La vernice scrostata, le piante cresciute disordinatamente, la ruggine e il decadimento: tutti elementi che caratterizzano gli edifici abbandonati e hanno contribuito a far nascere un genere fotografico che fa leva sullo strano fascino esercitato dalle reliquie del nostro recente passato. Mentre l’interesse intellettuale per le “rovine” ha una storia secolare, la popolarità di un genere contemporaneo di fotografia, quello che negli USA chiamano “ruin porn” (fotografia del degrado urbano, in particolare di città molto industrializzate), può essere fatta risalire all’incirca al 2009, quando il fotografo James Griffioen, con le sue Feral Houses, scatenò una discussione sulla nuova estetica nata dal tracollo urbano.

Gli ex manicomi, le cui rovine evocano ancora la drammatica storia del trattamento della malattia mentale, sono tra i luoghi che nel corso degli anni hanno maggiormente attirato gli “esploratori urbani” di tutto il mondo.

Un recente libro fotografico di Matt Van der Velte, Abandoned Asylums, vuole raffigurare l’architettura degli ospedali psichiatrici abbandonati negli Stati Uniti, con una narrazione degli edifici che mostri il loro punto di partenza: quando i manicomi furono costruiti, si pensava che anche l’ambiente, e quindi la sua specifica architettura, avesse il potere di guarire.

Sala ricreativa e un teatro

Fino al 1800 le malattie mentali erano spesso considerate pericolose, così i più svantaggiati tra coloro che soffrivano di queste patologie finivano in ospizi pubblici, perché non esistevano strutture adeguate finanziate dallo stato.

I “matti” che finivano in quegli ospizi, dove mancava un’assistenza specializzata, vivevano spesso in condizioni disumane: tenerli incatenati o rinchiusi sembrava l’unica soluzione adatta a neutralizzare la loro pericolosità.

Le cose iniziarono a cambiare nel 1800, anche grazie all’influenza europea portata negli Stati Uniti dai quaccheri, che sostenevano la necessità di un trattamento più umano dei pazienti.

Alla base di questo movimento per il “trattamento morale” in psichiatria c’era la convinzione di un determinismo ambientale: l’ambiente in cui si vive può condizionare i comportamenti delle persone.

In quest’ottica, l’architettura aveva un’importanza fondamentale nel trattamento dei pazienti. Ogni elemento dell’ambiente doveva essere costruito per avere un effetto potenzialmente curativo sui malati di mente; i manicomi venivano quindi progettati per consentire ai pazienti di guarire ed eventualmente tornare alla società.

In epoca vittoriana si pensava che l’industrializzazione e il capitalismo fossero le cause principali della malattia mentale, in particolare nelle zone urbane, dove la pressione della vita moderna era maggiormente percepita.

Il trattamento dei pazienti psichiatrici prevedeva il loro allontanamento dalle città, e quindi i manicomi venivano costruiti in aree circondate dalla natura. La convinzione che queste malattie fossero diffuse da un’aria sporca e stagnante, influì nella progettazione degli istituti: le città inquinate non era luoghi adatti agli ospedali psichiatrici, che dovevano godere di una ottima ventilazione.

Attorno al 1850, dopo una lunga battaglia combattuta dall’educatrice Dorothea Dix, gli istituti psichiatrici finanziati dallo stato cominciarono ad essere costruiti secondo uno stile architettonico distintivo, propugnato in particolare da Thomas Story Kirkbride.

L’architetto costruì manicomi con ambienti esteticamente gradevoli, grazie ad elementi classici come portici, cupole, colonne, per accogliere i pazienti che provenivano da tutte le classi sociali.

Questi edifici, che oggi sono simbolo di vergogna, erano all’epoca la rappresentazione della generosità della comunità civile nei confronti dei meno fortunati.

Le foto di Van der Velte mostrano come molti di questi istituti conservino ancora la loro imponenza, in contrapposizione con altre immagini che puntano piuttosto a rimarcare lo squallore dei manicomi abbandonati.

A cavallo del 20° secolo divenne chiaro che la maggior parte dei pazienti non poteva essere curato con il “trattamento ambientale”. L’approccio alla malattia mentale stava cambiando, e i finanziamenti statali cominciarono a diminuire. L’era dell’architettura umanistica per i manicomi era finita, mentre ne iniziava un’altra caratterizzata dal trattamento chirurgico: sovraffollamento, lobotomia, e condizioni di vita disumane tornarono ad essere la norma per gli istituti psichiatrici.

Il fascino morboso che essi esercitano è probabilmente dovuto alla percezione tangibile della sofferenza, che ancora permea i manicomi abbandonati.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.