75 anni di Bikini: un indumento fra Moda e Rivoluzioni

Doveva avere gli effetti “devastanti” di una bomba atomica, quel microscopico costume, il bikini, presentato a Parigi il 5 luglio del 1946. Non per niente prende il nome dall’atollo di Bikini dove, appena quattro giorni prima della presentazione del rivoluzionario costume da bagno, gli Stati Uniti avevano fatto esplodere il primo dei 23 ordigni nucleari testati nell’arcipelago delle Isole Marshall, nell’Oceano Pacifico.

La nuvola di condensazione provocata dalla detonazione nucleare sottomarina – Atollo di Bikini, 1946

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Il bikini è una novità assoluta per l’epoca moderna, e rappresenta un po’ il simbolo della rinascita dopo i lunghi anni della seconda guerra mondiale. Proprio la seconda guerra mondiale aveva consentito, per motivi di economia sui tessuti, di sostituire il costume intero, anche nei puritani Stati Uniti d’America, con un due pezzi che però coprisse rigorosamente l’ombelico.

Giovani donne di Napoli con costume a due pezzi – 1948

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In realtà il bikini, o qualcosa che gli assomiglia molto, fa già la sua comparsa nell’antichità, anche in quella più remota. Certo, la modella niente ha a che fare con le odierne indossatrici, ma quella donna dalle forme strabordanti (forse una dea madre simbolo di fertilità, ma i pareri degli esperti sono discordi) indossa – nell’interpretazione dell’archeologo James Mellaart, che la scoprì nel 1958 a Çatalhöyük, in Anatolia – l’antesignano dell’odierno bikini, all’incirca 9000 anni fa.

Donna seduta di Çatalhöyük, Museo delle Civiltà Anatoliche, Ankara – Turchia

Immagine di Nevit Dilmen via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Ancora più sorprendente, perché si tratta di società strutturate dove le donne godono di poca o quasi nulla libertà, è l’uso di un simil-bikini nella Grecia e nell’oriente di epoca ellenistica e poi nel mondo romano. Le più conosciute e preziose testimonianze di questi usi (e costumi) sono in Italia: la prima è la cosiddetta Venere in bikini, una splendida raffigurazione della dea dell’amore, rinvenuta a Pompei, che si mostra nell’atto dal chiaro significato erotico di togliersi un sandalo, coperta sul seno e sul pube solo da un microscopico tessuto dorato dal prezioso ricamo.

Venere ‘in bikini’ – Museo archeologico nazionale di Napoli

Immagine di Xinstalker via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Meno sensuali, ma certo altrettanto sorprendenti, sono le ginnaste raffigurate nella Villa del Casale di Piazza Armerina (Enna), sontuosa abitazione romana risalente al IV secolo d.C. Tra le migliaia di metri quadrati di uno straordinario pavimento a mosaico che adorna tutta la villa, quello della “camera delle dieci fanciulle” colpisce più di ogni altro, proprio per quelle dieci ragazze che indossano, incredibile a dirsi, un indumento così simile al bikini, certo non per andare al mare, ma per gareggiare in diversi sport.

Il mosaico delle atlete alla Villa del Casale

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Dopo di loro, il nulla, nel senso che nessun indumento viene ideato per un uso specifico come i bagni di sole o di mare, almeno fino al 18° secolo. Naturalmente, nemmeno gli esempi dell’antichità avevano questo scopo, ma sono citati per la straordinaria somiglianza con i costumi attuali, a differenza dei primi costumi da bagno di epoca moderna, poco differenti – almeno per l’ingombro – dagli indumenti usati nella normale vita quotidiana, ma assolutamente idonei a preservare il senso del pudore e della decenza.

Bellezze al bagno a inizio ‘900

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Solo nel 1907, grazie alla nuotatrice Annette Kellerman, pian piano prende piede un costume intero, che pur coprendo tutto il corpo, almeno è aderente e lascia le donne libere nei movimenti.

Negli anni ’30, in Europa iniziano a vedersi i primi due pezzi, ma negli Stati Uniti solo le star del cinema possono indossarlo: la prima è la messicana Dolores del Rio, che mostra una striscia di pancia scoperta nel film Carioca (Flying Down to Rio), e a seguire, dive come Lana Turner, Ava Gardner e Rita Hayworth.

L’attrice Jane Wyman in costume da bagno che scopre le gambe e un po’ di pancia, 1935

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Poi, con la guerra, viene imposta una riduzione del 10% sulla quantità di tessuto utilizzabile per i costumi da bagno, e così anche negli USA viene sdoganato il due pezzi per tutte le donne, a patto che non lasciasse scoperto l’ombelico.

Nel 1946, l’aria dell’estate non più densa del fumo della guerra sembra invitare alla gioia e alla libertà, pur con tutte le difficoltà di una situazione ancora complicata.

Per economizzare sui tessuti, che ancora scarseggiano, e per incentivare l’acquisto dei costumi, qualcuno s’inventa nuovi modelli, effettivamente piuttosto avanti sui tempi.

Il primo a lanciare, nel giugno del ’46, un due pezzi sufficientemente succinto, ma comunque con uno slip che copre l’ombelico, è lo stilista Jacques Heim, che crea il “costume più piccolo del mondo”, battezzandolo Atome (atomo, come la più piccola particella di materia conosciuta). In realtà, lui quel modello lo aveva già proposto nel 1932, ma quasi nessuna donna aveva avuto il coraggio di mostrarsi in pubblico con così tanta pelle scoperta.

Il 1946 sembra essere l’anno giusto per quel costume, ma subito dopo c’è chi osa di più: Louis Reard lancia il suo bikini, pubblicizzato come “più piccolo del più piccolo costume da bagno”. E in effetti, quel costume è veramente minuscolo, tanto che nessuna modella di professione accetta di indossarlo quando lo stilista lo presenta a una sfilata in una piscina parigina. Reard ricorre a una ballerina abituata ad esibirsi nuda, Micheline Bernardini, che non trova scandaloso mostrare l’ombelico e una generosa porzione di glutei. L’evento ha, come immaginato da Reard, un effetto esplosivo: i giornali ne parlano per giorni mentre la modella riceve qualcosa come 50.000 lettere di fan in delirio (quasi tutti uomini, ça va sans dire).

Micheline Bernardini e il primo bikini

Immagine condivisa via Wikipedia – Giusto Uso

I due stilisti in concorrenza lottano, a colpi di pubblicità, per contendersi quella fetta di mercato, per la verità non troppo ampia, di donne disposte ad indossare costumi tanto succinti. Réard, per non confondere il suo costume con imitazioni, afferma che possono definirsi bikini solo quei costumi in grado di “passare attraverso una fede nuziale”.

Alla fin fine però, il bikini, per avere successo ed entrare a fare parte del guardaroba delle donne dovrà attendere ancora parecchi anni: in Italia, Spagna, Portogallo e Belgio è vietato, mentre nella natia Francia non può essere indossato sulle spiagge della costa atlantica. Papa Pio XII lo definisce peccaminoso, dopo che la svedese Kiki Håkansson vince il concorso di Miss mondo, nel 1951 alla sua prima edizione, indossando un bikini al momento della sua incoronazione. Dopo di lei nessun’altra reginetta di bellezza di quel concorso ha mai più osato tanto!

Foto da cartolina di Marilyn Monroe: il Bikini è solo per modelle e attrici – fine anni ’40

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Negli Stati Uniti non viene nemmeno preso in considerazione. Ancora nel 1957, la rivista Modern Girl Magazine scrive: “Non è necessario sprecare parole sul cosiddetto bikini poiché è inconcepibile che una ragazza con tatto e decenza possa mai indossare una cosa del genere”.

D’altronde, lo stesso Reard, che sarà costretto a tornare a produrre costumi più pudichi, dirà che il bikini è “un costume da bagno a due pezzi che rivela tutto di una ragazza tranne il nome da nubile di sua madre”.

Spiagge olandesi, anni ’50

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Negli anni ’60, Ursula Andress nel suo indimenticabile bikini bianco indossato nel primo film di James Bond, e poi Raquel Welch, vestita solo di un bikini di pelle per interpretare “Un milione di anni fa”, alla fine diventano immagini talmente celebri da consentire la diffusione dei costumi succinti anche fra le ragazze comuni.

Il poster pubblicitario di Un Milione di Anni fa

Immagine via Wikipedia – Giusto Uso

E’ però solo la rivoluzione sessuale della metà degli anni ’60 che sdogana definitivamente il bikini, perché, come afferma lo storico della moda Olivier Saillard, “L’emancipazione del costume da bagno è sempre stata legata all’emancipazione della donna”.

Anche se, in realtà, il bikini non è mai stato amato dalle femministe, così come i concorsi di bellezza, incolpati di trasformare in donne-oggetto le partecipanti.

Con buona pace di tutti quelli che nel tempo lo hanno osteggiato (per i più svariati motivi), il bikini rimane ancora, a 75 anni di distanza dalla sua nascita, l’indumento più rivoluzionario nella storia della moda.

Indossato dalle ragazze di oggi e anche da quelle del “secolo scorso”, sembra essere un simbolo di libertà:

Come avrebbe dimostrato la storia successiva, il bikini era più di un indumento succinto. Era uno stato d’animo

(Lena Lenček, The Beach: A History of Paradise on Earth).

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.