In questi giorni, come tutti gli appassionati sportivi sanno, si stanno svolgendo le Olimpiadi di Rio de Janeiro. Ma quali sono le leggende olimpiche che hanno segnato la storia dello sport? Si potrebbero elencare una serie di uomini e donne che hanno lasciato il segno in questa manifestazione sportiva quadriennale, quello non baciato da sponsor milionari come il calcio o il basket o il tennis, ma che con le loro imprese singole hanno scritto una serie di pagine sportive eccezionali, perché davvero superiori agli altri nel periodo sportivo nel quale hanno gareggiato.

Si potrebbe citare Nadia Komaneci e dei suoi 10 nella ginnastica che costrinsero i giudici a cambiare i tabelloni perché non era un punteggio contemplato, di Mark Spitz e delle sue 7 medaglie nel nuoto del ’72, del dream team americano a Barcellona ’92, del settebello italiano che vinse le olimpiadi del ’92 contro la favorita Spagna. Quelle seguenti invece sono tre storie che non solo fanno bene allo sport, ma che travalicano i confini della competizione per diventare storie umane.

Jesse Owens

La prima storia è quella di Jesse Owens, l’americano che vinse quattro ori (record) nell’atletica leggera alle olimpiadi del 1936 a Berlino, durante il periodo nazista. La sua storia non credo sia impressionante per le ovvie difficoltà di propaganda razziali cui andò incontro il regime nazista ospitando il trionfo dell’atleta nero, quanto per l’umanità che dimostrò in quell’occasione. Jesse infatti trionfò nei 100 e 200 metri, nel salto in lungo e nella staffetta maschile, e la stampa vi ricamò sopra la storia che Hitler scappò dallo stadio per non premiarlo. In verità l’atleta rivelò che:

« Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto. »

Fu invece Roosvelt a snobbarlo al suo rientro in patria, perché in quel tempo si svolgevano le elezioni e non voleva impegnarsi a celebrare un atleta nero, anche se americano, che avrebbe indispettito il popolo votante del sud degli Stati Uniti. In ogni caso, la singolarità di questo grandissimo atleta è anche legata al suo altruismo, e non solo alle sue eccezionali capacità. Completata la gara di salto in lungo e avendo già vinto i cento e duecento metri, Jesse esortò il proprio allenatore a far correre altri americani nella staffetta, perché, con un sorriso, affermò di aver già vinto abbastanza e di voler lasciar vincere anche gli altri.

Chiaramente gli americani, avari di vittorie, decisero di farlo egualmente gareggiare per assicurarsi anche quella gara, che infatti poi la squadra statunitense vinse con facilità. Nello sport moderno, così assetato di numeri uno, vittorie, medaglie e metalli preziosi da sfoggiare, la storia di Jesse, il piccolo calzolaio che divenne uno dei più grandi sportivi di sempre, fa riflettere sul concetto di nazione, uguaglianza ed affermazione personale.

Abebe Bikila

La seconda storia è quella di Abebe Bikila, una delle storie sportive più belle che l’umanità abbia mai avuto il privilegio di osservare. Abebe, l’etiope campione della Maratona di Roma del 1960, corse l’intera gara scalzo, perché non abituato a calzare le scarpe da corsa. L’atleta, sposato e con due figli, era completamente sconosciuto, perché aveva corso solamente in competizioni in Etiopia. Quando si recò al comitato organizzativo comunicando il proprio tempo, i giudici non gli crebbero, perché era addirittura inferiore a quello che era l’attuale record del mondo. Nella gara di Roma, egli volò letteralmente sull’asfalto, stabilendo il record mondiale.

Quando gli fu chiesto come mai avesse corso senza scarpe, Bikila rispose: “Ho voluto che il mondo sapesse che il mio Paese, l’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo”. Nella maratona successiva, quella di Tokio, Abebe era convalescente, essendo stato operato solamente un mese e mezzo prima di appendicite. Quella volta calzò le scarpe da corsa, e anche sotto il cielo del Sol Levante, stabilì il record mondiale ed andò a vincere la Maratona.

La particolarità di questo atleta, unico a vincere due Maratone olimpiche insieme a Waldemar Cierpinski, sono sicuramente le umili origini di pastore, e la tarda età cui si approcciò alla corsa, circa 23 anni. Ma non solo. Abebe infatti rimase vittima di un incidente che lo paralizzò alle gambe, e comunque gareggiò alle paralimpiadi nel tiro con l’arco ed il Ping Pong. Morì a 41 anni da leggenda nazionale, simbolo di quello che, purtroppo, non riuscì mai a vedere, la liberazione del proprio paese dalla povertà e dalla colonializzazione europea.

Hamadou Djibo Issaka

La terza storia risale alle Olimpiadi di Londra, e si tratta di Hamadou Djibo Issaka. Non strabuzzate gli occhi se non lo conoscete, è normale, è ultimo degli ultimi. E’ un atleta nigeriano che ha gareggiato nel canottaggio ed è arrivato a due minuti dal vincitore. La domenica della gara si presentò alla partenza di canottaggio singolo, uno sport che ha imparato in soli tre mesi di corso intensivo.

E allora perché, vi chiederete, ho deciso di inserirlo fra le leggende olimpiche?

Il perché è da ricercarsi non nell’uomo ma nel vero spirito olimpico, ne “l’importante è partecipare”. Perché non si può essere ricordati sempre e solo quando si vince, ma anche quando si arriva ultimi, si perde, ma comunque ci si diverte, si fa sport, e si arriva al traguardo con il sorriso, sapendo di aver dato il proprio massimo per sé e per il proprio paese, fra gli applausi di un pubblico stupendo.

Quello delle olimpiadi.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...