30 Dicembre 1916: la storia della Violentissima fine di Grigorij Rasputin

E’ passato più di un secolo dalla sua morte, in un contesto sociale e politico che sembra lontano anni luce da quello attuale, ma la figura di Grigorij Rasputin (1869-1916) esercita un fascino intramontabile in tutti coloro che sono interessati alla storia della Russia zarista, ma anche alle teorie complottiste e alternative alla storiografia tradizionale.

La vita e la morte di questo monaco e mistico nato nell’aspra terra siberiana sono infatti strettamente collegate alla storia dei Romanov, la famiglia imperiale sterminata nel 1918 dopo la presa del potere dei bolscevichi. Rasputin riuscì a esercitare un’influenza tanto forte sullo Zar Nicola II, e soprattutto sulla Zarina Aleksandra Fëdorovna, da diventare totalmente inviso all’aristocrazia russa, e poi anche alle alte gerarchie ecclesiastiche, alla stampa e alla politica.

Nonostante fosse un religioso e un mistico non poteva esser considerato un uomo morigerato o un devoto cristiano: forse faceva parte della setta religiosa dei Chlysty, che terminavano i loro riti con un’orgia collettiva.

Ma come non è accertata la sua affiliazione alla setta, allo stesso modo la sua reputazione di personaggio dissoluto pare sia stata ampiamente esagerata dai suoi nemici. Ma bisogna calarsi nel contesto: più che per la sua passione per le giovani donne, i suoi detrattori lo odiavano per i negativi giudizi su politici e aristocratici corrotti e infedeli. Quei giudizi erano tenuti in grande considerazione dalla zarina, che l’intera corte considerava ormai plagiata dal potente monaco.

Lo zar Nicola II, che in un primo tempo si fidava molto di Rasputin, non trovò in seguito il coraggio di liberarsi di lui proprio per non contrariare la moglie. Aleksandra Fëdorovna, principessa di origini inglesi e tedesche, nipote della Regina Vittoria, pochissimo amata dal popolo e dalla corte russa (soprattutto dopo lo scoppio della prima guerra mondiale contro il kaiser Guglielmo II, che era suo primo cugino) era una donna profondamente religiosa, che trovò un grande sostegno nel monaco siberiano. La famiglia di Nicola II le era ostile, e la incolpava di aver generato un unico maschio, per giunta malato, arrivato dopo quattro figlie femmine. Aleksandra era in una posizione critica. Cugina del nemico, madre di un erede malato, sposata a tutti i costi da Nicola II contro la volontà della corte e dei suoi familiari più stretti.

Il giovane zarevic Aleksej Nikolaevič soffriva di una malattia che all’epoca aveva un esito quasi sempre fatale, l’emofilia, trasmessagli proprio dalla madre attraverso la nonna, la Regina Vittoria. Ogni più leggera caduta, ma anche un semplice piccolo taglio, potevano risultare fatali al giovane principe, unico erede al trono. Aleksandra si sentiva sempre sul filo di un rasoio, finché non incontrò Rasputin, l’unico tra tanti medici, guaritori e spiritisti che pareva in grado di guarire Aleksej anche quando le sue condizioni sembravano disperate, e tutto grazie alla forza delle sue preghiere.

Non esiste una spiegazione univoca per i risultati ottenuti dal monaco con lo zarevic: quasi tutti lo ritenevano un ciarlatano che usava l’ipnosi, oppure segrete erbe tibetane, o forse il “magnetismo” teorizzato da Anton Mesmer, ma forse gli bastò semplicemente sospendere l’assunzione di aspirina da parte di Aleksej, commercializzata una quindicina di anni prima e che ha l’effetto di fluidificare il sangue. Rimane un mistero come fece però a guarire il bambino a distanza, nel 1912, quando il monaco era stato convinto dal primo ministro a tornarsene in Siberia con un congruo risarcimento (si parla di oltre due milioni di euro attuali, rublo più rublo meno), e la famiglia imperiale si trovava isolata in una tenuta di caccia.

Rasputin dopo questa guarigione a distanza quasi “miracolosa”, fatta solo con preghiere e riti, accrebbe il suo ascendente sulla famiglia imperiale russa, inimicandosi ancor di più gli aristocratici e l’opinione pubblica, che tra l’altro lo accusavano di essere in combutta con i tedeschi, dopo che il monaco si era opposto in tutti i modi all’ingresso della Russia nella prima guerra mondiale. Visto come poi andò a finire la guerra il Monaco non aveva tutti i torti, ma questo è un giudizio ex-post.

Ma Rasputin non era solo un guaritore, era sicuramente un uomo dalla tempra durissima. Era al centro del dibattito politico russo, veniva ritenuto il burattinaio che guidava Zar e Zarina, ma tutti i tentativi di corruzione da parte dell’aristocrazia russa per allontanarlo andavano a finire male. Al monaco i soldi non interessavano, donava quasi tutto quel che riceveva, traendo beneficio solo dalla propria misticità.

A San Pietroburgo, Rasputin dovette affrontare l’opposizione di critici più importanti, tra cui il primo ministro Pyotr Stolypin e l’Okhrana, la polizia segreta dello zar. Nel 1909, Kehioniya Berlatskaya, una delle prime sostenitrici di Rasputin, lo accusò di stupro, poi ci furono una pletora di voci secondo cui Rasputin sarebbe stato un aggressore delle sue seguaci e si sarebbe comportato in modo sconveniente durante le sue visite alla famiglia imperiale, in particolare con le figlie adolescenti di Nicola II, Olga e Tatiana. Ma queste erano voci, illazioni di chi gli era avverso politicamente, distinguere ciò che è realtà dalla leggenda è quasi impossibile.

Dopo un tentativo di assassinio non riuscito, Rasputin acquisì fama di immortale, e le circostanze che portarono alla sua morte dimostrano che avesse veramente una tempra dura. Partiamo da quel 12 luglio 1914. Una contadina di 33 anni, si chiamava Chionya Guseva, tenta di uccidere Rasputin pugnalandolo allo stomaco, fuori dalla sua casa di Pokrovskoye. Rasputin rimane gravemente ferito e per un certo periodo è lì, fra la vita e la morte. Alla fine viene operato all’ospedale Tyumen e si riprende.

Chionya Guseva era un seguace di Sergei Trufanov alias Iliodor, un predicatore che prima aveva sostenuto Rasputin, poi ne aveva denunciato le scappatelle sessuali e la sua autocelebrazione nel dicembre del 1911. Iliodor è un conservatore radicale e antisemita, e fa parte di quell’aristocrazia che tenta di rompere il legame fra il monaco e la famiglia imperiale. Quando il tentativo di assassinio fallisce definitivamente Iliodor viene bandito da San Pietroburgo e scomunicato. Chionya Guseva afferma di aver agito da sola, avendo letto di Rasputin sui giornali e ritenendolo un “falso profeta e un Anticristo”. La polizia e Rasputin alla fine ritengono Iliodor il responsabile dell’attentato, ma il predicatore fugge dal paese prima di poter essere catturato, e l’attentatrice finisce nel manicomio di Tomsk. Una curiosità, Chionya sarà rilasciata anni dopo da Kerensky e tenterà di assassinare un altro religioso, il Patriarca Tikhon di Mosca, nel 1919, anche questa volta senza successo.

Tra i tanti nemici di Rasputin c’era il principe Feliks Jusupov, che era sposato con una nipote di Nicola II, la principessa Irina. Jusupov organizza una congiura ai danni del monaco, insieme al Granduca Dmitrij Pavlovič, al deputato Vladimir Puriškevič e a qualche altro personaggio meno in vista.

Il piano consiste nell’attirare Rasputin nel palazzo di Jusupov, con la scusa di presentarlo alla principessa Irina (che invece si trovava in Crimea). Il 29 dicembre del 1916, ormai a tarda notte, Feliks porta il monaco nel suo palazzo e lo fa accomodare in un locale seminterrato, dove gli offre tè e pasticcini farciti al cianuro. Rasputin chiede poi del vino dolce, anche quello già preparato con il cianuro, ma ancora alla 02.30 di mattina non sembra soffrire di nessun sintomo di avvelenamento, anzi chiede al principe di suonare e cantare per lui.

Jusupov è esterrefatto, senza parole, e confabula con gli altri cospiratori, che aspettano al piano di sopra. Decidono insieme di porre fine a quella farsa in modo violento: Pavlovič gli da la sua rivoltella, che il principe usa per sparare un colpo in pieno petto a Rasputin: il monaco cade a terra, con grande sollievo di Jusupov.

Tutti i congiurati allora scendono giù, esaminano il corpo di Rasputin e lo ritengono morto, poi salgono al piano di sopra per festeggiare. Dopo aver inscenato un ritorno del monaco a casa, con qualcuno che indossa il suo cappello e il cappotto, Jusopov torna a controllare il cadavere. Se il principe avesse sofferto di cuore sarebbe morto all’istante: Rasputin apre improvvisamente gli occhi, tenta di assalire Jusupov, ma poi preferisce lanciarsi verso le scale per fuggire via da quel palazzo. Per fortuna del principe con lui c’era un altro congiurato, Puriškevič, che si sveglia sentendo il trambusto e riesce a sparare diverse volte al monaco, che si accascia sulla neve, ma muore solo una ventina di minuti dopo.

Secondo le memorie di Jusupov, Puriškevič spara quattro colpi, due dei quali andarono a segno, uno ai reni e uno in testa. Secondo alcune teorie però è il Granduca Dmitrij Pavlovič a sparare i colpi mortali a Rasputin, perché lui più di ogni altro aveva dei buoni motivi per odiarlo:

Il Monaco aveva mandato all’aria il suo matrimonio con la granduchessa Olga, divulgando le voci sulla sua relazione omosessuale con il principe Jusupov

Comunque siano andate veramente le cose, e quasi certamente non lo sapremo mai, i congiurati avvolgono il corpo di Rasputin nella sua pelliccia e lo gettano nel fiume Malaya Nevka. Era l’alba del 30 dicembre 1916.

Intanto, due poliziotti che avevano udito gli spari si erano avvicinati al palazzo di Jusupov, e Puriškevič racconta con tranquillità quanto successo, raccomandandosi di non rivelare nulla. Uno dei due invece fa il suo rapporto, e l’indomani mattina iniziano le indagini. Jusupov scrive una lettera alla zarina, protestando la sua innocenza; Puriškevič lascia la città quella sera stessa, e fa bene, perché il principe e il granduca vengono messi agli arresti domiciliari. Il corpo di Rasputin viene ritrovato poco tempo dopo il 1° gennaio, sotto il ghiaccio che ricopre il fiume. L’autopsia stabilisce che il monaco era morto per un colpo ricevuto in fronte, sparato da una distanza ravvicinata;

Non c’erano tracce di cianuro nello stomaco, né di acqua nei polmoni, segno evidente che Rasputin era già morto quando era stato gettato nel fiume

I due principali congiurati non vengono processati, e se la cavano molto meglio dei loro congiunti travolti dalla rivoluzione d’ottobre: finiscono in esilio e così si salvano la vita.

Ancor oggi non siamo assolutamente certi di come andarono davvero gli eventi in quella gelida notte di fine 1916. Siamo nel bel mezzo della prima guerra mondiale, le indagini vengono svolte in modo frettoloso e nessuno si prende la briga di misurare il calibro dei proiettili, né di andare a fondo sulle vere motivazioni dei congiurati:

Patriottismo, gelosie, disprezzo? O c’era dell’altro?

Qualcuno ha ipotizzato che dietro alla congiura ci fosse la mano dei servizi segreti britannici, che volevano scongiurare la possibilità di una pace separata tra Russia e Germania, auspicata da Rasputin, così ascoltato dalla zarina e quindi anche da Nicola II. Gli storici però sono piuttosto scettici, perché non esiste alcun riscontro verificabile.

Alla fine le numerose contraddizioni dei congiurati, la sparizione di molti documenti e le indagini incomplete hanno contribuito a trasformare la violenta morte di Rasputin in un episodio diviso tra storia e leggenda. Così come lo è tutta la sua vita: un racconto che si basa molto spesso su dicerie, malignità e pochi fatti documentati.

Di lui oggi rimane il ricordo di un mistico che affascinò la Russia, leggendario amante di donne adoranti, e anche un reperto curioso in un museo di San Pietroburgo, il presunto pene di Rasputin, che, senza tirarla tanto lunga, è un fake. In realtà si tratta di un cetriolo di mare.


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