Un uomo solo sotto il cielo di Roma. Pelle scura come l’asfalto, scalzo, sorridente, il primo a tagliare il traguardo sotto l’Arco di Costantino. È sabato 10 settembre 1960 e le XVII Olimpiadi di Roma si chiudono con un’impresa leggendaria, quella di Abebe Bikila, simbolo dell’Africa che otteneva la sospirata indipendenza, svincolandosi dal colonialismo europeo.

Quelle del 1960 a Roma (gli ultimi giochi estivi organizzati in Italia) sono Olimpiadi passate alla storia per il momento in cui hanno luogo – nel corso della Guerra Fredda tra il blocco sovietico e l’occidente, con lo sport utilizzato (al solito) come potente mezzo di propaganda – e per la sede, la Città Eterna, simbolo di quel Bel Paese, prospero e all’avanguardia, baciato dal boom economico che ha velocemente fatto dimenticare il recente dopoguerra.

Le XVII Olimpiadi di quell’estate del 1960 sono inoltre le prime trasmesse in televisione e in Eurovisione, e quelle che consacreranno atleti come Livio Berruti, oro nei 200 metri piani, il ginnasta sovietico Boris Šachlin, 7 medaglie totali delle quali 4 d’oro, e il giovanissimo Cassius Clay, futuro Muhammad Ali, oro nel torneo di pugilato, categoria dei pesi mediomassimi (all’epoca massimi-leggeri).

L’Italia, nazione ospitante, raggiunge uno straordinario terzo posto nel medagliere – dopo Unione Sovietica e Stati Uniti – con ben 36 medaglie totali, 13 ori, 10 argenti e 13 bronzi.

L’”eccezionale parata dello sport mondiale” si chiude l’11 settembre con le ultime gare di equitazione e hockey su prato, ma l’evento culminante dei giochi ha luogo la sera prima, 10 settembre 1960, quando è in programma una delle gare più classiche: la maratona maschile.

Sono 69 gli atleti che prendono parte alla sfida sulla distanza di 42,195 km: c’è il francese Alain Mimoun, oro a Melbourne 1956, Silvio De Florentiis, campione italiano nella maratonina, e il sovietico Sergej Popov, campione europeo in carica, detentore del record mondiale sulla distanza e tra i favoriti al successo finale.

Alcuni nomi importanti e tantissimi volti sconosciuti, come quello di un atleta africano che un mese prima della Olimpiade ha compiuto 28 anni e che si fa notare per il suo fisico scheletrico, tanto che in molti si chiedono com’è che potrà finire la maratona.

Il suo nome è Abebe Bikila, numero 11 sul petto, alto un metro e 77 e dal peso di appena 50 chilogrammi. Un fascio di nervi color ebano. Quella che sta per correre sulle strade della Capitale è appena la sua terza maratona – le prime due le ha corse, vincendo, nelle settimane precedenti in patria –, un autentico dilettante, come vuole lo spirito originario delle Olimpiadi.

Abebe Bikila – più propriamente Bikila Abebe, essendo Bikila il suo nome – è nato il 7 agosto 1932 in una famiglia di pastori nel villaggio di Jato, a nord della capitale Addis Abeba. Ha appena 3 anni quando il regno d’Italia invade l’Etiopia, dando vita a una sanguinosa guerra che porterà all’annessione della nazione africana all’Italia sotto il governo di Benito Mussolini. Durante il conflitto che causerà, cifra impossibile da definire con certezza, tra i 50 e i 70mila etiopi caduti, la famiglia Abebe è costretta a scappare.

Intorno ai 20 anni il giovane entra nella guardia del Negus e in questo periodo scopre la passione per l’atletica. Qui comincia a prendere forma la sua leggenda. Corre tutti i giorni dalle colline di Sululta a Addis Abeba, andata e ritorno per circa 40 chilometri quotidiani: di fatto una maratona al giorno. È il 1958 quando, durante una piccola maratona amatoriale organizzata tra gli atleti delle forze armate etiopi, un allenatore svedese lo nota. Il suo nome è Onni Niskanen. Avvicina Bikila e lo convince a lasciarsi allenare: nella sua testa immagina già di portarlo alle Olimpiadi di Roma in programma tra 2 anni.

Arriva il fatidico 1960, Abebe Bikila sposa in marzo la giovanissima Yewebdar e si prepara alla spedizione olimpica. Sbarcato a Roma, si presenta un problema che né Abebe né Niskanen avevano considerato. Le scarpette dell’etiope sono troppo consumate per una gara tanto prestigiosa, perciò il preparatore lo convince ad acquistarne un nuovo paio. Le nuove scarpe fiammanti, però, danno fastidio a Bikila che decide di farne a meno e di prendere una decisione folle: correrà i 42,195 chilometri della maratona olimpica scalzo.

Abebe durante la maratona di Roma:

È il tardo pomeriggio di sabato 10 settembre 1960, il sole comincia a calare sulla Capitale, parte la maratona dei giochi della XVII Olimpiade.

Abebe Bikila si riscalda sul punto di partenza, probabilmente degli altri 68 partecipanti alla gara in pochi lo conoscono, al massimo lo staranno notando, con qualche sorrisetto malcelato, per i piedi scalzi. Lo conosceranno tra qualche ora, lo conoscerà il mondo.

A metà maratona Abebe Bikila è ancora uno sconosciuto, una delle tante gambe che corrono senza sosta e si alternano alla guida del gruppo di corridori. Con il trascorrere dei chilometri, però, il gruppone perde pezzi – fuori il campione in carica Mimoun, distaccato il favorito Popov – e con l’avvicinarsi del traguardo la sfida si riduce a soli 2 maratoneti: uno è il marocchino Rhadi Ben Abdesselam, l’altro è proprio Abebe Bikila che senza scarpe corre spedito verso la storia. Manca un solo chilometro all’arrivo: è il momento decisivo. Abebe Bikila scatta, dimentico dei 41 chilometri già percorsi e che gli martellano le piante dei piedi, i polpacci, la milza. L’etiope scatta, lasciando l’avversario dietro di sé, incapace di replicare allo scatto finale dell’atleta scalzo.

Un uomo solo, quando a Roma è ormai calata la sera, corre imprendibile verso il traguardo. Quando lo taglia, sotto l’Arco di Costantino e le stelle della Città Eterna, all’ombra dell’Anfiteatro Flavio, Abebe è già un’icona dello sport. La folla lo acclama, ma lui pare sereno, come se avesse appena raggiunto il posto di lavoro ad Addis Abeba, come ogni giorno. Tasta i piedi, controlla qualche vescica, fa un rapidissimo stretching, volta il capo lucido, guarda il secondo classificato Ben Abdesselam arrivare con 25 secondi di ritardo e poi si lascia abbracciare dal popolo romano. Leggenda vuole che in una intervista immediatamente successiva al trionfo abbia detto di sentirsi abbastanza fresco e che fosse dipeso da lui avrebbe percorsi altri 10 o 15 chilometri.

Prime parole di un uomo entrato nella storia.

Quel ragazzo magrissimo, sconosciuto fino a poco prima, ha vinto la medaglia d’oro olimpica – la prima per un atleta subsahariano – col tempo di 2 ore 15’16”2, migliorando anche il record mondiale di Sergej Popov. Il sovietico, favorito della vigilia, giungerà quinto, oltre 4 minuti dopo l’africano; il campione in carica Alain Mimoun, arriva al traguardo addirittura dopo 16 minuti. Settimo, a circa 6 minuti di distacco, Abebe Wakgira, altro etiope portato a Roma da Onni Niskanen che, come il neocampione, ha deciso di correre la gara a piedi nudi.

Bikila diventa simbolo dell’intero Continente Nero che proprio in quegli anni si stava liberando dal colonialismo europeo, ma non smette di correre e 4 anni dopo la memorabile impresa di Roma si presenta alle Olimpiadi di Tokyo. L’etiope arriva in Giappone in precarie condizioni di forma – un mese prima si è sottoposto a un intervento di appendicectomia – ma non rinuncia a prendere parte alla maratona e a difendere il titolo iridato. Nonostante lo scarso stato di forma della vigilia, Abebe Bikila, questa volta con un paio di scarpette griffate, vince nuovamente la medaglia d’oro, tagliando il traguardo collocato all’interno dello stadio olimpico di Tokyo, sotto gli applausi dei 75.000 spettatori, in 2 ore 12’11”2, migliorando di oltre 3 minuti il suo precedente record mondiale. Il secondo classificato, il britannico Basil Heatley, arriverà addirittura dopo 4 minuti e 8 secondi.

Con questo risultato Bikila è stato inoltre il primo campione olimpico a bissare la vittoria nella maratona, impresa riuscita poi soltanto al tedesco orientale Waldemar Cierpinski, vincitore dell’oro alle Olimpiadi di Montreal 1976 e Mosca 1980.

Da campione olimpico l’atleta etiope, ormai trentottenne, si presenterà ancora a Città del Messico, ai giochi olimpici del 1968, ma a causa di un infortunio al perone e dell’altitudine, sarà costretto a ritirarsi anzitempo, intorno ai 15 km. A trionfare sarà l’altro maratoneta etiope Mamo Wolde.

Le Olimpiadi del 1968 chiuderanno la carriera sportiva di Abebe Bikila, ma è l’anno successivo, nel 1969, che la sua vita subirà una trasformazione radicale. È la notte del 22 marzo 1969 e Bikila, forse un po’ alticcio, sta guidando la sua Volkswagen Beetle nei pressi di Addis Abeba quando ha un incidente. Sarà estratto dall’auto ma l’incidente lo paralizzerà dalla vita in giù, impossibilitato a muovere le gambe, lui che ha vinto due ori olimpici e ha detenuto il record mondiale della maratona. La vita talvolta sa essere veramente beffarda.

Abebe Bikila nel 1968:

L’etiope non si demoralizza e, continuando le cure seppur con poche speranze, comincia a dedicarsi ad altri sport adatti alla sua nuova condizione, come il tiro con l’arco, il tennistavolo e la slitta. Nel 1972 prenderà parte ai IV giochi paralimpici di Heidelberg nel 1972 nel tiro con l’arco e, invitato alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Monaco (quelli che saranno tristemente ricordati per il Massacro di Monaco), riceverà una standing ovation dal pubblico dell’Olympiastadion.

Un anno dopo la partecipazione alle paralimpiadi, il 25 ottobre 1973, Adebe Bikila morirà, colpito da un’emorragia cerebrale connessa ai suoi problemi di salute. All’icona dello sport mondiale ed eroe di quella sera di 60 anni fa a Roma saranno tributati i funerali di stato cui parteciperanno circa 65.000 persone e il suo corpo sarà seppellito nel cimitero parrocchiale di San Giuseppe ad Addis Abeba.

Una frase dell’epoca affermerà che nel 1935 all’Italia sono serviti 500.000 soldati per prendere l’Etiopia, mentre nel 1960 all’Etiopia ne è bastato un solo per conquistare Roma: Abebe Bikila. Al campione è stato intitolato lo stadio nazionale di Addis Abeba, mentre la città di Roma, il 10 settembre 2010, cinquantesimo anniversario dell’impresa olimpica, ha dedicato ad Abebe Bikila una targa commemorativa lungo il percorso olimpico di fronte all’ingresso del Palatino.

Sotto, la targa commemorativa dell’impresa di Abebe. Fotografia di Lalupa condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Oltre al film ufficiale sulla manifestazione olimpica La grande Olimpiade, prodotto nel 1961 dall’Istituto Luce e diretto da Romolo Marcellini, nel 2009 è stato prodotto il film biografico L’atleta – Abebe Bikila, diretto da Rasselas Lakew e Davey Frankel.

Di recente pubblicazione il libro Vincere a Roma di Sylvain Coher che ricorda il sessantesimo anniversario dell’oro di Bikila. L’atleta etiope è, inoltre, menzionato nel film Marrakech Express di Gabriele Salvatores, quando Gigio Alberti si appresta a correre scalzo in cerca di una stazione di servizio.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".