Per quasi duemila anni le donne giapponesi che vivevano nei villaggi costieri di pescatori contribuirono all’economia domestica con la caccia alle ostriche e all’abalone, una lumaca di mare che produce le perle. Esse venivano chiamate “Ama“, e si immergevano in apnea nelle profondità del Pacifico.

Durante la prima metà del 20° secolo Iwase Yoshiyuki tornò nel villaggio di pescatori dove era cresciuto, Onjuku, e fotografò queste donne in un momento nel quale l’attività era ancora largamente praticata come da tradizione locale.

In seguito alla laurea in giurisprudenza, a Yoshiyuki fu regalata una macchina fotografica Kodak, ed egli pensò che la cosa più bella da fotografare fossero proprio le Ama della sua città natale. Quando Yoshiyuki iniziò a scattare le fotografie delle Ama, alla fine del 1920, c’erano diverse centinaia di subacquee attive nei sette porti della costa Iwawada (Kohaduki, Oohaduki, Futamata, Konado, Tajiri, Koura e Nagahama). Le sue fotografie sono, oggi, probabilmente l’unico documento fotografico di una tradizione di pesca ormai completamente estinta.

La maggior parte delle Ama erano giovani donne, alcune anche solo ragazze, che si tuffavano nelle acque del pacifico per circa 2 minuti di apnea, tornando a galla soltanto pochi secondi per respirare. Le sessioni di immersioni duravano tutto il giorno, e i “tuffi” erano circa 60 per volta, per un totale di circa 180 immersioni al giorno.

Le donne erano ritenute più adatte allo scopo a causa di uno strato di grasso supplementare rispetto agli uomini che, secondo la credenza locale, avrebbe consentito loro di trattenere il fiato più a lungo. L’apporto che davano le Ama all’economia locale era enorme, e la quantità di denaro che guadagnavano in una singola sessione di immersioni poteva essere superiore rispetto a quanto guadagnava un uomo in un intero anno di lavoro.

Le donne lavoravano con soltanto lo slip indosso, questo a causa della scarsa qualità dei costumi da bagno e delle mute disponibili, che le avrebbero rallentate e raffreddate di più rispetto alla pelle nuda. Come delle Amazzoni marine, le Ama si tuffavano nelle profondità del mare con un perizoma, un coltello e una maschera, raccogliendo perle e altri materiali di valore. Dopo la Seconda Guerra mondiale e l’occupazione statunitense, quando il turismo in Giappone aumentò, i turisti stranieri chiesero che le “Sirene” venissero coperte, e quindi, un po’ ovunque, cominciarono a portare mute da sub e costumi da bagno.

Nelle fotografie di Yoshiyuki si vedono però gli ultimi, splendidi, momenti di una tradizione che, nel giro di pochi anni, sarebbe scomparsa per sempre:

La semplice e primitiva bellezza delle Ama

Sirene Ama di Iwase Yoshiyuki#5:

Sirene Ama di Iwase Yoshiyuki#6:

Sirene Ama di Iwase Yoshiyuki#7:

Sirene Ama di Iwase Yoshiyuki#8:

Sirene Ama di Iwase Yoshiyuki#9:

Sirene Ama di Iwase Yoshiyuki#10:

Sirene Ama di Iwase Yoshiyuki#11:

Sirene Ama di Iwase Yoshiyuki#12:

Sotto una scena dal film Tampopo del 1985, nel quale si vede una Ama giovanissima che dialoga con un Gangster:

NB: per politica editoriale di Google e Facebook non è possibile pubblicare fotografie di nudo. Le immagini non censurate dell’articolo le trovate alla fonte: Antony Luke Photographer.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...