera di Ateneo di Naucrati che, intorno al 200 d.C, scrive I Dipnosofisti (Δειπνοσοφισταί – I filosofi a banchetto).

I Dipnosofisti in un’edizione del 1535


Ne I Dipnosofisti l’autore, in forma di dialoghi, fa una sorta di storia dei banchetti “filosofici”, ma la sua particolarità consiste nelle innumerevoli citazioni di autori antichi (oltre 700) su argomenti come il teatro – tragico e comico – la scienza, la filosofia, il diritto e, non ultima, la culinaria, oltre a descrizioni su lussi eccessivi, etere e prostituzione, e un’immancabile connessione tra cibo e amore carnale.

Scena di un banchetto con la presenza di etere, da un cratere del IV secolo a.C.


E’ insomma una miniera di notizie su banchetti e simposi, dove si possono trovare frammenti di autori le cui opere sarebbero altrimenti perse del tutto.

Come quella di Archestrato, appunto, del quale non si sa praticamente nulla se non che fosse un siceliota (greco di Sicilia) di Gela o forse di Siracusa.

Dai 62 frammenti riportati da Ateneo non si può ovviamente ricavare molto, a parte la considerazione che quest’opera culinaria non doveva essere tenuta in gran conto nel contesto letterario, visto che non viene citata da nessun altro; non degna, insomma, di essere conservata per le generazioni a venire. In verità c’é un altro autore, il poeta romano Quinto Ennio (nato vicino a Lecce), che ne traduce, e probabilmente rielabora, 11 versi, a riprova di come nel III secolo d.C. Archestrato fosse ancora letto e conosciuto almeno nell’Italia meridionale, che con le sue colonie greche comunque esercitava una grande influenza sul mondo romano.

Scena di un simposio – scultura proveniente dall’antica Siracusa – Museo Archeologico Paolo Orsi

Immagine di Zde via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Con così poco materiale a disposizione non si può che azzardare qualcosa sui contenuti del poema culinario: Archestrato sembra prediligere il pesce rispetto alla carne, forse non parla di dolci ma accenna qualcosa su antipasti e salse d’accompagnamento.

L’Hēdypatheia è, sorprendentemente, un’opera in versi, scritta in un’epoca nella quale la prosa era già diffusa, in particolare per trattati di filosofia, scienza e anche per ricettari, come il Manuale di cucina, il più antico libro di ricette (purtroppo perduto) che si conosca, composto da Miteco Siculo (di Siracusa, per la precisione) nel V secolo a.C. e citato addirittura da Platone (nel Gorgia), che ne tesse le lodi per le sue qualità di cuoco, apprezzate dagli ateniesi e un po’ meno dai morigerati spartani, che lo cacciano dalla città temendo una corruzione dei loro austeri costumi.

La scelta della poesia dimostra che l’Hēdypatheia non doveva essere un manuale di uso pratico, ma piuttosto un’opera da leggere durante un simposio, secondo la consuetudine di intrattenere gli ospiti, alla fine del banchetto, con grandi bevute (il simposio appunto) e divertimenti di vario genere: canti e balli, letture di poesie liriche o poemi epici come quelli di Omero ed Esiodo, ma anche di componimenti appartenenti al genere della parodia, come quello di Archestrato, che d’altronde non è l’unico autore a scrivere versi divertenti a tema cucina, anzi: l’argomento sembrava particolarmente adatto alla commedia.

Scena di simposio, vaso attico a figure rosse

Immagine di Nikias Painter – Marie-Lan Nguyen via Wikipedia – licenza CC BY 2.5

La particolarità dell’Hēdypatheia sta però nel fatto che la parodia è marginale, mentre il tema centrale si occupa della scelta delle materie prime e della loro preparazione. Se l’opera fosse stata scritta in prosa poteva benissimo essere considerata un ottimo manuale destinato ai cuochi di mestiere, che appartenevano a uno strato sociale piuttosto basso, mentre la scelta della poesia dimostra che Archestrato si rivolge invece a chi offre i banchetti. Una scelta giusta, visto che Ateneo cita 62 suoi versetti, mentre di Miteco Siculo, pur elogiato da Platone, riporta solo due righe.

Come nella migliore tradizione dei moderni food blogger, Archestrato offre al suo pubblico un tour gastronomico, attraverso i suoi viaggi nelle principali città del Mediterraneo e dell’Asia Minore, delle quali racconta i migliori prodotti alimentari che si possano acquistare, senza dimenticare le stagioni più indicate e le ricette fornite dai più conosciuti cuochi di ciascun luogo, oltre ai vini da abbinare. Non mancano consigli anche su come decorare la sala del banchetto.

Il Tour Gastronomico di Archestrato


Le ricette che fornisce sono principalmente a base di pesce, mentre segnala solo tre tipi di carni: la lepre, l’oca, e la pancia del maiale (il lardo, da usare come condimento). Si raccomanda di non usare salse troppo elaborate, ma piuttosto condimenti semplici: migliore è la qualità del cibo di partenza e meno occorre aggiungere aromi.

Il pesce migliore è quello con con un bel sapore deciso e carni consistenti, che deve essere cotto alla griglia o bollito, mentre la sua freschezza non deve essere mascherata con salse forti:

“Ma non permettere che Siracusani o Greci d’Italia ti stiano accanto quando ti dedichi a questo piatto, poiché essi non sanno preparare un buon pesce, preferendo sciuparlo errando appieno riversandogli formaggio, e inzuppandolo d’aceto e salamoia a base di silfio.”

Pesci freschi, uno dei piatti preferiti dai Greci, piatto di ceramica a figure rosse, c. 350–325 a.C., Louvre

Tuttavia, tutto questo elogio della semplicità non deve ingannare: a differenza di Omero ed Esiodo, che raccontano di pasti frugali e di una cucina povera (a base di cereali e della carne di animali offerta in sacrificio agli dei), in realtà Archestrato elogia il piacere sensuale del buon cibo e dei lussi ad esso connessi, tanto da essere considerato un precursore del filosofo Epicuro:

“Crisippo, a tutti gli effetti un vero filosofo, dice che Archestrato fu il precursore di Epicuro e di coloro che adottarono le sue dottrine sul piacere, causa di ogni corruzione” (Deipnosofisti, Ateneo di Naucrati)

Insomma, da food blogger ante litteram, alla fine Archestrato si rivela essere un poeta-filosofo, che attraverso il cibo introduce un nuovo modo di intendere la vita, largamente adottato dai greci d’Italia e poi nell’antica Roma, e ancora nei secoli a venire, fino ai giorni nostri.


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