Doveva avere un sapore acre la terra della Giudea. E’ difficile immaginare quanta fatica costasse marciare sotto il sole cocente di un caldo soffocante, quanta voglia di fuggire si provasse nell’osservare una rupe fortificata sapendo che era necessario conquistarla, sapendo che fra le sue mura erano barricate 1000 persone pronte a tutto pur di morire portando all’altro mondo il maggior numero di nemici possibile. E doveva avere un sapore ancora più strano non sapere se quel che si stava facendo poteva, anche per il cuore di un legionario, considerarsi sensato, perché il concetto di “giusto” probabilmente non era neanche nel vocabolario dei soldati.

E tutte queste sensazioni, questi conflitti che sono propri dell’uomo da millenni, che attanagliavano la mente di un legionario come quella di un soldato statunitense in Vietnam, per Roma avevano un prezzo, un prezzo che è stato recentemente scoperto proprio nella terra nel quale si è compiuto uno dei massacri più celebri della storia:

Masada

Per spiegare in poche parole il dramma che si consumò nella fortezza bisogna partire da molto prima degli eventi quando, fra il 37 e il 31 a.C., Erode il Grande fece fortificare una rocca naturale che si trova a circa 100 chilometri da Gerusalemme. Erode temeva che guerre e battaglie potessero mettere a rischio la propria vita, e fece realizzare una roccaforte praticamente inespugnabile. Praticamente, sì, ma non per Roma.

100 anni dopo circa, nella primavera del 73 o del 74 dopo Cristo, alle pendici della fortezza, si ammassarono un gruppo di soldati romani, fra i 8 e i 10 mila legionari, disposti a tutto pur di conquistarla. All’interno delle mura di Masada si nascondevano un migliaio di persone, fra cui donne e bambini, ultimi ebrei esuli della presa di Gerusalemme, il gruppo dei sicarii.

La presa di Gerusalemme. Fotografia di Steerpike:

Da Gerusalemme erano fuggiti qui, nella fortezza inespugnabile, e per circa 3 anni erano riusciti a vivere lontani dalla guerra dei Romani.

Ma Roma aveva bisogno di ucciderli tutti

Sotto la rocca di Masada le migliaia di legionari non avevano alcuna possibilità di conquistarla, raggiunta com’era soltanto da un minuscolo sentiero detto “la via del Serpente”, che lo storico ebreo Flavio Giuseppe descrive in questo modo:

[…] la chiamano il serpente, a cui somiglia per la sua strettezza e le continue curve e controcurve; il suo tracciato rettilineo s’interrompe per girare attorno a rocce sporgenti. Avanza a fatica, piegandosi continuamente su sé stessa, per poi distendersi ancora. Chi la percorre deve tenere ben saldi entrambi i piedi per evitare di cadere e perdere la vita; infatti sui due lati si aprono burroni così spaventosi da indurre a tremare anche l’uomo più coraggioso. Dopo un percorso di trenta stadi [pari a 5,5 km] la pista raggiunge la vetta, che non termina con un cucuzzolo a punta, ma con un altopiano.”

L’altopiano, naturalmente è Masada.

Impossibile per i Romani far passare i legionari attraverso una via tanto tortuosa, impensabile anche perché sarebbero stati oggetto dell’attacco dei ribelli, in grado di ucciderne a centinaia o migliaia, forse anche tutta l’intera Legione X Fretensis.

No, bisognava trovare un altro modo

E qui la capacità di Roma di raggiungere il suo scopo si intreccia con l’avanzamento tecnologico dei suoi mezzi. I Romani costruiscono un gigantesco terrapieno che colma il dislivello di 130 metri fra l’altopiano e il campo più vicino dei soldati. La rampa consente ai legionari di arrivare di fronte alle mura con gli uomini e le macchine d’assedio, vincendo la resistenza degli ebrei difensori grazie al fuoco che appiccano da una torre corazzata che pongono di fronte alle mura della città.

Quel che succede dopo ce lo racconta sempre Flavio Giuseppe, ma è stato messo in dubbio più volte da molti storici. Il capo dei ribelli, Eleazar “vedendo il muro rovinato dal fuoco, non scorgendo più nessun’altra possibilità di scampo o di eroica resistenza, immaginandosi quello che i Romani, una volta vincitori, avrebbero fatto a loro, ai figli e alle mogli, deliberò la morte per tutti. Tutti uccisero l’uno sull’altro i loro cari, quindi si distesero ciascuno accanto ai corpi della moglie e dei figli e, abbracciandoli, porsero senza esitare la gola agli incaricati di quel triste ufficio”.

I 960 abitanti della città sono quindi morti quando i romani entrano all’interno, mettendo in atto uno dei suicidi di massa più celebri della storia. I legionari trovano tutto bruciato, case, palazzi e beni preziosi, ma scoprono anche due donne e cinque bambini superstiti, che si erano nascosti nei cunicoli che trasportavano acqua potabile, anche se non sappiamo cosa abbia riservato loro il destino. Flavio Giuseppe però è uno storico ebreo convertito alla romanità dagli eventi, e quel che riporta potrebbe non corrispondere a piena verità, in particolar modo il suicidio di massa, del quale non sono state trovate evidenze archeologiche.

E così Masada diventa romana e romana rimarrà per molti secoli.

Ma quanto è costato a Roma questa conquista?

Per stimare il prezzo di quelle 960 vite degli ultimi esuli ci viene in soccorso un manoscritto recentemente rinvenuto nell’accampamento. Un legionario romano, di nome Gaio Messio, viene rimborsato di 50 denarii per le spese sostenute. Lo afferma l’archeologa Joanne Ball che, insieme a un gruppo di ricerca, è andata a scavare laddove i romani si erano accampati prima dell’attacco finale.

Il foglio riporta che Gaio Messio, figlio di Gaio, della tribù Fabia, sotto il quarto consolato dell’imperatore Vespasiano Augusto, riceve: “indennità di 50 denarii, con cui ho pagato l’orzo: 16 denarii; spese per alimenti: 20 denarii; stivali: 5 denarii; cinturini in pelle: 2 denarii; tunica in lino: 7 denarii”.

Spesi 50 denarii. Rimborsati 50 denarii. Tutta la fatica e i dubbi che potevano assalire un legionario non valevano nulla per Roma. Certo, Gaio Messio aveva il suo stipendio, che corrispondeva a circa 200/250 denarii l’anno, in base al grado militare, aveva il bottino di guerra, che in quel caso deve esser stato molto magro o addirittura inesistente, ma era certamente lecito attendersi qualcosa in più dal generoso impero.

E così possiamo immaginare Gaio Messio, forse fra coloro i quali avevano costruito la rampa e avevano ammassato i cadaveri dei 960 ribelli morti, mentre legge quel papiro dei 50 denarii. 50 spesi 50 resi. Possiamo immaginarlo sotto al sole cocente della Giudea, con un rivolo di sudore che gli percorre la fronte, guardare in alto Masada, ancora grondante sangue dalle sue ripidissime pareti, e possiamo immaginarlo arrabbiato che getta a terra il foglio del suo rimborso, dove rimarrà per quasi due millenni a venire. Sarebbe bello sapere cosa pensò in quel momento, ma il suo pensiero, e quello delle altre migliaia di legionari romani, ormai è soltanto un ricordo perso fra le pieghe della storia.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...