Figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena, la regina Elisabetta I d’Inghilterra è una delle figure più luminose e controverse del Rinascimento Inglese. La sua epoca, denominata “Età elisabettiana” – l’età di William Shakespeare – fu caratterizzata da una straordinaria fioritura artistica e culturale e dall’affermarsi del proprio paese come potenza commerciale e marittima mondiale.

Forse perché traumatizzata dalla tragica fine della madre e dal sanguinoso vissuto coniugale del padre, Elisabetta non si sposò mai, ma nella sua vita non mancarono le compagnie maschili, prima tra tutte quella di Robert Dudley, conte di Leicester, figlio del duca di Northumberland.

Sin dagli albori del regno tutti a corte notarono il favore della sovrana per il conte di Leicester: per Dudley la carica di Grande scudiere, per lui l’appartamento attiguo a quello di sua maestà.

Sotto, Robert Dudley:

Come c’era da aspettarsi, la macchina dei pettegolezzi non impiegò molto a mettersi in moto.

Robert Dudley non era soltanto un coetaneo ed amico d’infanzia di Elisabetta, aveva soprattutto condiviso con lei la prigionia nella Torre di Londra al tempo di Maria I Tudor, confortandola nei giorni in cui entrambe le loro giovani vite sembravano appese ad un filo.

Una volta ascesa al trono, tutti si sarebbero aspettati che la sovrana scegliesse rapidamente un principe consorte, ma Elisabetta prendeva tempo: esaminava scrupolosamente le proposte suggerite dai suoi consiglieri, sorrideva enigmaticamente e faceva arenare la cosa, mentre le malelingue continuavano ad attribuire al favorito la vera ragione del suo tergiversare.

Sotto, Elisabetta I a 13 anni ritratta da William Scrots:

In realtà Dudley come candidato sarebbe anche potuto andar bene e molti avrebbero probabilmente visto di buon occhio un inglese, di fede protestante, come principe consorte. Colto ed affascinante, alto e prestante, dall’aria vagamente piratesca, il conte di Leicester era d’altronde notoriamente adorato dalla sovrana.

C’era un piccolo neo, però

Dudley era già sposato con Amy Robsart, e quindi improponibile come candidato alle nozze con la regina, poiché la chiesa anglicana non avrebbe mai acconsentito all’unione della sovrana con un divorziato.

Sotto, Amy Rosbart dipinta da William Frederick Yeames:

Amy Robsart, unica figlia di un facoltoso aristocratico originario del Norfolk, aveva solo 18 anni quando, nel 1550, si era unita in matrimonio con il conte di Leicester, nel corso di una sfarzosa cerimonia cui aveva partecipato il fior fiore della nobiltà inglese, incluso lo stesso sovrano, Edoardo VI Tudor. I primi anni di matrimonio erano trascorsi apparentemente in modo sereno, con Dudley impegnato a curare i propri affari nel Norfolk.

Nel 1553, tuttavia, padre di Robert, John Dudley, all’epoca Lord Protettore del regno, restò implicato nella congiura che voleva sul trono la nuora Lady Jane Grey e, accusato di alto tradimento, venne condannato alla decapitazione, esattamente come era già accaduto suo padre Edmund, tesoriere all’epoca di Enrico VII, fatto giustiziare da Enrico VIII.

Sotto, John Dudley, padre di Robert:

Fu con l’ascesa di Elisabetta I al trono d’Inghilterra, che Robert Dudley intravide la possibilità di far recuperare alla propria famiglia il prestigio perduto con i tragici eventi delle due precedenti generazioni.

Nel 1558, due mesi dopo essere stato nominato Grande scudiere, Robert Dudley divenne Cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera e qualche giorno dopo membro del Consiglio Privato della regina. Le onorificenze si accompagnarono naturalmente alla concessione di castelli e di proprietà.

La sensazione di molti ambasciatori in Inghilterra fu che Elisabetta pianificasse di sposare Dudley. Non a caso l’ambasciatore spagnolo De Feria, noto per la prudenza nell’emettere giudizi, inviò nel 1559 una missiva al suo re, Filippo II, sostenendo che fosse inutile proporre l’arciduca Carlo II d’Austria come possibile marito per Elisabetta, perché quest’ultima e Dudley erano amanti.

Sotto, Carlo II d’Austria, possibile pretendente di Elisabetta I, in un dipinto anonimo del 1569:

Nel 1560 Alvares De Quadra, l’ambasciatore spagnolo che era succeduto al De Feria, riferiva al suo sovrano che l’eccessiva ambizione ed arroganza del favorito della regina stavano provocando forti risentimenti e malumori a corte; nello stesso anno Lady Anne Dowe fu la prima di una lunga serie di persone imprigionate per aver sostenuto che Elisabetta attendesse un figlio dal conte di Leicester.

Quest’ultimo, probabilmente immaginandosi ben presto sul trono, abbandonò la moglie a Cumnor Hall – una grande dimora, un tempo monastero, nella campagna presso Oxford – e per circa un decennio nessuno la vide a corte.

Sotto, Cumnor Hall, dove Amy Robsart trascorse 10 anni senza che nessuno la vedesse nei pressi della Corte di Londra:

Negli ambienti vicini alla regina cominciò allora a circolare la voce che la contessa di Leicester avesse i giorni contati, e che il bel Dudley ne stesse progettando l’eliminazione con il veleno. Altri sostenevano che la donna fosse gravemente ammalata e che non ne avesse comunque per molto.

Non sappiamo se tali voci giunsero mai ad Amy Robsart, se ciò avvenne, possiamo solo supporre che ne fu giustamente intimorita, ben sapendo quanti pochi scrupoli potessero farsi i Tudor nello sbarazzarsi dei propri avversari, sia politici sia sentimentali. La donna, inoltre, era orfana, sola e senza parenti diretti che potessero proteggerla.

Fu forse proprio per mitigare il suo isolamento, che decise di invitare un paio di congiunte a tenerle compagnia a Cumnor Hall, nel settembre del 1560.

L’8 settembre, però, stranamente spedì le parenti e tutti i servi di casa alla fiera di Abington, decidendo di restare da sola. Al ritorno dalla fiera fu ritrovata con il collo spezzato ai piedi di una rampa di scale

Elisabetta non ostentò certo un dolore che non provava minimamente ed informò con spensieratezza i suoi cortigiani in italiano – lingua che parlava alla perfezione– che Lady Leicester si era “rotta l’osso del collo”.

Naturalmente nessuno volle credere a una disgrazia: Maria Stuarda, anch’essa avvezza ad intrighi amorosi di corte, da Parigi commentò con velenoso sarcasmo che la “fortunata circostanza” della morte di Amy Dudley avrebbe consentito dunque alla cugina inglese di sposare “il suo guardiano di cavalli”, alludendo alla carica di Grande scudiere ricoperta da Leicester.

Sotto, Maria Stuarda, Regina di Scozia dal 1542 al 1567 e Regina d’Inghilterra per coloro i quali non riconoscevano Elisabetta I come legittima erede di Enrico VIII:

Dal canto suo l’ambasciatore spagnolo De Quadra riferì di una presunta frase pronunciata dalla regina qualche tempo prima, riguardo al fatto che lady Dudley “fosse morta o stesse per morire”. In breve tempo il sospetto di uxoricidio travolse Dudley, che ordinò immediatamente un’inchiesta sulle cause della morte della moglie, rimanendo nel frattempo confinato nel suo castello di Kew, disertando persino i lussuosi funerali previsti per la povera donna.

Furono giorni molto amari per il grande favorito

Egli comprendeva perfettamente che sia un verdetto di suicidio, che di assassinio per mano di ignoti, lo avrebbero fatto apparire come il vero responsabile morale della morte di lady Amy. Nella corrispondenza di quel periodo tra lord Robert ed il suo intendente Blount vi sono allusioni all’eventualità di scaricare la responsabilità dell’incidente su di un tal Anthony Forster, influenzando i giurati contro di lui, dipingendolo come un uomo bramoso di ingraziarsi il futuro re d’Inghilterra, liberandolo dall’unico ostacolo sulla via del trono. Il lavorìo febbrile e sotterraneo del conte rimase tuttavia infruttuoso, perché la corte emise un verdetto di morte per cause accidentali, che peraltro non convinse nessuno.

La morte di Amy Rosbart dipinta dall’artista Vittoriano William Frederick Yeames:

Quali che fossero le cause della misteriosa e prematura morte di Lady Dudley – suicidio, omicidio, morte accidentale, oppure cancro al seno, di cui forse soffriva, colpevole dell’assottigliamento delle ossa del collo – l’ombra dell’uxoricidio aleggiò per sempre su Dudley, spingendo Elisabetta ad accantonare ogni desiderio di sposarlo.

Se mai vi fu un piano delittuoso ai danni di Amy Robsart, è plausibile che la sovrana ne fosse al corrente e che lo condividesse, per poi mutare successivamente i propri piani?

Ciò che possiamo affermare con certezza è che se Elisabetta avesse davvero voluto sposare Leicester, la misteriosa morte della moglie, anziché spianare la strada alle nozze, finì per alimentare troppi pettegolezzi perché la sovrana potesse fare un passo simile senza attirarsi l’impopolarità.

Fedele al distico inciso con un diamante sulla finestra ai tempi della sua prigionia: “Much suspected of me/nothing proved can be”, che in italiano suona come “Molto si sospetta di me, nulla può essere provato”, la cauta Elisabetta salvò le apparenze e continuò a tenere Dudley come favorito, finché dal 1590 al 1601, ormai anziana, rivolse le sue attenzioni al giovane Robert Devereux, conte di Essex.

Sotto, Robert Devereux, II conte d’Essex:

Diversamente da Dudley, che si rifece una vita e che restò sempre amico della regina, Devereux fu decapitato per tradimento. Quando il 25 novembre del 1601 apprese la notizia della sua esecuzione, la sovrana stava suonando il suo strumento preferito, il virginale.

Ascoltò in silenzio il messaggero, poi continuò a suonare

Ma questa è un’altra storia.

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.