4.000 Anni fa gli Egizi operavano il Cancro al Cervello

Oggi si chiamano E270 e teschio 236, ma molto, molto tempo fa questi resti umani appartenevano a persone in carne ed ossa, accomunate entrambe dal dramma di un tumore. I due crani sono conservati presso il Duckworth Laboratory dell’Università di Cambridge. Il cranio E270 è stato trovato a Giza, in Egitto, ed è datato tra il 664 e il 343 a.C. fra la ventiseiesima e la trentesima dinastia, e non era mai stato studiato prima, mentre il 236 era già stato analizzato. Risale a tantissimo tempo fa, 2.686 e il 2.345 a.C., fra la terza e la quinta dinastia, e la persona che lo animava soffrì di un caso di carcinoma del naso-faringe.

Ora vi chiederete: Matteo ma perché ci stai parlando di crani che risalgono a migliaia di anni fa? In questo caso lo scopo è quello di comprendere quando la medicina oncologica ha iniziato a svilupparsi e come ha affrontato il problema del tumore. Siamo certi che già nel 1.600 avanti Cristo gli antichi egizi conoscessero e tentassero di affrontare i tumori. Fino ad oggi la più antica descrizione del cancro conosciuta risale al papiro Edwin Smith del 1600 a.C., che si ipotizza essere una copia di un’opera di secoli prima. Il testo descriveva diversi tumori al seno, ma sottolineava che non esisteva alcuna cura per essi. Del cancro parla anche il papiro di Ebers, il quale specifica che contro tumefazioni infiammatorie e tumori maligni è necessario praticare incisioni, medicamenti e trattamenti magici.

Scoprire quindi che circa 1.000 anni prima del papiro Edwin Smith e di quello Georg Ebers, gli egizi tentassero di operare o di indagare le tumefazioni oncologiche è stato qualcosa di stupefacente per i ricercatori, fra cui figura l’italiana Tatiana Tondini ma anche Albert Isidro ed Edgard Camarós, di diverse università europee.

Il dottor Edgard Camarós Perez, paleopatologo dell’Università di Santiago de Compostela in Spagna, ha spiegato a Live Science alcuni dettagli di questa ricerca:

“Quello che abbiamo trovato è la prima prova di un intervento chirurgico direttamente collegato al cancro. È da qui che parte la medicina moderna. Le nuove scoperte suggeriscono che il cancro era una “frontiera” nelle conoscenze mediche degli antichi Egizi, qualcosa che potrebbero aver tentato ma non essere riusciti a trattare con successo. Tuttavia senza conoscere la storia clinica dei pazienti, gli scienziati non possono tracciare un quadro completo. Se sappiamo che più di 4.000 anni fa gli antichi egizi cercavano di capire il cancro a livello chirurgico, siamo assolutamente convinti che questo sia solo l’inizio di qualcosa che è iniziato molte, molte migliaia di anni fa”.

Amici prima di continuare voglio ringraziare per l’aiuto nel rivedere questo testo l’amico Francesco Maria Galassi, medico e paleopatologo, direttore del FAPAB Research Center, e vi ricordo anche che per sostenerci è fondamentale che vi iscriviate, il tasto rosso lo trovate proprio qua sotto. A voi non costa nulla, ma noi senza di voi che guardate i nostri video, che vi abbonate e vi informate come faremmo?

Cranio 236

Partiamo dall’esame del cranio più antico, il 236. Apparteneva a un uomo di circa 30 anni, e presenta una serie di lesioni di dimensioni contenute legate all’evoluzione della patologia. Le metastasi si erano diffuse in diverse zone del cranio e della mandibola, e l’osso aveva avuto una sua reazione contro di esse. Ma più importante della reazione dell’osso è quella dell’uomo, in questo caso naturalmente non del paziente ma dei medici, che hanno indagato con strumenti metallici attorno alle lesioni cancerose.

Vicinissimo ad alcune delle circa 30 metastasi vi sono diversi tratti spigolosi che testimoniano un danno all’osso, operati con uno strumento tagliente, probabilmente metallico, che ha inciso il cranio attorno alla lesione prima o dopo la morte. L’osso non mostra segni di guarigione, e da questo capiamo che l’operazione potrebbe esser stata portata avanti perimortem o post-mortem. In pratica durante l’ultimissimo periodo di vita del malato oppure subito dopo il decesso.

Questo antichissimo ragazzo egiziano di circa 4500 anni fa potrebbe aver subito un estremo tentativo di indagare le sue lesioni prima della morte, magari nel tentativo disperato di salvargli la vita, oppure potrebbe esser stato oggetto di un’indagine post-mortem per la curiosità dei chirurghi dell’epoca.

Il Cranio E270

Il secondo cranio esaminato, appartenente a una donna che poteva avere circa 50 anni all’epoca della morte, mostra un enorme danno da neoplasia che si trova nella sua parte centrale altre due di dimensioni più contenute, ma comunque evidenti. La donna visse fra il VII e il IV secolo avanti Cristo, ma portava sul volto anche un segno diverso da quello della malattia. Sopra l’occhio sinistro un’enorme ferita fatta con un’arma a lama risulta completamente rimarginata. Sembra un’informazione da poco, ma invece apre un mondo di ipotesi sulla vita di questa donna vissuta 2.500 anni fa.

Quella donna aveva subito un trauma devastante poco sopra l’occhio, tanto profondo da aver spezzato l’osso del cranio, ma era stato guarito efficacemente ed era sopravvissuta. Oltre a questo trauma due più lievi, ma comunque di impatto significativo, avevano contribuito a comprimerle il cranio. Ma chi può averle inferto ferite di questa violenza e dimensioni, e in quale contesto?

Noi ovviamente non lo sappiamo, ma si può ipotizzare che la donna potesse far parte dell’esercito dell’antico Egitto, e che tale trauma sia stato provocato durante una guerra. Se mai ci potesse essere una conferma a questa ipotesi, e ahimé oggi è impossibile, cambierebbe proprio la storia dell’Antico Egitto, aprendo alla possibilità di donne soldato egiziane.

Oppure la nostra E270 era semplicemente una donna sfortunata, forse vittima di un assalto domestico, o di un tentativo di assassinio in chissà quale contesto. Le informazioni che i suoi resti ossei ci lasciano non sono sufficienti a capirlo. Quel di cui siamo sicuri è che il suo volto appariva completamente stravolto. Prima di tutto da ferite rimarginate ma comunque di dimensioni enormi, che le avevano anche modificato la fisionomia di tutta la testa, e poi da una massa gigantesca che le era cresciuta al centro del cranio.

Conclusioni

Lo scopo di queste analisi su reperti già esaminati è di ottenere, grazie alle tecniche odierne, molte più informazioni da materiale che si trova già in magazzino, nei musei o nei laboratori di tutto il mondo. Il dottor Edgard Camarós Perez ha precisato che saranno svolte ricerche su reperti se possibili ancora più antichi rispetto a quelli già considerati, per comprendere come gli esseri umani abbiano affrontato il cancro nel corso dei millenni.

Ma non solo, la conclusione dello studio è significativa, ne leggo un breve passaggio: i nostri casi contribuiscono alla crescente prospettiva di una maggiore prevalenza del cancro nelle popolazioni umane del passato, fornendo e discutendo due casi, uno dei quali rappresenta uno dei più antichi tumori conosciuti dell’antico Egitto. Il nostro studio dimostra l’importanza di rianalizzare, con nuove tecniche e diversi ambiti di applicazione, casi paleopatologici provenienti da musei e collezioni universitarie con l’obiettivo di fornire nuove conoscenze sulle società del passato, comprese le questioni sanitarie.

La parola chiave è prevalenza, ovvero il numero di casi totali su una popolazione in un dato istante di tempo T. In pratica, almeno secondo gli studiosi che hanno firmato questo articolo, nel passato potrebbero esserci stati un maggior numero di casi di tumore nella popolazione, un dato importante che ci potrebbe far capire meglio l’evoluzione del suo trattamento.

Secondo lo studio del paleopatologo Francesco Maria Galassi e dei suoi colleghi, come sempre trovate tutte le fonti qua sotto in descrizione, secondo le statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il cancro rappresenta “la seconda causa di morte a livello globale, con una stima di 9,6 milioni di decessi, ovvero 1 decesso su 6, nel 2018″.

Si dice spesso che il cancro è il male della nostra epoca, ma potrebbe esser stato un flagello ancor più terribile, almeno a livello di numeri percentuali sulla popolazione, già nelle epoche più antiche, con medici e pazienti impegnati a combattere un “mostro” per loro completamente sconosciuto.


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