Che cos’hanno in comune l’astronomia e le civiltà precolombiane? E’ quello che si è chiesto William Gadoury quando, nel 2012, ha iniziato a studiare le relazioni fra le due cose, trovandone parecchie. Poco prima della famosa bufala legata alla “fine del mondo“, il giovane studente del Quebec si appassiona alla cultura Maya, e inizia a studiarla. Nota un particolare assolutamente significativo: le città Maya non sono situate vicino a corsi fluviali o al mare, ma bensì seguendo un particolare schema legato alla posizione delle stelle nelle costellazioni.

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Analizzando le 23 costellazioni conosciute dai Maya, Gadoury riesce a identificare 117 città locate in punti corrispondenti alle stelle in cielo. In più, gli edifici delle città erano posizionati anch’essi seguendo la posizione delle stelle, in modo da avere piramidi, palazzi e altre costruzioni perfettamente corrispondenti alla disposizione degli astri dello spazio. La disposizione delle città non è inoltre soltanto quantitativa ma anche qualitativa, con le città maggiori corrispondenti alle stelle più luminose.

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Studiando la ventitreesima costellazione inoltre Gadoury si imbatte in un’anomalia: dove dovrebbero esserci tre città se ne conoscono soltanto due. Il giovanissimo astronomo chiama l’Agenzia Spaziale Canadese e si riesce a far spedire le immagini satellitari dalla NASA e dall’Agenzia Spaziale Giapponese, con le quali riesce ad individuare la terza città perduta alla quale da nome “K’AAK’CHI“, ovvero “bocca di fuoco”.

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A Gennaio di quest’anno la conferma: K’AAK’CHI esiste davvero, e si trova esattamente dove era stata indicata da Gadoury, nel bel mezzo della giungla Messicana. Inutile spiegare l’entusiasmo del giovane ricercatore, che ha ricevuto un premio dalla NASA e dall’Agenzia Spaziale Canadese. Per ora non è ancora in programma lo scavo alla città, ma entro breve l’antica città potrebbe tornare alla luce, dando un’ulteriore soddisfazione al giovane William.

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Per comprendere bene la portata della scoperta, è bene far notare che le intuizioni del giovane astronomo canadese non sono arrivate da complessi dati a lui solo disponibili, ma dai comunissimi strumenti quali Google Earth e Wikipedia. Non male, non c’è che dire.

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Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...