La Grande Guerra rappresentò un tragico spartiacque che cambiò per sempre l’Europa, non solo a livello politico, ma anche economico, tecnologico, sociale e spirituale, ma non solo. La medicina dovette riconsiderare tutte le cure convenzionali per affrontare i traumi subiti dai soldati, nel corpo e nella mente.

Le nuove armi dell’epoca, che riuscivano a produrre gravissime mutilazioni, trovarono i medici impreparati ad affrontare tanta devastazione umana. Fino ad allora, la chirurgia plastica facciale era stata praticata con poca attenzione al lato estetico. I volti “ricuciti”, spesso rimasti con parti mancanti, erano la prova dolorosamente vivente delle limitate possibilità dei chirurghi.

Una serie di calchi e maschere estetiche:

Sotto, alcune parti di volto ricostruite:

Nel momento in cui la capacità dei medici non era più in grado di restituire un aspetto accettabile – la deturpazione del volto era il più traumatico fra i possibili danni fisici riportati in guerra – interveniva una nuova tecnica che consentiva ai pazienti di superare, almeno in parte, i gravi danni psicologici derivanti dalla vista del proprio volto sfigurato. Si trattava di un nuovo tipo di maschera metallica, creata per quelle persone che erano rimaste con il viso irrimediabilmente deturpato.

La realizzazione di queste maschere, che dovevano assomigliare il più possibile alla fisionomia originale del paziente, non era certo un lavoro per medici, ma per artisti.

Alla fine del 1917, una scultrice americana, Anna Coleman Watts, che aveva studiato arte a Parigi e a Roma, si impegnò nella costruzione delle maschere per i feriti di guerra, mentre si trovava in Francia insieme al marito, un medico della Croce Rossa americana.

Anna aprì a Parigi uno studio per creare le protesi facciali dei soldati sfigurati, basandosi sull’esperienza e la collaborazione di Francis Derwent Wood, che nel 1916 aveva fondato a Londra il “Dipartimento di Maschere per visi sfigurati”.

La Coleman, con quattro assistenti, si sforzò di creare un ambiente allegro e accogliente, pieno di fiori e di luce.

Prima di arrivare allo studio di Anna, il percorso del soldato era stato lungo, doloroso, e denso di terrore: dal fango delle trincee al campo base, poi all’ospedale, dove rimaneva senza assistenza nelle lunghe ore che precedevano la serie di operazioni necessarie a restituirgli un volto. I pazienti più gravi, a cui la chirurgia non riusciva a ridare la speranza di una vita normale, rimanevano negli ospedali o nei convalescenziari perché, con i loro visi sfigurati, erano impreparati a confrontarsi col mondo, o il mondo era impreparato a confrontarsi con loro.

Il dolore sopportato da questi disgraziati, per poter avere una maschera il più possibile somigliante alle sembianze precedenti, era terribile. La protesi facciale, dopo aver fatto un calco in gesso del viso, veniva realizzata con del rame zincato sottilissimo, e poteva coprire tutta la faccia, o solo una parte.

La cosa più difficile era riprodurre il colore della pelle sulla superficie metallica. Anna dipingeva la maschera proprio mentre il paziente la indossava, per avvicinarsi il più possibile alla tonalità reale, imitando addirittura la colorazione bluastra delle guance rasate. I dettagli, come sopracciglia, ciglia e baffi, venivano realizzati con capelli veri.

Le uniche immagini di questi uomini con le loro maschere sono in bianco e nero, manca quindi la percezione dell’effetto reale prodotto dalle protesi.

Tuttavia, anche il più grande impegno da parte dell’artista non poteva realizzare che un’espressione statica, realistica ma senza vita. Eppure fu un lavoro di fondamentale importanza, per il quale Anna Coleman fu nominata Cavaliere della Legion d’Onore francese.

Alla fine della guerra, l’artista tornò negli Stati Uniti con il marito, dove continuò a dedicarsi alla scultura, fino al 1939, anno della sua morte.

Sotto, un video mostra lo studio di Anna Coleman Ladd a Parigi, dove si osserva l’artista in azione:

Categorie: Storia

Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.