Erano i giorni della merla in un’Italia ancora devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, stretta nelle difficoltà della divisione fra lo stato fantoccio della Repubblica di Salò e il Regno d’Italia. Nonostante le drammatiche questioni della guerra, in quell’inverno del 1945 le donne ottengono il diritto di voto, un principio di uguaglianza che equipara l’Italia (anche se molto in ritardo) alle moderne democrazie occidentali.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Il 1° Febbraio del 1945 fu promulgato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23, il quale dava alle donne italiane il diritto al voto, a patto che fossero maggiorenni (21 anni compiuti), e che non fossero prostitute schedate come lavoranti al di fuori delle case chiuse registrate.

Un diritto richiesto da molti decenni

Le prime elezioni politiche cui parteciparono le donne italiane non si svolsero, come noto, nel 1945, ma nel 1946, in occasione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, quando il popolo italiano scelse la Repubblica in luogo della Monarchia.

Il voto era in realtà chiesto da diversi decenni dalle intellettuali italiane, e una delle figure maggiormente celebri per la rivendicazione fu certamente la pedagogista Maria Montessori, che nel 1906 scrisse un appello affinché le donne italiane si presentassero ai seggi per votare.

Sotto, Maria Montessori:

Nonostante le donne fossero abituate a non votare, lo Statuto Albertino del 1848 non proibiva il voto femminile. Di seguito il testo, che non mostra differenze fra uomini e donne:

Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo e grado, sono eguali dinnanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili e militari, salve le eccezioni determinate dalle leggi

Nonostante la costituzione del Regno d’Italia (tale era lo statuto albertino), non limitasse il voto ai soli uomini, le donne per convenzione non votavano. Oltre a loro, il diritto di voto era nella pratica limitato agli uomini che avessero più di 25 anni, che fossero alfabetizzati e che fossero in grado di pagare un determinato censo annuo.

Lo statuto Albertino garantiva quindi in teoria (e solo in teoria) il diritto di voto alle donne, ma la caparbietà di Maria Montessori passò alla storia per un curioso episodio del 1906. Dalle colonne del giornale “La vita”, la pedagogista scrisse un articolo in cui ribadiva l’invito a presentarsi alle urne specificando che la legge non poneva alcun esplicito divieto. Le richieste furono numerose in tutta Italia, ma i giudici delle corti d’appello di sei città (Firenze, Palermo, Venezia, Cagliari, Brescia e Napoli) frenarono la spinta al progresso delle suffragette, eccetto che in un luogo:

Ancona

Nel capoluogo di regione delle Marche il presidente della corte d’appello era Lodovico Mortara, futuro parlamentare e Ministro della Giustizia italiana (1919-1920) e insigne giurista.

Mortara trovò assolutamente compatibile con i principi dello Statuto Albertino la richiesta di 10 maestre di Senigallia di iscriversi alle liste elettorali della propria città, con la sentenza del 25 luglio del 1906 che fece scalpore non solo in Italia ma anche all’estero.

Le 10 Maestre passarono alla storia come le “Maestrine di Senigallia”

La sentenza fu annullata in Cassazione qualche tempo dopo, e il diritto di voto alle donne rimase un sogno. La giornalista italiana Anna Maria Mozzoni e altre 25 donne, nel 1906, presentarono una petizione in parlamento, ma questa fu respinta.

Dopo questo primo tentativo la richiesta del voto alle donne venne avanzata altre 20 volte, ma ogni volta fu respinta

Persino il Papa, Benedetto XV, nel 1919 si espresse in favore del suffragio femminile, ma il partito socialista fu strenuo oppositore alla riforma temendo che le donne votassero in prevalenza i partiti conservatori.

E ancora nel 1919, durante le fasi iniziali della costituzione del movimento fascista italiano, Mussolini fece inserire all’interno del programma di San Sepolcro dei Fasci di Combattimento il diritto di voto alle donne, una misura per ottenere un largo consenso anche nei confronti della sfera femminile del popolo italiano.

Il 9 maggio del 1923 Benito Mussolini, già al governo da un anno, in uno dei suoi discorsi parlò del voto alle donne, promettendo almeno il voto amministrativo, ed effettivamente nel 1925 entrò in vigore una legge che concesse ad alcune donne il diritto di votare per le elezioni degli amministratori locali. La legge però fu completamente inutile perché pochi mesi più tardi i sindaci e gli amministratori furono rimpiazzati dai podestà, annullando quindi, di fatto, la concessione di qualche tempo prima.

Il voto del 1946

Dopo i fatti degli anni ’20 si torna al 30 Gennaio 1945 quando, in una riunione del Consiglio dei Ministri, si discusse (come ultimo punto) il diritto di voto alle donne, dando la sua approvazione come un fatto scontato e, ormai, inevitabile. Nella legge si dimenticò però di citare il principio di eleggibilità anche per le donne, che fu stabilito con il decreto 74 del 10 marzo 1945.

Il 2 Giugno del 1946 si presentarono alle elezioni 226 candidate, e 21 di loro furono elette. Fra queste, 5 furono scelte per entrare a far parte della “Commissione dei 75”, l’organo incaricato di scrivere la proposta per la costituzione della neonata Repubblica Italiana. Purtroppo le “quote rosa” non erano ancora garantite, ma la nostra costituzione può dirsi scritta anche dalle donne italiane.

Sotto, un video dell’Istituto Luce commenta il dovere del voto alle donne del 1946:

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...