Agamennone e le violentissime Tragedie della Mitologia Greca

La mitologia greca, fonte inesauribile di storie ricche di meraviglia, coraggio, codardia, inganno, non racconta solo di divinità capricciose, di eroi spesso in balia del Fato, di uomini e donne che rappresentano archetipi universali (Antigone, Edipo, Icaro…).

Racconta anche di come gli antichi abitanti dell’Ellade intendessero la vita e il destino degli uomini.

Nella Grecia arcaica (e non solo, per la verità) c’era la ferma convinzione che le colpe dei padri dovessero ricadere sui figli, provocando una tragica catena di eventi che poteva travolgere diverse generazioni della stessa famiglia.

Come accade, ad esempio, ai due fratelli Menelao e Agamennone, i re achei protagonisti della guerra di Troia, che pagano atrocemente per la colpa del loro antenato, Pelope.

Genealogia di Agamennone e Menelao

Pelope, progenitore di tutti gli Achei (almeno secondo il mito), ci prova disperatamente a riscattarsi davanti agli dei, e per ingraziarsi Zeus istituisce addirittura le Olimpiadi. Il tentativo è vano: le sue colpe, omicidio e tradimento, ricadranno sui suoi discendenti.

E dire che lui l’aveva scampata bella: morto in modo raccapricciante per mano del padre, viene riportato in vita proprio dagli dei dell’Olimpo.

Tutto comincia con Tantalo, personaggio semidivino (figlio di Zeus e di una ninfa) che per mettere alla prova l’onniscienza degli dei li invita ad un banchetto dove la portata principale è proprio suo figlio Pelope. Il poco raccomandabile Tantalo, re della Lidia, ne ha già combinate parecchie (ruba agli dei, giura il falso) passandola sempre liscia, ma quando cucina il figlio e lo serve in tavola agli dei, solo per scoprire se si sarebbero accorti di avere nel piatto carne umana, la loro pazienza finisce.

Il banchetto di Tantalo – Hugues Taraval, 1767

Lo spediscono nel Tartaro a soffrire per l’eternità la fame e la sete: come si avvicina a un albero carico di frutti i rami si ritraggono e diventano irraggiungibili, così come fa l’acqua del fiume dove è immerso.

Il supplizio di Tantalo

Al povero Pelope viene ridato il soffio della vita, e torna nel mondo dei vivi in carne e ossa, a parte una spalla, che Demetra si era mangiata senza accorgersi dell’inganno, perché presa dalla disperazione per il rapimento della figlia Persefone.

Con la sua nuova spalla d’avorio, Pelope diventa re al posto del padre, fino a quando arriva qualche popolo barbaro che lo costringe ad andare a cercarsi un altro regno.

Camminando camminando arriva in Elide, nella città di Pisa, dove governa un certo Enomao, che nutre una grande passione per i cavalli e le corse con i carri, ed è figlio nientemeno che del bellicoso dio Ares,

Il sovrano ha una bellissima figlia, Ippodamia, che lui non vuole dare in sposa a nessuno, forse perché ne è geloso, o forse perché una profezia lo aveva avvertito che sarebbe stato ucciso proprio dall’uomo che avrebbe sposato la figlia. Così sfida personalmente a una gara di corsa con i carri, da Pisa a Corinto, tutti gli aspiranti alla mano di Ippodamia. Si tratta di vincere o morire, sia per il pretendente sia per Enomao.

Al re comunque piace vincere facile, visto che gareggia con due impareggiabili cavalli, dono del divino padre

Quando Pelope arriva in città, sulle porte del palazzo reale fanno bella mostra di sé le teste di tredici sventurati che avevano tentato la sfida, ma il giovane principe in cerca di un nuovo regno ha dalla sua il dio Poseidone, innamorato di lui, che gli dona un cocchio magico e due cavalli alati, grazie ai quali avrebbe potuto vincere la gara contro Enomao.

Quelle teste sulla porta del palazzo sono però inquietanti, e così Pelope, per maggior sicurezza, corrompe l’auriga di Enomao, Mirtilo, segretamente innamorato di Ippodamia. Gli promette di concedergli la futura sposa (che non ha voce in capitolo) per una notte.

Mirtilo, figlio peraltro del dio Ermes, manomette il carro di Enomao, che muore, ma quando pretende la sua ricompensa, Pelope lo getta giù da una scogliera. Prima di morire, lo sventurato fa in tempo a lanciare una maledizione sull’omicida e su tutta la sua discendenza, invocando come garante il padre Ermes, che lo trasporta in cielo sotto  forma di costellazione.

Pelope e Ippodamia

La maledizione farà più effetto sui suoi discendenti piuttosto che su Pelope: lui conquista gran parte della penisola a cui darà il nome, il Peloponneso (isola di Pelope), diventa un grande re e rende molti onori agli dei. Prima di tutto a Ermes, visto quello che ha combinato a suo figlio, e poi a Zeus, a cui dedica la prima Olimpiade, manifestazione sportiva che poi si ripeterà, ogni quattro anni, per molti secoli a venire.

Ippodamia invece, probabilmente grata agli dei di essersi liberata del padre, organizza, parallelamente alle Olimpiadi, i Giochi Erei, disputati da donne e dedicati alla dea Era.

Per la verità, la maledizione colpisce prima la sorella di Pelope, Niobe, tanto sfrontata da mancare di rispetto alla madre di Apollo e Artemide, che per punizione le uccidono tutti i suoi quattordici figli. La povera donna, a forza di piangere, rimane pietrificata dal dolore.

Poi è la volta di Atreo e Tieste, due figli di Pelope, che in qualche modo ripropongono un copione già visto, dove non manca l’uccisione di un fratellastro e la conseguente maledizione paterna.

Tieste e Atreo

Atreo (con tutta una serie di lunghissime complicazioni) diviene re di Micene, trono ambito anche da Tieste, che per vendicarsi del fratello non trova di meglio che sedurne la moglie (e farci due figli). Senza dar a vedere di aver scoperto la tresca, Atreo invita il fratello a palazzo, dove gli serve a cena i suoi cinque figli, che lui mangia con grande appetito, salvo poi vomitare anche l’anima quando gli vengono portati su un vassoio le teste e le manine dei piccoli.

Tieste, per essere certo di riuscire a vendicarsi di Atreo, chiede consiglio all’oracolo di Delfi, che gli suggerisce un atto estremo: deve mettere al mondo un bambino concepito con la sua stessa figlia. Il principe non si ferma nemmeno davanti a un gesto così estremo e così violenta, senza farsi riconoscere, la povera Pelopia, che dopo lo stupro incontra Atreo (ovviamente senza sapere che si tratta di suo zio) e lo sposa, andando a vivere a Micene con lui. Lì nasce il piccolo Egisto, che il re di Micene considera figlio suo.

Tieste e Atreo

Intanto Atreo, sempre su consiglio dell’oracolo di Delfi, invita il fratello a tornare a Micene. Vuole definitivamente vendicarsi (e liberarsi) del fratello, e così ordina al piccolo Egisto, di soli sette anni, di pugnalare Tieste.

Alla resa dei conti, quando Tieste rivela di essere lo stupratore di Pelopia e padre del bambino, sembra finalmente chiudersi il cerchio di quella sanguinosa storiaccia familiare: Pelopia si suicida, Egisto uccide Atreo, mentre Tieste si riprende il trono di Micene.

Ma non finisce qui

Agamennone, re di Micene, e Menelao, re di Sparta, sono figli di Atreo. Sono loro che chiamano a raccolta tutti i greci per vendicare l’affronto subito dal principe troiano Paride che, violando le sacre regole dell’ospitalità, si è portato via da Sparta la bellissima Elena.

Al fattaccio segue la decennale guerra di Troia. Gli eserciti dei greci però non riescono a far vela verso la città nemica, perché la dea Artemide, offesa da Agamennone, pretende che le sia offerta in sacrificio la bellissima Ifigenia, figlia primogenita del re di Micene.

Senza dilungarci sul racconto della fine di Ifigenia (che forse non muore), basta dire che quel sacrificio consente sì la partenza delle navi greche, ma suscita l’eterno rancore della madre della ragazza, Clitennestra, moglie di Agamennone e sorella gemella di Elena.

Clitennestra

Quando, dopo dieci anni di guerra e una vittoria ottenuta solo con l’inganno e il tradimento, i principi greci sopravvissuti se ne tornano alle loro case, il cerchio di quella lunghissima faida familiare finalmente si chiude in un bagno di sangue. Egisto (che nel frattempo è divenuto l’amante di Clitennestra), figlio di Tieste, uccide Agamennone, figlio di Atreo.

La morte di Agamennone


A vendicare Agamennone ci pensa Oreste, suo figlio, che dopo essersi nascosto per una decina d’anni e aver poi chiesto consiglio all’oracolo di Delfi, a sua volta ammazza sia Egisto sia la madre Clitennestra, per finire perseguitato dalle Erinni, divinità che si preoccupavano di tormentare, fino a condurlo alla follia, chi si fosse macchiato di un delitto contro un familiare. Lo sventurato fugge ad Atene, dove subisce un processo “divino”, nel quale Apollo prende le vesti del difensore e la dea Atena quelle di giudice.

La dea della saggezza, forse stanca di tutte quelle lotte fratricide, assolve il ragazzo e pone fine a quella maledizione iniziata tanti anni prima.

Oreste perseguitato dalle Erinni

Nemmeno i più fantasiosi autori delle soap-opera moderne possono eguagliare una narrazione così densa di intrighi, tradimenti e tragici epiloghi (sembra incredibile ma quella che ho appena raccontato è solo la storia per sommi capi, perché c’è tutta una serie di storie correlate), che mostra quanto fosse forte la convinzione dell’ineluttabile ereditarietà della colpa, che si ritrova, ad esempio, anche nel mito di Edipo.

A noi moderni salta all’occhio, invece, quanto possa essere deleterio fidarsi degli “oracoli”, che danno spesso cattivi consigli…

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.