Firenze è rinomata in tutto il mondo come città d’arte, al punto di essere associata indissolubilmente al Rinascimento ed ai suoi fasti. La città di Dante ci rimanda infatti inevitabilmente alla complessa e leggiadra bellezza dei dipinti senza tempo del Botticelli, alla forza incontenibile dei capolavori michelangioleschi, alla moderna emotività che traspare dalle opere di Donatello o del Pontormo.

Sarebbe concepibile una Firenze priva di gran parte delle sue opere d’arte? Certamente no, sembrerebbe  priva della sua stessa essenza. Eppure vi è stato un momento storico in cui l’inestimabile patrimonio artistico fiorentino è risultato in pericolo al punto che la fisionomia della città non sarebbe stata mai più la stessa. La sopravvivenza dei suoi capolavori d’arte è dovuta infatti solo alla determinazione dell’ultima esponente del ramo granducale della dinastia medicea.

Sopra: Ferdinando ed Anna Maria Luisa de’ Medici con la loro governante, dipinto di Justus Sustermans.

Il suo nome era Anna Maria Luisa de’ Medici era nata nel 1667, da Cosimo III, Granduca di Toscana, e da Marie Louise d’Orleans, granduchessa imparentata con il Re Sole. Il matrimonio dei genitori era stato uno dei peggio assortiti in tutta la storia della dinastia, infelice al punto che la madre ritornò addirittura in Francia, dopo aver ottenuto la separazione e dopo aver acconsentito a ritirarsi presso il monastero di Saint Pierre in Montmare. Dei tre eredi dati al consorte, due maschi ed una femmina, Ferdinando, il maggiore, morì di sifilide prima di ereditare la corona e Gian Gastone, ultimo Granduca, morì comunque privo di prole, scatenando le mire delle potenze straniere ad assumere il controllo del territorio toscano.

Sotto, ritratto di Anna Maria Luisa con i Fiori, opera di Antonio Franchi, c. 1682–1683:

Anna Maria Luisa, adorata dal padre, crebbe quindi allevata dalla nonna paterna, la rigida e bigotta granduchessa Vittoria della Rovere, e rappresentò sin dalla nascita anche una preziosa pedina da sfruttare per ottenere supporto al Granducato di Toscana, mediante un’appropriata politica matrimoniale. Tra i vari matrimoni contraibili, l’ambiziosa granduchessa finì per optare per l’unione con Giovanni Guglielmo di Wittelsbach-Neuburg, principe tedesco elettore del Palatinato, conducendo con lui una vita che si dimostrò felice a Dűsseldorf, all’insegna del mecenatismo, che contraddistingueva entrambi i coniugi.

Anna Maria Luisa e Giovanni Guglielmo, ritratto di Jan Frans van Douven, 1708:

Nel 1716, vedova e priva di eredi, l’Elettrice fece ritorno nella sua amata Firenze dove era destinata a restare gli ultimi 27 anni della sua vita, affiancando il genitore prima, il fratello poi,  almeno inizialmente, nell’amministrazione del Granducato. Cosimo III, temendo che il suo casato fosse destinato fatalmente ad estinguersi, aveva fatto ogni possibile sforzo affinchè la figlia prediletta potesse accedere al trono, qualora fossero deceduti gli altri membri maschili della dinastia. Tutti i suoi tentativi si erano però infranti contro l’ostracismo delle potenze europee e contro l’ostilità dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo, che aveva competenza assoluta in materia di successione al Granducato di Toscana.

Sotto, Anna Maria Luisa in un ritratto di Jan Frans van Douven:

Alla sua morte, nel 1723, dopo 53 anni di regno, il più lungo della storia della Toscana, Cosimo si lasciava alle spalle un paese economicamente in declino, dissanguato dalle imposte e dominato da un fanatismo religioso che era spesso sfociato in campagne persecutorie verso gli ebrei e verso quanti non si conformassero alla sua rigida morale cattolica. Gian Gastone, suo figlio e successore, benchè non avesse la stoffa di raffinato politico, tentò invano di rimediare al malgoverno paterno diminuendo le tasse e tentando di raggiungere una politica estera indipendente. Economicamente fragile, militarmente vulnerabile, nonché retto da una dinastia morente,  il Granducato era purtroppo una preda troppo appetibile nell’instabile scacchiere internazionale per riuscire a mantenere una seppur temporanea autonomia.

Sul piano familiare inoltre, a complicare le cose, i rapporti sempre tesi tra i due fratelli superstiti dei Medici non migliorarono dopo la scomparsa di Cosimo. Un ennesimo scontro, che sfociò nell’esclusione quasi definitiva di Anna Maria Luisa dalla partecipazione alla cosa pubblica, si concluse con la volontaria reclusione dell’Elettrice nel “ buen retiro” di “Villa La Quiete” fuori Firenze, da cui riemerse solo per assistere il fratello nel momento del trapasso, il 9 luglio 1737.

Sotto, Villa la Quiete che fu residenza di Anna Maria Luisa durante il regno del fratello, Gian Gastone (fonte – Flickr):

Dopo lunghe e delicate trattative tra Spagna ed Austria, il titolo di Granduca passò finalmente al duca di Lorena, che offrì ad Anna Maria Luisa la reggenza. La donna rifiutò con alterigia. Contestualmente all’ingiusta perdita del titolo che pure le sarebbe spettato di diritto di Granduchessa di Toscana, l’Elettrice  era entrata in possesso di molti beni mobili ed immobili, che annoveravano  le terre ereditate da Vittoria della Rovere ed il denaro liquido di casa Medici, stimato in oltre 2 milioni di fiorini.

Sotto, Anna Maria Luisa in lutto per la morte del marito Giovanni Guglielmo; sullo sfondo è visibile il ritratto di Giovanni Guglielmo con le regalie del Palatinato; il dipinto è di Jan Frans van Douven, 1717.

Ma soprattutto, con la morte del fratello, l’ultima de’ Medici aveva acquisito legalmente le ricchissime collezioni d’arte della dinastia  di cui era discendente. Per avere un’idea dell’entità e della portata del patrimonio in questione, basti ricordare che il collezionismo familiare  risaliva all’inizio del Quattrocento, al capostipite  Cosimo il Vecchio e che, attraverso Piero il Gottoso e Lorenzo il Magnifico,  esso aveva interessato quasi tutti i discendenti  fino a Ferdinando II, grande mecenate e munifico benefattore di studiosi come Galileo e Torricelli, il cui avvento al trono aveva segnato l’epoca aurea del collezionismo mediceo (1621-1737). Appartenevano ai Medici, tra gli altri beni, la Galleria degli Uffizi, Palazzo Pitti, le Cappelle Medicee, la Biblioteca medicea laurenziana, il Museo Galileo. Preoccupata che l’eredità della famiglia restasse in mano ai fiorentini, Anna Maria Luisa, consultati i più importanti giureconsulti granducali, fece redigere la cosiddetta “Convenzione” con Francesco Stefano di Lorena,  il 31 ottobre 1737, più nota come  “Patto di Famiglia”, un contratto che segnò il passaggio delle consegne dai Medici ai Lorena, destinato a segnare per sempre la storia della città del giglio. Il terzo articolo del contratto disponeva che non fosse possibile:

[…] levare fuori della Capitale e dello Stato del Granducato, Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioje ed altre cose preziose, della successione del Serenissimo GranDuca, affinché esse rimanessero per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri

In pratica, se l’Elettrice non faceva legalmente dono delle proprie collezioni d’arte a Firenze, ne imponeva comunque l’assoluta l’inamovibilità dalla città come vincolo per il passaggio di proprietà al nuovo Granduca di Toscana. Lo strumento giuridico cui ricorse fu così ineccepibile, che il Patto di Famiglia viene tuttora invocato per ottenere la resa di opere d’arte illegalmente portate via da Firenze.

Sotto, Palazzo Pitti con tutti i suoi tesori assicurati a Firenze dall’Elettrice Palatina:

Firenze-arte-turismo. Figlia dell’Illuminismo e della lungimiranza dei suoi tempi, Anna Maria Luisa aveva ben compreso che sarebbe stato questo il trinomio per fare la fortuna della città ed è per questo che legò ad essa indissolubilmente il destino delle collezioni della sua famiglia. Dobbiamo a lei, se oggi possiamo ammirare i tanti tesori d’arte collezionati per secoli dalla sua dinastia e se alla città dell’Arno fu risparmiata la triste spoliazione di capolavori che investì tanti altri centri di cultura del Rinascimento italiano.

Il Museo Galileo:

Dal canto suo l’Elettrice continuò a vivere per il resto della vita in un’ala di Palazzo Pitti, dedicandosi alla catalogazione ed all’inventariato delle opere d’arte che essa stessa ed i suoi illustri predecessori avevano accumulato, grazie al sofisticato mecenatismo. E quando sopraggiunse la morte, il 18 febbraio del 1743, calò anche definitivamente il sipario sulla dinastia il cui controverso destino si era intrecciato più di quello di qualunque altra famiglia alla storia della città gigliata.

Tutti i dipinti sono stati tratti dalla pagina Wikipedia di Anna Maria Luisa ‘de Medici.

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.