Abitate fin dal Neolitico superiore, le isole Eolie sono da sempre tra le mete turistiche preferite da italiani e europei. Isole conquistate dal turismo di massa, da quello mordi e fuggi, ma non tutte: piacevole eccezione fa Filicudi, dopo Alicudi, il più lontano lembo di terra dell’arcipelago.

9,49 km² di superficie per meno di 250 abitanti, Filicudi è la più selvaggia tra tutte le sette isole Eolie. Il suo nome anticamente era Phoinicussa (Φοινικοῦσσα) o Phoinicṑdēs (Φοινικώδης), dal sostantivo phoinix (Φοινιξ), che in greco antico è la palma nana, molto diffusa sull’isola nei secoli passati e tuttora presente nei punti più alti e meno raggiungibili del territorio.

Filicudi – Piano del Porto. Fotografia di coolroz condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Un’isola aspra, dove la strada asfaltata si estende appena per qualche centinaia di metri, e uno dei luoghi più difficili da raggiungere di Filicudi è sicuramente il villaggio preistorico di Capo Graziano, sulla cima del promontorio omonimo situato sulla parte orientale dell’isola.

La storia del villaggio preistorico di Capo Graziano (o villaggio della Montagnola di Capo Graziano) comincia intorno al 1700 a.C. (Età del Bronzo medio) quando le genti che abitavano il villaggio di Filo Braccio, lungo la costa, decisero di muoversi in cima alla Montagnola di Capo Graziano. Lo spostamento fu, con tutta probabilità dovuto alla minaccia di incursioni nemiche provenienti dal mare. La Montagnola, collocata a 174 metri sul livello del mare, infatti, doveva presentarsi come una vera e propria fortezza e qui il popolo locale decise di risiedere costruendo un gran numero di capanne.

La scoperta del villaggio è avvenuta nella seconda metà degli anni cinquanta del Novecento grazie a Madeleine Cavalier e Luigi Bernabò Brea, di fatto l’archeologo delle Eolie cui è stato intitolato il Museo archeologico regionale eoliano di Lipari da lui fondato nel 1954 e che conserva numerosissimi reperti archeologici provenienti non soltanto da Capo Graziano ma anche da altre campagne di scavo.

Capo Graziano. Fotografia di coolroz condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Dagli scavi sono state disvelate 27 capanne indicanti una popolazione discretamente numerosa. Le capanne, come è possibile constatare ancor oggi, sono a pianta ovale, del diametro che varia dai 3 ai 6 metri, costruite con massi rinvenuti sul posto e con il pavimento interno all’abitazione più basso rispetto a quello esterno.

Tra i reperti riportati alla luce molti vasi simili a quelli dell’antico sito greco di Lerna, di altri centri dell’antica civiltà dell’Ellade e dell’Egeo; questo fa capire che tra le genti eoliane e quelle greche esistevano sicuramente degli scambi commerciali.

Fotografia di Gabriele Costanzo condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Wikipedia:

La cultura di Capo Graziano venne soppiantata intorno al 1500 a.C. da quella del Milazzese. I popoli giunti sull’isoletta eoliana dalla Sicilia ricostruirono alcune capanne e, cresciuta la popolazione, alzarono nuove strutture come quelle indicate oggi coi numeri V, VIII, XXII, XXIII. In questa nuova fase aumentò la produzione di ceramiche e, ulteriormente, il commercio coi popoli greci – testimonianza sono delle ceramiche databili dopo il 1400 a.C.

La fiorente cultura di Capo Graziano e del Milazzese ebbe una fine rapida, improvvisa e violenta.

Pianta del Villaggio di Capo Graziano:

Nelle capanne sono stati rinvenuti segni di incendi risalenti alla fine del 1300 a.C. che costrinsero gli abitanti del villaggio preistorico di Capo Graziano a fuggire da Filicudi. Chi poté. Sì, perché alcuni studi hanno avanzato l’ipotesi che l’abbandono del villaggio sia stato causato da un sanguinoso attacco subìto dalle genti locali a opera dei popoli della costa tirrenica della Calabria (probabilmente gli ausoni) che reagirono dopo essere stati a lungo oggetto delle razzie degli abitanti di Capo Graziano. Un’altra ipotesi, che può essere considerata senza escludere per forza la precedente, è che l’abbandono sia stato dovuto a una grave crisi climatica che colpì il Mediterraneo.

Fotografia di Davide Mauro condivisa con licenza Creative Commons 4.0 via Wikipedia:

Dagli scavi del secolo scorso, inoltre, si è scoperto anche il modo in cui le genti di Capo Graziano seppellivano i loro cari che venivano inumati all’interno di anfratti intorno al monte.

Come raggiungere il villaggio preistorico di Capo Graziano?

Per intraprendere la scalata al villaggio occorrono principalmente quattro cose: una buona salute, non soffrire di vertigini, calzature adeguate e molta acqua.

Altra accortezza da abbracciare è quella di considerare le ore di luci rimanenti: dato che l’isola è scarsamente illuminata, consigliamo di organizzare l’escursione al villaggio preistorico di Capo Graziano al mattino o nel primo pomeriggio per avere la certezza di poter cominciare la strada del ritorno con la luce, seppur il sole non sia certamente un amico per la scalata, specie nelle ore più calde del giorno.

Una volta in cima al Capo anche la vista è mozzafiato: a sinistra si staglia la silhouette sormontata da piccole nuvole di Alicudi, mentre a destra è possibile vedere il porto di Filicudi e le casette bianche dei borghi di Valdichiesa e Pecorini.

Fotografia di Gabriele Costanzo condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Wikipedia:

Oltre al villaggio sulla Montagnola, anche le acque sottostanti il sito di Capo Graziano sono ricche di storia: anfore, ceramiche e relitti adagiati sul fondale marino, segno delle tante incursioni che si susseguirono nel corso dei secoli, ma anche di disastri di epoca recente, come la nave della marina Città di Milano che qui affondò nel 1919 a causa di una esplosione delle caldaie successiva all’impatto con la secca di Capo Graziano.

Fotografia di Davide Mauro condivisa con licenza Creative Commons 4.0 via Wikipedia:

Poco distante dal Capo è collocata un’altra area archeologica, quella di Filo Braccio, i cui lavori, cominciati anch’essi nella seconda metà degli anni cinquanta, sono ripresi nel 2009 e hanno già svelato sorprendenti ceramiche e resti di animali.

Quella del villaggio preistorico di Capo Graziano è un’importante testimonianza di come si viveva in Sicilia nell’Età del Bronzo, prima dell’arrivo dei greci, periodo sul quale, nel corso della storia, si è focalizzata molto di più la narrazione. Importante volume per capire meglio l’importanza del villaggio preistorico e dei costumi delle genti di Capo Graziano di Filicudi è quello scritto dall’archeologo che lo scoprì, Luigi Bernabò Brea, dal titolo La Sicilia Prima dei Greci.

Da segnalare, infine, che il già citato Museo archeologico regionale eoliano ha anche una piccola filiale a Filicudi, nelle vicinanze del porto turistico, in cui sono custoditi reperti archeologici di Capo Graziano e delle acque circostanti.

 

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".