L’immagine in copertina avrebbe tutti i crismi per essere tra le più iconiche del XX secolo: è una foto che riprende 4 ragazze, tutte tipiche bellezze mediterranee (quelle della realtà, non del cinema) su un terrazzo. Sono vestite normalmente, non in divisa, ma tutte e quattro imbracciano armi da fuoco; due di esse sorridono, le altre sembrano più serie.

Ma non è mai diventata una foto iconica, forse perché ricorda all’Occidente il peso delle sue responsabilità, quelle legate alla nefasta eredità dei colonialismi. O forse perché delle donne armate, tanto più se non sono né mascolinizzate né classiche pin-up, non possono essere una buona pubblicità per nulla.

Fu scattata da Yacef Saadi, membro del Fronte di Liberazione Nazionale algerino, che lottava per l’autodeterminazione di quel popolo dal colonialismo francese, da qualche parte nella Casbah di Algeri, in un momento imprecisato del 1957.

I nomi delle 4 ragazze sono, da sinistra a destra di chi guarda: Samia Lakhdari (aveva 23 anni nel 1957), Zohra Drif (22), Djamila Bouhired (22) e Hassiba Ben Bouali (19). E qui racconteremo la loro storia

Che si sovrappone, ovviamente, a quella dell’indipendenza algerina. Una storia di sangue e di atrocità, di attentati e di stragi, di tradimenti e di immancabili colpi di Stato.

Sembra incredibile, ma la Francia invase l’Algeria innanzitutto per non doverle restituire un prestito. Gli algerini, condividendo le istanze di libertà della Rivoluzione del 1789, avevano sostenuto la Francia repubblicana nel 1794, quando questa aveva contro tutta l’Europa. La Restaurazione e il conseguente ritorno della monarchia in Francia avevano poi complicato i rapporti tra i due Paesi, ma i loro rapporti commerciali restavano intensi. I francesi però si prendevano sempre più libertà sul territorio algerino. Agli algerini la cosa non garbava e lo fecero notare ai diplomatici francesi. Per tutta risposta, Carlo X costituì un esercito di 37.000 soldati e tra il maggio e il luglio del 1830 invase l’Algeria mediterranea, destituendone il governo legittimo. Approfittando della vastità del Paese all’interno, in gran parte occupata dal deserto, gli algerini opposero una tenace resistenza all’invasione, ma dopo 41 anni di guerra civile e 1 milione di morti (un terzo della popolazione), nel 1871 dovettero arrendersi definitivamente.

I francesi tennero un atteggiamento ambivalente nei riguardi dell’Algeria: da un lato, intendevano servirsene come serbatoio per far immigrare l’eccesso di manodopera inoccupata (specie contadini); da un altro, cercarono di francesizzarne gli abitanti, ad esempio offrendo la cittadinanza francese a tutti quelli disposti a collaborare.

Ancor oggi, a quasi 60 anni dall’indipendenza, l’Algeria resta un Paese più europeo che arabo, nonostante gli sforzi dei suoi governi di emanciparsi dall’influenza culturale francese

Dal 1925, però, cominciarono a sorgere in Algeria dei movimenti indipendentisti e dal 1945 cominciarono le azioni concrete, con atti di terrorismo che furono duramente repressi dall’Esercito francese. Gli anni ’50 furono un periodo assai convulso, perché gli algerini si riunirono sotto la bandiera di un unico Fronte di Liberazione Nazionale e diedero inizio a una vera e propria guerra civile, che durò dal 1° novembre 1954 all’8 ottobre 1957. Anche se infine la Francia riuscì ad avere ragione del FLN, sterminandone o incarcerandone i membri, il vento dell’opinione pubblica mondiale in questo periodo cambiò, e i guerriglieri algerini non furono più considerati terroristi, bensì patrioti. L’impegno del presidente francese Charles de Gaulle a facilitare una transizione quanto più possibile indolore si scontrò sia con l’intransigenza degli algerini sulle condizioni, sia con i tanti interessi dei francesi in Algeria (all’epoca il Paese contava circa 9 milioni di abitanti, di cui 8 di nativi e 1 di francesi immigrati e loro discendenti), ma alla fine, dopo un goffo tentativo di prendere il potere da parte di alcuni ufficiali algerini e la legittimazione di due referendum (uno tenuto in Francia e uno in Algeria), la Francia riconobbe l’indipendenza dell’Algeria il 3 luglio 1962.

Le quattro ragazze della foto sono 4 studentesse, tutte di famiglie borghesi e benestanti, che hanno scelto di far parte del FLN quando questo, il 19 maggio 1956, ha lanciato un appello agli studenti algerini affinché lascino i banchi delle istituzioni educative dominate dai francesi e si diano alla macchia e alla guerriglia.

Per il loro aspetto pressoché inconfondibile da quello delle donne dell’Europa del Sud, vengono scelte per il ruolo di “bombardiere”: trasporteranno bombe artigianali e le semineranno in tutti i luoghi in cui c’è una alta concentrazione di francesi, meglio se soldati, ma anche se sono civili importa poco. E’ la stessa strategia del terrore che poi si imporrà anche in Vietnam e in Medio Oriente.

Del resto, quando hai a che fare con gente che ha già sterminato un terzo dei tuoi compatrioti, è facile immaginare che gli scrupoli morali si riducano a zero

Tanto più che i soldati francesi continuano a compiere rappresaglie indiscriminate sugli algerini. Proprio per reagire a una di queste, che il 10 agosto 1956 in rue de Thebes è costata la vita a 70 persone tra cui diversi bambini e neonati, Zahra, Samia e Djamila, nel tardo pomeriggio di domenica 25 settembre 1956, vestite all’occidentale, vanno in giro per i quartieri dei francesi, si siedono ai tavoli dei bar e bevono Coca Cola, ma alla fine “dimenticano” le loro borse sulle sedie del Milk Bar, la migliore gelateria di Algeri, e del bar La Cafeteria, di fronte all’Università.

Alle 18,30 le bombe in esse contenute esplodono quasi simultaneamente e fanno 14 morti e moltissimi feriti

Da quel momento, la repressione francese si intensifica e si concentra sulla Casbah, la città vecchia di Algeri, un intrico di vie strette e di edifici pieni di sotterranei e stanze segrete, quasi impenetrabile. Intanto, le “bombardiere” compiono altre azioni meno eclatanti, ma vengono identificate, non si sa se per il contributo di delatori o per le rivelazioni di prigionieri, che i francesi torturano sistematicamente.

Samia Lakhdari non viene mai catturata ma è condannata a morte in contumacia

Zohra Drif viene catturata insieme a Yacef Saadi (l’autore della foto, all’epoca suo compagno, uno dei leader del FLN) nella Casbah, il 22 settembre 1957. Sarà condannata inizialmente a morte e successivamente a 20 anni di lavori forzati. La sua posizione e quella di Saadi vengono alleggerite dalla campagna di solidarietà messa in atto dalla studiosa di etnologia, eroina della Resistenza francese e superstite dei campi di sterminio nazisti Germaine Tillon, che Saadi ha contattato nei mesi precedenti all’arresto perché facesse da tramite con le autorità francesi in modo da arrivare a una sospensione prima degli abusi da parte dei soldati e poi degli attentati da parte dei guerriglieri.

Djamila Bouhired viene arrestata nel giugno del 1957 e torturata sistematicamente, insieme ai suoi fratelli arrestati insieme a lei. Processata, viene condannata alla ghigliottina nonostante l’appassionata difesa che le dedica il suo legale, un giovane avvocato franco-vietnamita di nome Jacques Vergès, che la Cia sospetta essere un agente segreto al soldo della Cina, dato che è comunista. Vergès non molla Djamila neanche dopo la condanna, nonostante le intimidazioni di qualche francese che lo considera un traditore e arriva a minargli l’auto, conducendo una lunga campagna mediatica a favore della donna, in cui sono reclutati diversi intellettuali e altre persone di riguardo di tutto il mondo. Alla fine, de Gaulle si decide a sospendere l’esecuzione a tempo indeterminato e poi a commutare la pena in ergastolo.

Dopo l’indipendenza, Samia si trasferirà in Tunisia (della quale era originaria la sua famiglia) e morirà nel 2012. Zohra sarà liberata, sposerà l’importante uomo politico (e leader del FLN) Rabah Bitat e, ripresi e terminati gli studi, eserciterà la professione di avvocato. Djamila pure sarà liberata e sposerà Vergès, da cui avrà due figli, farà attivamente politica impegnandosi per i diritti delle donne nella società algerina, poi seguirà il marito a Parigi e, infine, dopo la scomparsa del consorte, si trasferirà anche lei in Tunisia (anche la sua famiglia era di origine tunisina) dove, stando a notizie ufficiose, sarebbe morta nel 2015.

 
Vanilla Magazine Club
Gruppo Chiuso · 4986 membri
Iscriviti al gruppo
Il gruppo ufficiale di Vanilla Magazine. Hai un suggerimento, un'idea o una semplice opinione per nuovi post, correzioni per quelli già pubblicati o ...
 

Il destino della quarta ragazza, Hassiba Ben Bouali, è il più tragico

La ragazza vive le stesse esperienze delle altre, ma non viene mai catturata. Il 28 settembre del 1957 si unisce a un gruppo comprendente Alì Ammar (detto Alì La Pointe, un pregiudicato di 27 anni con una ogni sorta di reati alle spalle, che però una volta arruolato nel FLN si è rivelato un ottimo combattente e un compagno leale, al punto da diventare un leader del movimento, l’unico rimasto in libertà a quella data), un altro militante di nome Mahmoud Bouhamidi e un ragazzino di 12 anni chiamato Petit Omar, il cui cognome è rimasto ignoto. I quattro si nascondono nella stanza segreta di un appartamento nella Casbah, in cui già custodiscono armi e documenti, ma la loro presenza viene rivelata ai francesi da un delatore. Un reparto di paracadutisti comandato dal maggiore Guiraud circonda l’edificio e cerca di stanarli, anche proponendo condizioni favorevoli di trattamento in caso di resa, ma senza risultato. Una volta certi di aver identificato la posizione della stanza segreta, i francesi decidono di abbatterla facendo esplodere delle mine anticarro fissate sopra. L’esplosione avviene alle 6,15 dell’8 ottobre 1957 e sventra completamente il palazzo e quelli vicini, uccidendo anche 25 persone che non c’entrano nulla e non sono state evacuate, compresi 8 bambini.

Tra le macerie, più tardi, saranno rinvenuti i corpi sfigurati di Hassiba e di Petit Omar, mentre degli altri due restano solo pochi resti ridotti a brandelli

L’episodio rappresenta la scena che apre e chiude il film “La battaglia di Algeri” del regista italiano Gillo Pontecorvo, il famoso film, perfettamente documentato, che nel 1966 racconterà la storia dell’indipendenza algerina a tutto il mondo, tranne la Francia che ne vieterà la proiezione fino al 1971, e che ancor oggi non vede volentieri.

Sotto, il trailer del film:

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.