Tutti conoscono la storia dell’eccidio di Ekaterinburg (dal 1924 al 1991 Sverdlovsk), ma la mancanza dei resti della famiglia aveva fatto nascere e alimentato tante illusioni, eppure già nel 1926 il governo sovietico aveva confermato che tutti i membri della famiglia reale erano morti. Restava da scoprire solo dove erano sepolti.

La famiglia al completo:

A casa Ipat’ev alle 3 del mattino del 17 luglio 1918 erano già tutti morti. La famiglia imperiale, Nicola, Alessandra, Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e Alessio, il medico di famiglia Evgenij Botkin, la cameriera Anna Demidova, il valletto Aleksei Trupp e il cuoco Ivan Charitonov, che non avevano voluto lasciare la famiglia. Tutto si era concluso in una ventina di minuti. Era morto anche il cagnolino di Anastasia, Jimmy, che la ragazza teneva in braccio e che avrà la sua importanza nelle ricerche dei resti.

Il cuoco Ivan Charitonov:

I corpi vennero quindi caricati in fretta su un camion e portati nella foresta di Koptjakij, vennero trasbordati su carretti e portati alla vecchia miniera nella località ”4 fratelli’ dai 4 grandi pini che la delimitavano. Vennero spogliati degli abiti e di tutti i valori e i corpi buttati nella fossa, che essendo però piena acqua melmosa li faceva tornare in superficie. E nemmeno il lancio di granate servì a nasconderli.

Fu subito chiaro che questa poteva solo essere una sepoltura provvisoria. Venne tutto coperto di terra e di rami e, dopo aver perlustrato l’area e trovata una nuova sistemazione, il 18 luglio i corpi vennero tirati fuori e ricaricati su un camion per essere portati in una vecchia miniera di rame.

Il dottor Evgenij Botkin:

Nella notte del 19 luglio si iniziò lo spostamento ma il camion si impantanò, gli uomini esausti rifiutavano di obbedire agli ordini, si dovette rinunciare alla miniera e venne scavata una fossa nei pressi della ferrovia, vicino a dove il camion si era fermato.

La cameriera Anna Demidova:

9 corpi vennero coperti con contenitori di acido solforico che vennero forati con colpi di pistola, i visi resi irriconoscibili con i calci dei fucili e coperti di terra. La fossa era profonda solo 60 cm, vennero piazzate traversine ferroviarie sulla fossa e il camion fatto passare avanti e indietro fino a pressarle nella terra.

Il valletto Aleksej Trupp:

I due corpi restanti, quello dello zarevic Alessio e di sua sorella Maria, forse per mancanza di spazio o forse per confondere le idee sul numero e le identità delle vittime, vennero bruciati e i resti frantumati e sepolti a circa 70 metri dalla tomba del resto della famiglia.

 

Il 25 luglio l’Armata Bianca entrava a Ekaterinburg e venne subito aperta un’inchiesta per scoprire cosa fosse successo alla famiglia reale. Il primo incaricato Ivan Sergeev, del tribunale di Ekaterinburg, ispezionò accuratamente casa Ipat’ev, trovando nel seminterrato le prove del massacro, tavole del pavimento imbevute di sangue, altri proiettili conficcati nella parete e nel pavimento, oltre a quelli già prelevati dalla Ceka nel tentativo di nascondere l’accaduto, oggetti personali senza valore di tutti i componenti della famiglia e resti di documenti bruciati nelle stufe.

Cosa fosse successo era chiaro, ma dov’erano i corpi?

Casa Ipat’ev a Ekaterinburg:

Nikolai Sokolov, giudice istruttore del tribunale di Omsk, il nuovo incaricato dell’inchiesta, venne indirizzato dagli abitanti alla foresta dove trovò moltissimi reperti, pezzi di ossa, occhiali e una dentiera superiore, stecche di busti, chiavi, scarpe, perle e diamanti sciolti, la fibbia di una cintura, alcuni proiettili e un dito di donna. Aveva scoperto il primo luogo di sepoltura, quello provvisorio, ma niente corpi. Nel luogo dove il camion si era impantanato trovò il corpo del cagnolino di Anastasia, Jimmy, e tracce di un grande falò.

Casa Ipat’ev dopo la costruzione della palizzata per impedire la visuale della famiglia imperiale:

Non fu in grado di proseguire le ricerche per l’approssimarsi dell’Armata Rossa e fu costretto a lasciare l’Unione Sovietica, ma portò con se la scatola dove aveva riposto tutti i ritrovamenti.

Jakov Jurovskij nel 1918, comandante ed esecutore, insieme al plotone, dell’eccidio:

La scatola è ora custodita nella Chiesa Russa Ortodossa di Saint Giobbe a Uccle, vicino a Bruxelles. Sokolov scrisse dettagliate memorie delle sue indagini, ma il suo errore fu di credere che tutti i resti fossero stati bruciati, mentre per giorni era passato sulle traversine che nascondevano la tomba senza mai immaginare cosa ci fosse sotto.

Nikolaj Sokolov:

Nel 1976 la casa Ipat’ev venne dichiarata ‘insignificante storicamente’, e nel 1977 fu abbattuta, forse per mettere la parola fine ai pellegrinaggi.

Dopo le ricerche di Sokolov tutto cadde nell’oblio fino al 1979

Alexander Avdonin, un geologo appassionato di storia, e Geli Ryabov, uno scrittore russo, decisero di cominciare le ricerche della tomba dei Romanov. Gli scritti di Sokolov, poco utili, dato che non aveva trovano nulla, erano comunque un punto di partenza per sapere dove non era necessario cercare, ma dove sicuramente i corpi erano stati manipolati. Nel 1978 Avdonin e Ryabov contattarono i figli di Jurovskij, il capo della Ceka ovvero la polizia segreta istituita da Lenin nel 1917, che aveva pianificato ed eseguito il massacro e la sepoltura, che gli consegnarono gli scritti del padre.

Proiettili recuperati dal seminterrato da Sokolov:
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Qui le informazioni erano notevoli. Calcolando le distanze fra il luogo della prima sepoltura provvisoria trovata da Sokolov e quelle indicate da Jurovskij si delimitò la zona. Inserendo nel terreno un sottile tubo metallico appuntito che poteva servire per un rudimentale carotaggio, cercavano segni di opera umana nella profondità stimata per uno scavo di 60 anni prima.

I resti del cagnolino di Anastasia, Jimmy:

Il 30 maggio 1979 le carote venute alla luce avevano un colore blu e aspetto oleoso. Fatte esaminare da un chimico, queste vennero subito riconosciute per l’azione di acido solforico su materiale biologico e si iniziò lo scavo.

Assi del pavimento con proiettili:

Venne presto alla luce un osso pelvico (in seguito riconosciuto come quello dello zar) e tre teschi, uno dei quali presentava un foro di entrata e uscita (venne poi riconosciuto come quello di Alexandra). Gli scheletri avevano un colore scuro e ne trovarono 9, si erano mantenuti perché l’acido solforico li aveva bagnati distruggendo i tessuti, ma non era restato a lungo a contatto con le ossa. Trovarono anche i resti dei contenitori di acido. Li avevano trovati, tutto corrispondeva agli scritti di Jurovskij.

Carta da parati sporca di sangue:

Prelevarono i tre teschi, lasciando tutti gli altri resti come stavano, e li portarono a Mosca per farli esaminare. Nessuno accettò di esaminarli, erano ancora tempi molto pericolosi, nessuno voleva avere a che fare con una questione di quel tipo. Dopo averne fatto una descrizione dettagliata i teschi furono riportati nel luogo di scavo e sepolti nuovamente insieme agli altri resti.

Parti di busti e ganci e brandelli di tessuto ritrovati da Sokolov:

I due mantennero il più assoluto riserbo circa la scoperta fino al 1990. Nel 1991 iniziarono gli scavi ‘professionali’ di archeologi e antropologi. Dalla tomba emersero 9 scheletri, e subito iniziarono gli esami del DNA. Filippo di Edimburgo, la principessa Xenia Cheremeteff Sfiri e il Principe Andrea Romanov si prestarono all’esame.

Sokolov a Ganina Jama, primo luogo di sepoltura provvisioria:

I risultati furono positivi e i resti dei 5 componenti della famiglia imperiale, come anche quelli del dott. Botkin, della Demidova, di Trupp e di Charitonov, tutti identificati, furono sepolti il 17 luglio 1998 nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Pietroburgo nell’anniversario della morte.

Topazi ritrovati da Sokolov:

Mancavano ancora però i resti di due componenti della famiglia Romanov, Solo nel 2007 venne ritrovata un’altra tomba, a circa 70 metri dalla prima, contenente 44 frammenti ossei e alcuni denti appartenenti ad una ragazza di 15-19 anni ed un ragazzo di 12-15 anni. . Le analisi del DNA conclusero nel 2008 che si trattava dei figli di Nicola e Alessandra e quindi di Alessio e di una granduchessa, Maria secondo gli scienziati russi, e Anastasia secondo gli statunitensi che avevano condotto gli esami.

Gli scavi di Sokolov:

La Chiesa Ortodossa non riconobbe la certezza dell’identificazione e non autorizzò la sepoltura di questi resti, richiedendo nel 2015 nuove analisi comparative del DNA di Nicola, Alessandra e dei due ragazzi. Vennero analizzate le macchie di sangue su una camicia di Nicola, ferito in un attentato nel 1891, e sulla giacca di Alessandro II, il nonno di Nicola, ucciso in un attentato nel 1881, per compararle con quelle dei resti di Nicola e i resti della tomba, risultando padre e figlio; i resti di Alessandra e quelli delle tre granduchesse vennero comparati con quelli dei frammenti confermando la parentela di, rispettivamente, figlia e sorella, ma, nonostante le evidenze che si tratti di Alessio e Maria, la chiesa ortodossa rifiuta ancora la sepoltura dei loro resti insieme a quelli della famiglia reale.

Dito di donna ritrovato da Sokolov:

Nel 2000 la Chiesa Ortodossa ha dichiarato santi e martiri tutti i componenti della famiglia. Il 1° ottobre 2008 il Presidium della corte superiore russa ha assolto e riabilitato Nicola e la famiglia, dichiarando illegale la loro uccisione.

 

Giovanna Francesconi
Giovanna Francesconi

Amo la storia, e le storie dietro ad ogni persona o oggetto. Amo le cose antiche e non solo perché ormai ne faccio parte pure io, ma perché la verità è la figlia del tempo.