È stato un uomo misterioso, una figura straordinaria nell’Impero Russo del Settecento: straordinario tanto per le sue capacità e la considerazione che ebbero di lui prima lo zar Pietro il Grande e poi le zarine Elisabetta e Caterina II, quanto straordinario in senso proprio letterale, per la sua diversità etnica rispetto alla quasi totalità del popolo russo, specie dell’élite.

Abram Petrovič Gannibal nacque nel 1696 in Africa, in un luogo che tutt’ora non è stato possibile precisare con certezza. Inizialmente si pensò che fosse nato in un villaggio al confine tra l’Eritrea e l’Etiopia, partendo dal dato che l’uomo fosse venuto al mondo a Lagon, villaggio sul fiume Mareb proprio al confine tra le due nazioni del Corno d’Africa, quella penisoletta, con una forma che ricorda appunto un corno, posizionata sul lato orientale dell’Africa. Successivamente, però, furono avanzate altre due ipotesi circa il suo luogo di nascita: si pensò che Abram fosse nato precisamente in Eritrea, a seguito del ritrovamento di una mappa del 1810, appartenuta al viaggiatore e studioso britannico Henry Salt, in cui era indicato un posto chiamato Logo, appunto nell’antica provincia eritrea dell’Acchelè-Guzai; più di recente, invece, il possibile luogo di nascita dell’uomo è stato posizionato molto più a ovest, in Camerun, in prossimità del fiume Logone.

Dipinto che si crede rappresentare Abram Petrovič Gannibal

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Ovunque sia nato, Abram Gannibal era figlio di un principe africano, vassallo, durante la Guerra austro-turca, del sultano dell’Impero ottomano, probabilmente Mustafa II, il cui regno durò dal 1695 al 1703. Attorno al 1703 il bambino, che all’epoca aveva sette anni, fu condotto assieme a una sorella a Costantinopoli alla corte del sultano – è in dubbio se si trattasse di Mustafa II o del fratello Ahmed III, che gli successe. Non si trattava certamente di un viaggio di piacere, ma di una pratica in uso tra gli ottomani: i figli dei nobili assoggettati al sultano venivano di fatto presi “come ostaggi” e portati a Costantinopoli, per poi essere venduti a un padrone o uccisi nell’eventualità che il genitore non si fosse comportato bene con il sovrano (il termine sultano, dall’arabo “sulṭān”, equivale proprio a sovrano o principe).

La sorella morì già nel corso del viaggio in nave verso la Città d’oro, mentre Abram entrò nella corte. Vi rimase appena un anno ché già nel 1704 fu riscattato e approdò in Russia. Tra le persone che si mossero per condurlo nell’Impero anche Pëtr Tolstoj, bisnonno del grande scrittore autore di “Anna Karenina” e “Guerra e pace”.

Giunto nel 1704 nella neonata San Pietroburgo, la città sul delta del fiume Neva fondata da Pietro il Grande (zar di tutte le Russie dal 1682 al 1725) appena l’anno prima, Abram fu presto adottato dall’imperatore che lo fece crescere coi suoi figli – ne ebbe quindici, tre con la prima moglie Evdokija Lopuchina, e dodici con Marta Skavronskaja (poi zarina Caterina I), molti dei quali deceduti in tenera età.

Pietro il Grande (Hermitage)

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In quel periodo la Russia di Pietro era impegnata nella estenuante Grande guerra del nord (durata oltre un ventennio, dal 1700 al 1721) contro l’Impero svedese per il controllo dell’area del Baltico. Nel 1705 accadde che l’imperatore andò a Vilnius, attuale capitale della Lituania, per recarsi nella chiesa ortodossa di Santa Parasceve e pregare per la vittoria delle sue truppe. Nella stessa occasione battezzò il figlioccio di colore col nome di Abram Petrovič.

Educato agli studi artistici e militari e apprese molte lingue, tra le quali il francese, nel 1717, il giovane Abram fu inviato dal potente padre in Francia per proseguire i suoi studi. Fu in questo periodo che abbracciò il cognome Gannibal, in onore del “conterraneo” condottiero cartaginese Annibale Barca.

Forte della sua eccellente formazione militare, Abram Petrovič Gannibal si unì all’esercito di Luigi XV nella Guerra della Quadruplice alleanza contro il re di Spagna Filippo V di Borbone e nel corso del conflitto raggiunse il grado di capitano.

Lettera firmata da Gannibal del 22 marzo 1744 (archivio della città di Tallinn)

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Conclusa la guerra, nel 1722 l’uomo ritornò dal patrigno a San Pietroburgo da generale. Nel 1725, però, lo zar morì; il trono passò alla seconda moglie del sovrano, Caterina I, ma di fatto a governare fu il generale – anzi generalissimo, come si autonominò – Aleksandr Danilovič Menšikov che, geloso della forte ascendente che Abram esercitava nei riguardi della zarina, ne ordinò l’esilio, prima a Kazan e poi in Siberia, a Novoselenginsk, grosso centro vicino al confine con la Mongolia.

La medesima pena, però, toccò ben presto allo stesso generalissimo che, dopo la morte di Caterina I e l’ascesa al trono del nipote di Pietro, Pietro II, (18 maggio 1727), fu spodestato e spedito con tutta la famiglia a Berëzovo, nei pressi di Tobol’sk. Qui resistette soli due anni, prima di spirare.

Abram Petrovič Gannibal invece sopravvisse al durissimo esilio e nel 1730 fece ritorno dalla Siberia. Grazie alle abilità tecniche affinate nel periodo lontano da San Pietroburgo, cominciò a costruire palazzi e infrastrutture, diventando un ingegnere molto stimato. Sposò, dunque, Evdokija Dioper, una nobildonna di origini greche. Questa non amava però il marito e, nonostante la nascita di una prima figlia, cominciò a frequentare altri uomini. Quando il Gannibal scoprì la tresca della moglie, andò su tutte le furie e la fece rinchiudere in una prigione, dove ella rimase per ben undici anni.

Targa commemorativa presso la casa del governatore a Tallinn

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Dal canto suo, l’uomo si risposò con una donna di origini tedesche e scandinave, Christina Regina Siöberg, ma per queste nuove nozze fu accusato di bigamia in quanto il matrimonio con Evdokija non era sciolto – il divorzio arrivò soltanto nel 1753.

Quando, alla fine del 1741, Elisabetta diventò imperatrice di Russia, figlia naturale di Pietro il Grande e di Caterina I, Gannibal rientrò anche a corte, diventando un influente consigliere della sorellastra. Dal 1742 al 1752 fu così inviato a Reval (il nome col quale era conosciuta fino ai primi del Novecento Tallinn, la città capitale dell’Estonia) come governatore della città.

Frattanto, seguendo le orme del celebre padre adottivo, Gannibal con la Siöberg mise al mondo un gran numero di eredi: furono ben dieci che andarono a sommarsi all’unica avuta dalla prima moglie. Tra i figli della coppia da menzionare è certamente Osip Abramovič Gannibal, che diventò padre di Nadežda Osipovna Gannibalova, a sua volta madre del grande poeta e fondatore della lingua russa contemporanea Aleksandr Puškin (1799-1837). Il celebre autore dell””Eugenio Onegin” dedicò alla storia del suo bisnonno il romanzo storico, rimasto incompiuto, “Il negro di Pietro il Grande”.

Un busto di Gannibal a Petrovskoe

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Negli ultimi decenni di vita, Gannibal riuscì a ottenere addirittura uno stemma di famiglia raffigurante un elefante – retaggio della sua infanzia africana – e una parola misteriosa: “FVMMO”. Una ipotesi, avanzata da Frances Somers-Cocks, autrice del volume “The Moor of St. Petersburg” dedicato alla figura del “negro di Pietro il Grande”, vuole che il termine derivi dal latino “Fortuna Vitam Meam Mutavit Omnino”, ovvero la fortuna ha cambiato la mia vita intera.

Lo stemma di famiglia di Gannibal

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Dopo essersi ritirato in una tenuta del governatorato di Pskov, Abram Petrovič Gannibal morì, ottantacinquenne, il 14 maggio 1781. Le sue spoglie furono seppellite nel piccolo cimitero di Sujda, fuori San Pietroburgo, ma il suo feretro negli anni è andato purtroppo perduto.

Tra le imprese da ricordare dell’ultima fase di vita di Abram Gannibal anche quella della diffusione della patata in Russia. Fu proprio il figlioccio di Pietro il Grande, sotto l’impulso di un’altra grande zarina, l’eccentrica Caterina II, a portare, tra gli anni sessanta e settanta del Settecento, per la prima volta sulle tavole russe il tubero, prima di allora utilizzato soltanto come pianta medicinale.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".