Augusta Ada Byron nacque nel 1815 con un nome molto diverso da quello con cui la conosciamo oggi. Anche se all’epoca era comunissimo prendere il cognome o il titolo nobiliare dal marito, vedremo come capire la storia del suo nome sia importante per capire la formazione di una delle menti più geniali dell’800.

Il padre fu il vulcanico Lord George Gordon Byron, poeta, politico e rivoluzionario inglese, che visse 36 anni, pochi in senso assoluto ma abbastanza da vivere numerose esistenze mortali. Fra le tante donne che conobbero il poeta anche Anne Isabella Milbanke, nobile ereditiera inglese, che sposò Byron e che con lui visse per circa un anno.

Sotto, Lord Byron:

Dall’unione nacque la piccola Augusta Ada Byron, nel 1815, che vide il padre per qualche giorno e poi non lo incontrò mai più. Ad Ada venne dato il nome della sorellastra del padre, Augusta, che fu il principale motivo della separazione dei genitori:

Lord Byron e Augusta erano amanti

Ada Lovelace a 4 anni:

Ada fu l’unica figlia legittima di Lord Byron e venne allevata dalla madre Anne che, per scongiurare che la bambina ereditasse la vena poetica e ribelle del padre, la fece applicare in studi di matematica e logica, per le quali dimostrò subito una forte predisposizione.

Sotto, Annabella (Anne Isabella) Milbanke, madre di Ada:

La madre, al contrario dell’angelico dipinto che la ritrae qui sopra, era dispotica, violenta e piena di rancore verso il padre della figlia. Anne non smetteva mai, giorno dopo giorno, di ricordare ad Ada che il celebre genitore l’aveva abbandonata, per sempre. Oltre alle percosse e alle violenze mentali della madre a fiaccare Ada ci si misero pure dei violenti attacchi di cefalea e nel 1829 il morbillo, che la costrinse un anno a letto.

Ma Ada non si arrese

Le violenze e le malattie non fecero altro che rendere più decisa la giovane Byron, che proseguì nei suoi studi coadiuvata da William Frend, William King e Mary Somerville, celebri matematici inglesi.

Ada trovava il proprio equilibrio grazie allo studio dei numeri

La giovane mostrava una predisposizione eccezionale per lo studio della matematica, e già a 17 anni il professor Augustus De Morgan, professore all’Università di Londra e suo precettore, informò la madre che Ada aveva la possibilità per “Diventare un’eminenza di prima categoria”.

Ada a 17 anni:

Ma il rapporto con la madre non era certo dei migliori, anche se le accomunava la passione per la matematica, e per Ada uscire dalla casa familiare era una necessità per la propria salute mentale. E proprio a 17 anni conobbe il matematico Charles Babbage, già celebre, che le mostrò la sua Macchina Differenziale, con la quale era possibile eseguire dei calcoli.

La giovane Ada iniziò a frequentare la Corte inglese e fu una delle ballerine più celebri della sua epoca, e con la fama arrivò anche la proposta di matrimonio. Ada si sposò nel luglio del 1835 con William King-Noel, conte di Lovelace, e con lui ebbe 3 figli: Byron, chiamato come il cognome del padre, Anne Isabella, chiamata come la madre, e Ralph Gordon. Dopo le gravidanze e un’altra malattia, che la costrinse a letto diversi mesi, Ada Lovelace si ributtò a capofitto sui suoi studi.

Ada nel 1840:

Iniziò una proficua collaborazione con il Professor Charles Babbage, che nel mentre aveva inventato anche la “Macchina Analitica”, che fu tanto stupito dalle capacità della donna da chiamarla:

Incantatrice dei numeri

Ada studiò e approfondì lo studio della macchina analitica in modo singolare. Babbage aveva spiegato la propria macchina analitica al Congresso degli scienziati italiani, che si teneva presso l’Università di Torino, dove un giovane ingegnere, Luigi Federico Menabrea, ne descrisse il funzionamento in una relazione di 20 pagine. Menabrea, che divenne, molti anni dopo, Primo Ministro del Regno d’Italia, scriveva in italiano e quindi Babbage chiese ad Ada di tradurre la relazione.

La Lovelace non solo tradusse, ma arricchì enormemente lo scritto di Menabrea, che divenne una relazione di circa 50 pagine in cui viene descritto, a grandi linee, il funzionamento del primo computer della storia. Tra le annotazioni della donna ci fu anche un algoritmo utile per il calcolo dei numeri di Bernoulli, celebre come “Nota G”, considerato oggi come il primo programma informatico della storia.

Ada Lovelace viene quindi considerata la prima programmatrice della storia

Menabrea e Ada iniziarono una prolifica corrispondenza che spronò la donna ad approfondire ulteriormente gli studi, e a immaginare gli impieghi futuri della macchina analitica.

Ada nel 1836:

Nel 1843 pubblicò un articolo nel quale immaginava un mondo dominato dall’intelligenza artificiale, da macchine programmabili e da un futuro in cui questo tipo di sistemi sarebbero stati cruciali per il destino dell’umanità.

Ada aveva visto il futuro

Sotto, la macchina analitica di Babbage:

Dopo aver prolificamente collaborato con il professor Babbage, Ada Lovelace collaborò anche con Michael Faraday, celebre per i suoi studi sull’elettromagnetismo, e John Herschel, astronomo e scienziato inglese.

Ada al pianoforte nel 1852:

Ma la vita, con Ada, non fu generosa. All’inizio degli anni ’50 dell’800 si ammalò di cancro all’utero che non le lasciò scampo. La madre, anche in questo caso, fu determinante nel farle trascorrere in modo drammatico gli ultimi sgoccioli della sua vita. Anne le allontanò amici e conoscenti dal capezzale, lasciandola ad affrontare la prospettiva della morte sola, sostenuta soltanto dal fanatismo religioso che tentava di inculcarle.

Ada Lovelace morì il 27 novembre 1852. Aveva 36 anni, come 36 anni aveva anche Lord Byron, suo padre, quando morì. E proprio accanto a lui riposa, la geniale Ada, nella chiesa di santa Maria Maddalena ad Hucknall (nel Nottinghamshire). Quando qualcuno di noi digita una lettera sulla tastiera che poi appare sullo schermo deve qualcosa (anche) alla sua genialità.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...