L’Inghilterra, in epoca vittoriana, non era un certo luogo sicuro per i bambini. D’altronde, non lo era nemmeno per gli adulti, se pensiamo a serial killer come Jack lo Squartatore. Harold Shipman (1946-2004), che durante la sua attività di medico uccise circa 250 dei suoi pazienti, è considerato il più feroce dei serial killer britannici. Ma, dimenticata negli archivi di forze di polizia e tribunali, si nasconde la storia di Amelia Dyer che fu probabilmente, lei sì, la più feroce serial killer della Gran Bretagna: il numero dei bambini uccisi dalla ‘levatrice assassina’ non è conosciuto, ma si stima che possa variare tra i 200 e i 400.

Il suo caso, uno dei più sensazionali di quel periodo, scoperchiò un orribile vaso di Pandora, portando alla luce quanto fosse diffusa nel paese la pratica dell’infanticidio, e stimolò l’adozione di misure volte alla tutela dell’infanzia, anche in caso di adozione. Affermare che nell’Inghilterra del 19° secolo l’infanticidio era una pratica diffusa non è un’esagerazione. Una legge dell’epoca, che teoricamente doveva scoraggiare il concepimento al di fuori del matrimonio, consentiva ai padri illegittimi di non doversi occupare finanziariamente del bambino, lasciando alla sola madre l’onere del mantenimento.

Una madre single non aveva molte scelte: o prostituirsi, o morire di fame, o “fare un angelo” del suo bambino

Le cosiddette Baby Farmers (allevatrici di bambini), offrivano un’ultima speranza ad una minoranza di ragazze-madri disperate, anche se in realtà erano poche le donne che non sapevano a quale destino andasse incontro il loro bambino.

Amelia Dyer, quando rimase vedova a soli 32 anni e con una figlia da mantenere, lavorò dapprima come infermiera, ma poi, parlando con una levatrice, scoprì un modo più semplice per guadagnarsi da vivere: ospitare, a pagamento ovviamente, le giovani donne nubili che dovevano partorire, e allevare i bambini fino a quando non fossero dati in adozione. Ma pochi arrivavano a quel traguardo: purtroppo, tra le “allevatrici” era pratica comune far morire di fame i piccoli, tenendoli sedati con alcol e oppio.

La Dyer decise di dedicarsi a questa attività, vantando la sua qualifica di infermiera, e offrendo un luogo sicuro e amorevole agli sfortunati bambini. I genitori dovevano pagare una cifra sostanziosa, una tantum, e fornire l’abbigliamento adatto. A un certo punto, la donna decise che era più comodo e remunerativo uccidere subito i piccoli a lei affidati, strangolandoli con un nastro bianco, piuttosto che aspettare la loro morte per fame.

Nel 1879 la Dyer fu accusata di negligenza nei confronti dei bambini, dopo che un medico notò un numero di morti un po’ troppo elevato fra i bambini affidati alle sue cure. Dopo aver scontato una condanna a sei mesi di lavori forzati, la donna iniziò ad avere problemi psichici e tendenze suicide, che la portarono ad abusare di alcol e oppio.

La Dyer comunque tornò alla sua attività di allevatrice-omicida, cercando di evitare il coinvolgimento dei medici, che dovevano stilare il certificato di morte dei bambini.

Iniziò quindi a sbarazzarsi personalmente dei cadaveri

Per sfuggire alle richieste delle madri che chiedevano notizie dei figli, e anche per non farsi notare troppo dalla polizia, la Dyer cambiava spesso città e identità, assumendo diversi nomi falsi, finché un giorno, per caso, fu trovato nel Tamigi il corpo della piccola Elena Fry, una delle vittime che si riuscì a identificare. La bambina era avvolta in carta da imballaggio, su cui uno zelante poliziotto riuscì a decifrare una scritta, che altro non era se non il nome e l’indirizzo di una certa Signora Thomas.

Gli investigatori puntarono il loro sospetti su Amelia Dyer, e scoprirono, grazie a una finta cliente, l’immenso e redditizio giro di adozioni. Perquisendo la casa dell’allevatrice trovarono molte prove: accordi finanziari, lettere delle madri, annunci pubblicitari, e soprattutto il nastro di stoffa che la donna usava per strangolare i bambini, attorcigliandolo due volte intorno al collo. Dopo il suo arresto, la polizia fece dragare il Tamigi, trovando altri sei corpi, ma facendo una stima di quanti bambini potesse aver ucciso nel corso di vent’anni, si arrivò ad un numero esorbitante, da un minimo di 200 fino a un massimo di 400 innocenti.

La prigione di Newgate, dove fu rinchiusa Amelia Dyer

Processata il 22 maggio 1896, la donna fu riconosciuta colpevole di un solo omicidio, ma fu comunque condannata a morte (in appena quattro minuti e mezzo.) Il 10 giugno 1896 fu impiccata, e da allora divenne famosa come “l’orchessa di Reading”.

Un’impiccagione nel carcere di Newgate

Quel mondo, che permetteva un così osceno commercio di bambini, può sembrare lontano anni luce dal nostro, ma le sue cicatrici in realtà sono abbastanza recenti. Nella visione comune delle città di epoca vittoriana, connotate da sporcizia, ladruncoli e piccoli mendicanti, manca un triste dettaglio: i cadaveri di bambini disseminati lungo le strade, insignificanti vittime che non riscuotevano l’interesse di nessuno.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.