ABCD: dall’Antico Egitto la prima versione della nostra Sequenza Alfabetica?

3.400 anni fa qualcuno, probabilmente uno scriba egizio, scrisse su un pezzo di pietra calcarea tre parole che iniziavano per “BCD”, forse il primo esempio della nostra attuale sequenza alfabetica. Ne è convinto Thomas Schneider, professore di Egittologia e studi del Vicino Oriente presso l’Università della British Columbia, che ha riportato il risultato dei suoi studi in un documento recentemente pubblicato dalle American Schools of Oriental Research dal titolo “A Double Abecedary? Halaḥam and ʾAbgad on the TT99 Ostracon”, consultabile online.

Schneider, intervistato da LiveScience, afferma che questa:

Sarebbe la prima attestazione storica della nostra “sequenza alfabetica”

Gli studiosi contemporanei definiscono come primo antenato della nostra sequenza alfabetica ABCD la sequenza “ABGAD”, perché questa mostra le prime cinque lettere della prima versione del nostro alfabeto. Fino a questa scoperta, l’esempio più antico della sequenza risaliva a circa 3.200 anni anni fa.

Sotto, una tavoletta d’argilla con scrittura ieratica, fonte Wikipedia:

Il frammento di pietra calcarea fu scoperto da un gruppo di archeologi del Cambridge Theban Tombs Project, guidato da Nigel Strudwick, nel 1995, in una tomba appartenuta a un funzionario egiziano di nome Sennefer. Il Professor Thomas Schneider ha recentemente studiato (e forse decifrato) il significato dei simboli, realizzati in scrittura ieratica, il principale sistema di scrittura dell’Antico Egitto utilizzato durante la vita di tutti i giorni.

Le tre parole scritte in ieratico sono:

  • Bibiya-ta (probabilmente “lumaca di terra”)
  • Garu (Colomba)
  • Da’at (forse Aquilone)

Nell’Antico Egitto la “g” rappresentava un suono simile alla “c”, e quindi la sequenza di parole formava un “BCD”. Di fronte alle tre parole si notano tre simboli più difficili da interpretare, che lo studioso ritiene possano rappresentare la parola “elta’at”, forse “geco” o “lucertola”.

Una possibile interpretazione dell’intera porzione di frase è:

E la lucertola e la lumaca, e la colomba e l’aquilone

 

Dall’altro lato della pietra si leggono una serie di parole semitiche scritte in caratteri ieratici per le parole “hahāna lāwī ḥelpat mayyin leqab”, che rappresentano le iniziali di un altro antico alfabeto “Halaḥam”, che non divenne popolare quanto quello “ABCD”. Le parole formano una frase che significa, all’incirca: “per rendere piacevole colui che piega la canna, acqua [secondo] al Qab“. Il “qab” era un’unità di misura equivalente a circa 1,2 litri, e anche questa frase rappresentava solo un ritornello mnemonico per ricordare la sequenza alfabetica.

Sotto, scrittura ieratica su papiro, fonte Wikipedia:

Ben Haring, docente universitario di Egittologia presso l’Università di Leida, è stato il primo a riconoscere la sequenza “Halaḥam” sul frammento di pietra calcarea, di cui pubblicò un articolo sul Journal of Near Eastern Studies del 2015. Chiunque abbia scritto queste iscrizioni, ben 3.400 anni fa, potrebbe aver cercato di ricordare l’inizio di entrambe le sequenze alfabetiche. Sennefer era un funzionario che si occupava di affari esteri egiziani, e probabilmente comprendeva le lingue semitiche utilizzate nel Mediterraneo orientale. Quando fu costruita la tomba di Sennefer, forse gli scribi che aiutavano a costruire il sepolcro stavano cercando di imparare i diversi tipi di lingue, scrivendo queste due sequenze di parole come esercizio.

Una vera Scoperta?

Tutte le considerazioni sopra sono da prendersi con le pinze, perché, come sempre accade in questi casi, andranno verificate da altri studiosi e altri reperti. Haring, che interpretò la sequenza “Halaḥam” nel 2015, ha detto di apprezzare moltissimo il lavoro di Schneider, ma è assi cauto nell’affermare che l’altro lato del frammento calcareo rechi la testimonianza dell’antico precursore della nostra sequenza alfabetica moderna.

Uno dei principali problemi di questo frammento è la mancanza di testi semitici scritti in precedenza. Per decifrare le parole i ricercatori si devono riferire a testi successivi, e le parole potrebbero avere significati diversi rispetto a quelle di centinaia di anni prima.

Lo stesso Haring, quando pubblicò il suo articolo su “Halaḥam”, lo fece come suggerimento e non come realtà accertata, non convinto a propria volta della certezza delle sue traduzioni. La comunità di studiosi accettò di buon grado la sua ipotesi; sarà necessario capire se la scoperta di Schneider riceverà la stessa considerazione.


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