Parte seconda dell’articolo 8 Storie salvare all’Oblio delle Bombe Atomiche. A questo link la prima parte.

Lo scienziato salvato

Yoshio Nishina, nato nel 1890, era il più insigne fisico giapponese della sua generazione. Dopo eccellenti studi da ingegnere a Tokio (a quel tempo molti fisici avevano una formazione ingegneristica, ad esempio il nostro Ettore Majorana), andò a lavorare al Riken, il maggiore e più moderno centro di ricerca del Giappone, alla periferia di Tokio. Dal 1921, andò a perfezionarsi in Europa, frequentando le migliori scuole del tempo: il Cavendish Laboratory di Cambridge, la Georg August University di Gottinga e l’Università di Copenhagen. Ebbe così modo di lavorare fianco a fianco con diversi premi Nobel, alcuni dei quali divennero suoi amici, come Bohr, Dirac e Heisenberg, che negli anni successivi sarebbero stati ospiti del Riken per alcuni importanti seminari destinati ai fisici giapponesi.


Tornato in Giappone nel 1929, ebbe la possibilità di aprire un suo personale laboratorio al Riken, in cui assemblò due ciclotroni e altre macchine necessarie allo studio della fisica atomica e nucleare. Compì molte importanti ricerche, scoprendo tra l’altro l’isotopo 237 dell’Uranio (una varietà di atomi di Uranio un poco più pesanti e instabili per la presenza di due neutroni in più nel nucleo). Per la sua fama, nel 1941, fu invitato dal governo a studiare la possibilità di costruire una bomba atomica. Tuttavia, le sue ricerche furono molto ostacolate dai bombardamenti che massacrarono la capitale giapponese, e nel 1945 Nishina era molto lontano dalla realizzazione completa dell’ordigno richiesto, anche se aveva capito come fare.

Allo scoppio della bomba di Hiroshima, Nishina fu inviato sul posto, dove trascorse alcuni giorni a prelevare campioni e fare ricerche nella zona più contaminata. Le sue conclusioni sulla natura dell’ordigno, notificate al governo, furono l’argomento che pesò maggiormente nella decisione di accettare subito la resa senza condizioni. Quando gli americani scoprirono che al Riken si erano svolte ricerche allo scopo di realizzare una bomba atomica, reagirono devastando il laboratorio di Nishina.

Il 22 novembre 1945, i due ciclotroni, fatti a pezzi, furono gettati nelle acque della baia di Tokio. L’episodio determinò una vibrante protesta da parte della comunità scientifica americana, che giudicò la reazione isterica e esagerata. Le autorità d’occupazione inserirono poi Nishina in una lista di personalità giapponesi da giustiziare, ma i fisici americani Gerald Fox e Harry C. Kelly, giunti in Giappone al seguito delle truppe, si opposero fermamente a quella che definirono una stupida rappresaglia verso uno dei più importanti fisici del mondo e, sostenuti dall’intera comunità scientifica statunitense, ottennero che non fosse sottoposto ad alcun processo.

Nel dopoguerra, sostenuto da Kelly, che era rimasto in Giappone come consulente, Nishina si impegnò moltissimo nello sforzo di far ripartire la ricerca scientifica nel suo Paese. Nel 1951 scoprì di essere malato di un tumore al fegato. Si ritiene che la lunga e intensa esposizione dello scienziato all’ambiente contaminato di Hiroshima nei giorni successivi all’esplosione possa essere stata una delle cause della malattia. Nishina morì nel novembre di quell’anno.

Accanto alla sua tomba, a Tokio, sono sepolte le ceneri di Harry C. Kelly, morto nel 1976 dopo aver lavorato a lungo per la ricostruzione della ricerca scientifica giapponese e aver mantenuto a proprie spese la famiglia di Nishina (al momento della morte dello scienziato, la moglie era invalida e i figli ancora studenti).

Nishina ha dato il suo nome a un cratere sulla Luna e uno dei più prestigiosi premi scientifici giapponesi. Due dei suoi assistenti, Hideki Yukawa e Shinikiro Tomonaga, sono stati insigniti del premio Nobel, rispettivamente nel 1949 e nel 1965. Entrambi, soprattutto il primo, sono stati anche molto attivi nei movimenti pacifisti.

Gli stranieri

A Hiroshima e Nagasaki non vivevano soltanto giapponesi. Sempre per via del fatto che le due città erano state fino ad allora risparmiate dai bombardamenti, molti prigionieri di guerra e deportati si trovavano in campi alla periferia delle due città, spesso per essere impiegati come manodopera nell’industria bellica.

In particolare, nelle due città c’erano moltissimi deportati coreani. Il numero di coreani morti per effetto delle bombe atomiche è stimato in 20.000 a Hiroshima e 2.000 a Nagasaki. Praticamente, un settimo dei morti di Hiroshima è rappresentato da persone di nazionalità coreana. C’erano sicuramente anche dei prigionieri americani, soprattutto equipaggi di aerei abbattuti durante i bombardamenti su altre città, in particolar modo su Tokio. Le testimonianze sono molto incerte al riguardo e i racconti dei superstiti non sono stati mai vagliati con precisione scientifica.

Una versione fa riferimento a quattro aviatori americani prigionieri che si sarebbero trovati a oltre un chilometro dall’esplosione: ricoverati in ospedale insieme ai giapponesi, due sarebbero morti nei giorni successivi nonostante le cure e due invece si sarebbero salvati. La mancanza nel racconto dei nomi dei due superstiti, che si presume siano stati rimpatriati poco dopo, all’arrivo delle truppe di invasione, rende questo racconto abbastanza dubbio. Un’altra vicenda si riferisce a un prigioniero americano che sarebbe stato linciato dalla folla su un ponte: ma la sola fonte di questa storia è il disegno di un bambino conservato tra le altre testimonianze conservate nel memoriale dedicato alle vittime delle bombe.

I prigionieri non erano però gli unici cittadini americani presenti. Sia Hiroshima sia Nagasaki erano due città molto aperte alla cultura occidentale e da entrambe, tra la fine del XIX secolo e le prime decadi del XX, erano partiti moltissimi emigranti per gli Usa e le Hawaii. Si può anzi dire che da Hiroshima provenisse la maggior parte dei nippo-americani presenti sul continente e da Nagasaki la maggior parte dei nippo-americani presenti nelle Hawaii.

Questi emigranti e i loro discendenti di seconda o terza generazione, questi ultimi cittadini americani a tutti gli effetti, non avevano reciso i legami con la patria d’origine e, quando possibile, si recavano a trovare i loro parenti oppure mandavano i figli a vivere l’esperienza di qualche anno di scuola in Giappone. I fatti che portarono alla dichiarazione di guerra tra USA e Giappone, a partire dall’attacco di Pearl Harbor nel 1941, si svolsero in un modo così repentino che nessuno dei nippo-americani presenti in Giappone in quel periodo riuscì a rientrare in tempo negli Usa.

 
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A Hiroshima rimasero quindi bloccati circa 11.000 nippo-americani, in maggior parte ragazzi e giovani. Di questi, dopo la guerra, ne fecero ritorno a casa solo 3.000. Gli altri 8.000 sono quasi tutti periti per effetto della bomba atomica. I dati relativi a Nagasaki sono molto più incerti.

Le vergini di Hiroshima

Poiché in guerra moltissimi uomini sono impegnati al fronte, la maggior parte delle vittime dei bombardamenti è rappresentata da donne o bambini. Hiroshima e Nagasaki non fanno eccezione.

Ciò vale anche per i superstiti, che nel caso delle bombe atomiche dovettero patire anche le conseguenze dell’esposizione alle radiazioni e all’ondata di calore. Gli “hibakusha” (i sopravvissuti alle bombe atomiche, secondo il termine giapponese) hanno sempre dovuto subire discriminazioni, soprattutto al momento di contrarre matrimonio, in quanto si riteneva che potessero generare una prole malformata. Nel tempo, si è dimostrato che questo timore era infondato.

Tra gli hibakusha, particolarmente sfortunate sono state le ragazze rimaste sfigurate dagli effetti dell’esplosione. Venivano tenute spesso nascoste in casa e non avevano nessuna possibilità di trovare un marito o un lavoro. Una di esse, Shigeko Nimoto, dopo aver tentato senza successo la strada della chirurgia estetica, nel 1951, chiese a un sacerdote cristiano, Kiyoshi Tanimoto, di formare un gruppo di sostegno per le ragazze nella sua stessa condizione. Tanimoto fece molto di più: poiché aveva amici molto influenti in America (tra i quali il giornalista John Hersey, autore di un famossissimo libro su Hiroshima tradotto anche in Italiano, e la scrittrice premio Nobel Pearl S. Buck, sempre interessata a questioni relative all’Oriente), riuscì a dar vita a una fondazione che si occupasse direttamente della loro assistenza.

Con i fondi raccolti da questa, una ventina di ragazze furono sottoposte a interventi estetici a Tokio e a Osaka, ma i risultati non furono soddisfacenti, perché in Giappone questo tipo di chirurgia non era molto praticato e quindi neanche molto conosciuto. Grazie all’interessamento del giornalista pacifista Norman Cousins, successivamente, la fondazione riuscì a mettersi in contatto con due dei massimi specialisti americani del settore, William Maxwell Hitzig e Arthur Barsky, che invitarono le ragazze al Mount Sinai Hospital di New York perché fossero operate lì.

Il 5 maggio 1955, 25 ragazze giapponesi (tutte originarie di Hiroshima) partirono alla volta dell’ospedale newyorkese. L’evento ebbe una grande copertura mediatica e destò una viva impressione in tutto il mondo. Le ragazze vissero per 18 mesi negli Usa, ospiti di famiglie adottive composte da quaccheri che si erano offerti volontariamente di tenerle; due di esse apparvero, con il volto coperto, in una trasmissione televisiva insieme a Tanimoto e al co-pilota dell’aereo che aveva sganciato la bomba, Robert A. Lewis, che era diventato un pilota civile e aveva stretto amicizia con alcuni superstiti dell’esplosione; complessivamente, furono sottoposte a 138 interventi di chirurgia estetica, con ottimi risultati.

Hiroko Tasaka, nata nel 1932, fu quella che ne subì di più, addirittura 13: successivamente, sposò un americano, Harry Harris, che aveva conosciuto proprio durante il suo soggiorno al Mount Sinai Hospital, e visse negli Usa per 24 anni, tornando in Giappone solo dopo essere rimasta vedova. Altre 3 “Hiroshima maidens” sono rimaste a vivere nel Nord-America.

Sotto, Hiroko Tasaka:

Una delle ragazze, Tomoko Nakabayashi, nata nel 1930, morì al Mount Sinai Hospital in seguito a un arresto cardiaco durante uno degli interventi programmati, il 24 maggio 1956: l’autopsia accertò che l’esposizione alle radiazioni non era tra le cause del decesso.

Sotto, Tomoko Nakabayashi a destra:

Makiko Hirata, nata nel 1924, morì per cause naturali nel 1958, a 34 anni; lo stesso accadde a Keiko Kawasaki, nata nel 1932 e deceduta nel 1960 a 28 anni, e a Suzue Oshima, nata nel 1931 e deceduta nel 1983 a 52 anni. Tutte le altre hanno visto il nuovo millennio, alcune di loro insieme ai figli e ai nipoti.

La “Anna Frank giapponese”

Una delle sue insegnanti le aveva assegnato, come compito, quello di tenere un diario delle attività quotidiane della scuola e lei, Yoko Moriwaki, una diligente studentessa della prima classe al Liceo Femminile di Hiroshima, nata il 18 giugno 1932, lo aveva fatto inizialmente per senso del dovere, e poi con sempre più entusiasmo. Cominciò a lavorarci il 6 aprile 1945 e annotò non solo tutte le attività che le toccavano in quanto studentessa (che andavano dalle normali lezioni scolastiche all’impegno obbligatorio nella protezione civile) ma anche il passaggio dei numerosi stormi di aerei americani che si recavano a bombardare le altre città.

Hiroshima, invece, sembrava dover essere risparmiata

Nell’agosto del 1945, Yoko era impegnata, insieme a molti altri ragazzi, nello sgombero delle macerie di un edificio fatiscente abbattuto, poco distante dalla sua scuola. La sera del 5 agosto, scrisse nel diario:

Domani aiuterò a sgombrare il cantiere di demolizione dell’edificio. Lavorerò il più duramente possibile

La mattina dopo, si recò prestissimo al cantiere per cominciare il lavoro prima che facesse troppo caldo. Non indossò la sua divisa scolastica blu, che si era cucita da sola a partire da un vecchio kimono della madre, ma dei vecchi abiti trasformati in una divisa da lavoro. Aveva con sé il portavivande con il pranzo e le bacchette per mangiare.

La bomba esplose a circa 700 metri da lei. Fu spazzata via dall’onda d’urto e restò gravemente ustionata dall’ondata di calore. Era ancora viva quando la portarono in ospedale, ma morì durante la notte tra il 6 e il 7 agosto. Tra gli studenti e gli insegnanti della sua scuola, solo il 6 agosto, si registrarono oltre 300 morti.

 
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Quando la scuola riaprì, la divisa scolastica di Yoko, insieme al portavivande e alle bacchette che erano state ritrovate vicino al suo corpo, fu restituita alla sua famiglia. Ora questi cimeli si trovano nel memoriale dedicato alle vittime di Hirosima, donate dal fratellastro di Yoko, Koji Hosokawa, nato nel 1928, che è anche quello che ha custodito per oltre mezzo secolo il diario della ragazza, rimasto a casa, per darlo infine alle stampe nel 1996 (nel 2013 è stato tradotto in Inglese, ma in Italiano non è ancora arrivato).

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Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.