Oggi parliamo di un grande medico del passato. Che però non era un medico.

Nell’Europa del XVI secolo esistevano già delle università molto quotate, ma molte delle professioni cui oggi si può accedere solo con un titolo universitario venivano svolte anche da personale che aveva portato a termine una formazione eminentemente pratica, tramite un tirocinio certificato presso un professionista più anziano. Questa situazione, in molti Paesi, è perdurata fino al XIX secolo inoltrato. Ad esempio, nell’Inghilterra vittoriana o nell’America del Far West ci si poteva imbattere facilmente in ingegneri (come George Stephenson, “padre delle ferrovie”), architetti (come lo scrittore Thomas Hardy) o avvocati (come Abraham Lincoln) e chirurghi (come il poeta John Keats) che non erano mai stati all’università, ma avevano maturato lo stesso, per un altro canale, i requisiti necessari a iscriversi ai relativi albi professionali.

Per lungo tempo, tuttavia, la regola voleva che la formazione universitaria fosse considerata più importante. Soprattutto in ambito medico-sanitario e soprattutto in Francia, dove è ambientata la vicenda che stiamo per raccontare.

Nella Francia del XVI secolo, le professioni mediche riconosciute erano tre: medico, cerusico e barbiere. I medici si formavano nelle università, erano dottissimi nelle materie classiche e, chiamati a consulto, emettevano diagnosi e prescrivevano cure, ma non si abbassavano a somministrarle; di questo, infatti, si occupavano i barbieri, che erano adusi al maneggio degli strumenti taglienti e quindi più adatti a compiere qualsiasi intervento previsto a quel tempo, dal salasso all’amputazione. In mezzo, c’erano i cerusici, termine poi sostituito da “chirurghi”, una categoria capace di fare le stesse cose dei barbieri ma occupandosi esclusivamente di medicina e molto più rigorosa nel concedere l’accesso alla professione. I cerusici erano nati a partire da una scuola aperta da un gruppo di essi a Parigi, la Confraternita di Saint Côme, che si era impegnata a regolarizzare la professione e, dopo circa 2 secoli di lotte politiche e giuridiche, era riuscita a ottenere il riconoscimento ufficiale.

I medici godevano comunque di uno status sociale superiore a quello dei chirurghi, anche se a livello popolare erano molto più considerati i secondi dei primi. Nel secolo successivo, il XVII, il celebre commediografo Molière avrebbe sbeffeggiato i medici accademici in opere come “Il medico per forza” o “Il malato immaginario”, in cui si possono leggere espressioni come “Il malato è un poveretto immobilizzato a letto e costretto ad ascoltare i vaneggiamenti dei medici finché la Natura lo guarisce o le cure lo uccidono”. Nessuno ha mai scritto nulla di simile sui chirurghi, che non sapevano citare i classici ma erano molto più bravi a guarire i malati.

La più prestigiosa scuola di chirurgia a quel tempo era quella parigina dell’Hôtel Dieu, e fu qui che, intorno al 1530, si iscrisse un giovane di famiglia modestissima (figlio di un artigiano e, forse, di una prostituta) proveniente da Laval, nel Maine, area tra la Bretagna e la Normandia. Il suo nome era Ambroise Paré ed era nato nel 1510.

Paré seguì tutte le lezioni dei corsi con profitto, ma era troppo povero per ottenere il titolo (all’epoca si usava che il candidato retribuisse di tasca propria tutti i docenti della commissione che lo giudicava all’esame finale, e questo era un grosso ostacolo per i meno abbienti. Tra l’altro, esiste una teoria per cui nei primi anni del XIV secolo anche Dante Alighieri, ospite per qualche tempo a Parigi, avrebbe completato l’iter per conseguire la laurea alla Sorbona, ma non si sarebbe laureato proprio per l’impossibilità di pagare le spese dell’esame di laurea) e, quindi, a un certo punto, non gli restò altro che arruolarsi come barbiere nell’esercito, al seguito del maresciallo Montejan, impegnato in una campagna in Italia.

Una protesi alla gamba disegnata da Paré:

Sotto, una mano artificiale immaginata da Paré:

Di ritorno da questa, Paré aveva guadagnato abbastanza da permettersi di ottenere finalmente l’iscrizione all’albo dei cerusici e di aprire un proprio studio al Pont Saint Michel, sulla riva sinistra della Senna. Nel corso degli anni, con la sua attività, avrebbe guadagnato abbastanza da diventare proprietario di diversi immobili, alcuni dei quali a Meudon, la cittadina il cui parroco era anche un medico e uno scrittore, François Rabelais, autore del famoso romanzo comico “Gargantua e Pantagruel”. Purtroppo, non è noto se vi siano mai stati rapporti di amicizia tra i due.

James Bertrand (1823-1887), Ambroise Paré e l’esame di un paziente , Remiremont , museo Charles-de-Bruyères:

Già durante la sua esperienza di chirurgo-barbiere nell’esercito, Paré aveva compiuto un’importante scoperta. Nel 1537, partecipando all’assedio di Torino, si era trovato a dover curare un numero altissimo di ferite da arma da fuoco. A quel tempo, si credeva che la polvere da sparo fosse infetta e che le ferite causate da proiettili dovessero essere cauterizzate con l’olio bollente prima di essere fasciate. La pratica era effettivamente disinfettante, ma dolorosissima e capace di produrre spaventose cicatrici. Paré se ne era servito regolarmente fino a che l’olio gli era finito. A quel punto, in mancanza di alternative, aveva deciso di trattare le ferite con una lozione emolliente fatta di tuorlo d’uovo, essenza di rose e trementina, una combinazione che, a suo giudizio, avrebbe potuto evitare le successive infezioni. Aveva poi trascorso una notte insonne temendo ciò che poteva succedere se si fosse sbagliato. Invece, il mattino seguente, aveva trovato i soldati trattati in questo modo in condizioni parecchio migliori di quelli trattati nel modo tradizionale.

In pratica, aveva scoperto il primo trattamento anti-infiammatorio per uso topico della medicina moderna

La sua prassi si diffuse rapidamente tra tutti i chirurghi militari. Paré era un uomo molto concreto, che non si montò mai la testa. Per descrivere guarigioni di pazienti che ai suoi contemporanei apparivano miracolose, diceva senza scomporsi “Io l’ho bendato e Dio lo ha guarito”. Per questa ragione, è passato alla Storia come un uomo religiosissimo. In realtà, sebbene il suo interesse per la sofferenza umana e la sua disponibilità verso i poveri siano chiare indicazioni di uno spirito profondamente altruista e caritatevole, la sua posizione religiosa non è stata mai del tutto chiarita. Quasi certamente era di famiglia protestante (i cosiddetti “ugonotti”) ma fu risparmiato, senza subire alcuna conseguenza, nella famosa “notte di San Bartolomeo”, il 24 agosto 1572, quando i cattolici parigini, aizzati dal re filo-spagnolo Carlo IX, diedero la caccia ai protestanti, uccidendone un numero stimato tra i 5.000 e i 30.000 (più quelli uccisi successivamente in altre città quando la notizia si sparse). Non si sa se a quel tempo si fosse convertito al cattolicesimo (né, eventualmente, per quali ragioni lo avesse fatto) o se venisse invece salvaguardato da qualche protettore importante che era suo paziente.

Gli strumenti del mestiere di Paré:

Durante il regno di Enrico II (1547-1559), Paré riprese il posto di chirurgo militare in molte delle campagne condotte da quel sovrano, distinguendosi sempre per le sue eccezionali capacità, ad esempio quando rianimò un soldato ferito così gravemente che i compagni gli stavano già scavando la fossa. Nel 1552, a Danvilliers, curando un ufficiale che era stato gravemente ferito a una gamba, fu costretto ad amputargli l’arto ma, poi, anziché cauterizzare i vasi sanguigni con un ferro rovente, tentò con successo la prima legatura di vene e arterie, successivamente diventata la regola in questi casi. In un’altra occasione, nel 1553, fu catturato dagli spagnoli, che in quel periodo erano soliti massacrare i prigionieri, ma riuscì a farsi liberare operando e guarendo uno dei loro comandanti, affetto da un’ulcera a una gamba in conseguenza delle vene varicose.

Ambroise Paré utilizza la legatura a Damvillers di Ernest Board (1877-1934):

Nel 1559 non riuscì a guarire il re, Enrico II di Valois, che era rimasto gravemente ferito a un occhio dalla lancia del conte di Montgomery durante un torneo cavalleresco. Dall’autopsia risultò che il colpo aveva prodotto un’emorragia cerebrale e un’encefalite, per cui guarire il sovrano con i mezzi del tempo sarebbe stato impossibile (sarebbe difficilissimo anche adesso). Continuò però a far parte della schiera dei sanitari cui i re francesi si rivolgevano e, nel 1572, sotto Carlo IX, fu nominato “primo chirurgo del re”.

Ambroise Paré nel 1573:

Sempre sotto Carlo IX, gli toccò una sgradevole disavventura. Un gentiluomo tornato a corte dopo un viaggio in Oriente, riportò da questo un “bezoar”, ossia un corpo fatto di residui di cibo e fibre (vegetali o peli) che si ritrova a volte negli intestini di animali macellati o deve essere estratto chirurgicamente quando diventa troppo voluminoso e blocca il transito intestinale. Una sgangherata tradizione antica, non si sa di quale origine, affermava che i bezoar rappresentasser potenti antidoti contro i veleni. Il re si rivolse per un parere a Paré, che era piuttosto scettico al riguardo ma diede la sua disponibilità a testarlo su un condannato a morte. Fu scelto un cuoco condannato per furto (all’epoca, era normale) e destinato a finire sulla forca il giorno dopo. L’esperimento, come prevedibile, fu un totale fallimento. L’uomo scelto quale cavia morì tra spaventose sofferenze e Paré non poté fare nulla per salvarlo.

Le ferite di guerra secondo Ambroise Paré:

Negli ultimi anni, ridusse la sua attività e poi la cessò del tutto, impiegando il suo tempo a scrivere altri libri. Morì il 20 dicembre 1590. Sposato due volte, ebbe complessivamente sette figli, di cui la maggior parte raggiunse l’età adulta. I suoi discendenti, grazie alla sua fama e alle ricchezze accumulate, ebbero una vita molto più facile di quella che era toccata a lui.

Statua di Ambroise Paré, modello in bronzo di David d’Angers ad Angers, del 1839:

Durante la sua attività, Paré scrisse diversi libri di medicina, per far conoscere a tutti gli interessati le sue scoperte e le tecniche che inventava. Contrariamente alla consuetudine del tempo, anziché in Latino (che nemmeno conosceva) li scrisse in Volgare, ossia in Francese. Poiché era un accanito lettore di libri, scriveva anche molto bene, e i suoi testi furono dei bestseller del periodo, letti anche da non medici e tradotti in tutta Europa. Se ne giovò, dunque, un’intera generazione di chirurghi. Tra gli antiquari si dice che non solo i libri di Paré sono rari da trovare, ma anche che sono spesso in cattive condizioni, letteralmente consumati a forza di essere usati.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.