Nostalgia, nostalgia canaglia. Il ritornello di una canzonetta banale ma indimenticabile è perfetto per illustrare il nostro rapporto con la musica commerciale, sovente colonna sonora della nostra vita quotidiana. Perché abbiamo voglia di spararci le pose da intenditori cui piacciono solo i concept album di Battiato o dei Genesis: quando parte un qualsiasi hit di Pupo o di Toto Cutugno, lo riconosciamo al volo e ci ricordiamo istantaneamente di quella serata sulla spiaggia o di quella festa di compleanno in cui, accompagnati dalle sue note, facemmo o ricevemmo la nostra prima dichiarazione.

Certo, di canzonette, non bisogna consumarne una quantità eccessiva. Il celebre psicoterapeuta americano Wayne Walter Dyer sosteneva che poche cose sono responsabili delle nevrosi che affliggono le persone comuni quanto i cliché diffusi dalle canzonette: perché, ad esempio, quando fai passare per messaggio positivo un concetto come “Non posso vivere senza di te”, stai dicendo che l’amore è una forma di dipendenza, il concetto più sbagliato che si possa immaginare. Eppure, quanto più ci sembrano insulsi i testi, tanto più sentiamo nostalgia della giovinezza in cui li ascoltavamo. Anche questo, evidentemente, fa parte della vita.

Eppure c’è stato un periodo in cui anche le canzonette più sciocche avevano un significato oggettivo che andava al di là di quello letterale. Quando i giovani cominciarono a emanciparsi dai tabù ipocriti che avevano oppresso la gioventù per tante generazioni, le canzonette furono il modo più efficace di far sentire la propria voce al di sopra delle convenzioni, di diffondere un messaggio comunque libertario. Ai ragazzi di oggi, che dispongono spesso di eccessiva libertà (perché quando la libertà è più di quanta uno sia in grado di gestire da solo, evidentemente, è troppa), potrà sembrare assurdo il fatto che perfino il semplice andare in scena con un costume diverso dal solito gessato con cravatta a tono o il compiere certe mosse a ritmo della musica che si stava eseguendo anziché stare fermi sia stato, per chi lo visse, una vera rivoluzione, eppure fu esattamente quello che accadde, negli USA, alla metà degli anni ’50, quando sulla scena musicale si affacciò la figura carismatica e indimenticabile di Elvis Presley.

Stiamo parlando di un tempo in cui i cantanti, anche quelli che dovevano il loro maggiore successo al pubblico giovanile, non venivano neanche lontanamente sfiorati dall’idea di atteggiarsi a poeti maledetti o di mettere in scena la propria autodistruzione (vera o fasulla che fosse) quale coronamento di un’ascesa artistica quasi soprannaturale. Preferivano farsi notare per le bizzarie kitsch delle loro scelte personali e, quando capitava che avessero problemi con la giustizia, era sempre per ragioni che avrebbero potuto riguardare chiunque disponesse di troppi soldi e poca cultura. Figure, insomma, la cui portata rivoluzionaria si era esaurita molto rapidamente. Una volta raggiunta la libertà sessuale, tutte le altre sembrarono molto meno importanti.

Ma per almeno due decenni, all’incirca fino alla metà degli anni ’70, sembrò che la musica potesse davvero cambiare il mondo e che i messaggi diffusi alla gioventù da eventi come i concerti a Woodstock o all’isola di Whigt potessero far crescere in ogni Paese intere generazioni di pacifisti. Per questo non appare affatto strano che i musicisti più preparati e maturi dell’ultima fase abbiano sentito a volte la necessità di sottolineare il debito che avevano con quelli che venti anni prima avevano aperto loro la strada, gli idoli della loro giovinezza, anche se erano solo autori di banali canzonette.

Don McLean è un raffinato cantautore americano nato nel 1945, che non è mai stato una stella di prima grandezza dello Star System ma ha sempre avuto la stima di un pubblico affezionato e amante della musica di qualità. In Italia è famoso soprattutto per la canzone “Vincent” (più conosciuta con il nome del suo incipit, “Starry starry night”), dedicata alla figura del pittore Van Gogh e utilizzata dalla Rai, nel 1973, quale colonna sonora di uno sceneggiato poliziesco di enorme successo (“Lungo il fiume e sull’acqua”).

Questa non è però la sua canzone più famosa in patria, dove è alquanto noto per un altro pezzo dello stesso periodo (fanno entrambe parte dello stesso Lp uscito nel 1971), intitolato “American Pie”, una composizione piuttosto lunga e dal testo oscuro e complesso, che sembra narrare la storia del Rock and Roll in un modo tale che molti ci hanno trovato dentro ogni sorta di riferimenti storici, politici e perfino religiosi.

Sotto, American Pie cantata da Don McLean. In Italia è famosa la versione del 2000 interpretata da Madonna:

Nel ritornello, McLean cita continuamente “il giorno in cui la musica morì” e non si tratta di un’immagine iperbolica, bensì di un fatto realmente accaduto il 3 Febbraio 1959, che sconvolse la scena musicale americana alla fine degli anni ’50.

È doveroso, a questo punto, spiegare come funzionava il meccanismo che portava un cantante del tempo al successo. Gli USA non avevano né un ente radiofonico pubblico né tantomeno uno televisivo. Del resto, uniformare le trasmissioni e i loro orari in un Paese che occupa diversi fusi orari sarebbe stato impossibile. Nel tempo, si sono formati grandi network capaci di produrre e distribuire trasmissioni su tutto il territorio nazionale associando delle realtà locali più piccole, di solito già esistenti, sempre con una programmazione stato per stato o fuso orario per fuso orario.

Negli anni ’50, tuttavia, questo era solo agli inizi: nella televisione funzionava meglio, grazie all’impegno di molti bravi autori, inventori di programmi di altissima qualità ma capaci al tempo stesso di intrattenere qualunque pubblico: valga per tutti l’esempio di Rod Serling e del suo “Ai confini della realtà”; ma, per quanto riguarda la radio, quasi tutta la programmazione era suddivisa tra piccole emittenti il cui raggio di azione non superava quello dello Stato o, talvolta, perfino della contea.

È vero però che tra queste emittenti era molto vivo il passaparola, anche grazie al contributo degli ascoltatori, che muovendosi tra gli Stati per lavoro o per qualsiasi altra ragione, finivano inevitabilmente per conoscere nuovi artisti: le telefonate degli ascoltatori e le loro richieste inducevano i DJ ad andarsi a cercare nuovi dischi da far ascoltare. In questo modo, sia pure con una certa lentezza rispetto ai tempi attuali, la fama di una canzone di successo si dilatava, a volte al di là delle stesse intenzioni dei discografici, come sarebbe successo nel 1965 con “The sound of silence” di Simon & Garfunkel.

 
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I discografici però potevano accelerare il processo, mandando gli artisti sotto contratto a compiere tournées in Stati dove non erano ancora conosciuti, in modo che il pubblico li ascoltasse dal vivo e poi bombardasse le radio locali di richieste di trasmissione dei loro dischi. In queste tournées, a volte, si viaggiava con mezzi di terra (automobili o pulmini) ma in altre occasioni le date erano talmente ravvicinate che si doveva per forza prendere l’aereo. Complici la minore sicurezza dei mezzi del tempo e l’elevato numero di ore che gli artisti erano costretti a trascorrere in volo, inevitabilmente, qualcuno è stato vittima di un incidente: basta ricordare il grande cantante di soul Otis Redding (1967), il delicato cantautore di folk rock Jim Croce (1973) e il celebre gruppo di southern rock Lynyrd Skynyrd, decimato in un disastro del 1977.

Sotto, Otis Redding:

Ma il primo incidente aereo che coinvolse dei musicisti rock risale al 1959, ed è proprio quello ricordato nella canzone di Don McLean.

La storia sembra quasi la trama di un inquietante romanzo in cui il destino sta in agguato e nessuno può sfuggirgli

Siamo dunque all’inizio del 1959 e ci sono tre musicisti su cui le case discografiche hanno deciso di puntare. Per questo, li associano a un tour (“Winter dance party”), comprendente anche altri artisti, destinato ad attraversare quasi tutto il Midwest nel giro di tre settimane, dal 23 gennaio al 15 febbraio, per il quale è atteso un grande successo. In effetti, le prime date fanno tutte il pienone, ma il periodo scelto non è dei più felici perché nevica molto e non è facile muoversi tra le strade con i pulmini preposti, tanto più che questi si rivelano incapaci di affrontare le strade ghiacciate.

Il successo delle esibizioni porta un altro effetto collaterale: altre sedi si fanno vive con l’organizzazione, chiedendo di poter ospitare lo spettacolo, sfruttando le date rimaste libere per i trasferimenti. Per questa ragione, a un certo punto, passare all’aereo diventa una necessità inderogabile. Ma non c’è tempo di organizzarsi nel modo migliore, per cui sarà necessario accontentarsi dei primi velivoli e piloti sottomano.

Chi sono i tre artisti coinvolti?

Uno è J. P. Richardson, nato in Texas nel 1930 e conosciuto come “Big Bopper” per la sua prestanza fisica e per la sua dirompente personalità, divenuto famoso soprattutto per la canzone “Chantilly Lace”.

Sotto, Big Bopper:

Un altro è Charles H. Holly, più noto come Buddy Holly, nato in Texas nel 1936, distantissimo dal tipico cliché rockettaro (porta gli occhiali e va in scena in giacca e cravatta), che ha già alle spalle il grande successo di “Peggy Sue”, capace di contendere il primo posto delle classifiche a Elvis.

Il terzo è Richard Valenzuela, conosciuto con il nome d’arte di Ritchie Valens, nato in California nel 1941, figlio di poveri immigrati messicani, che ha da poco ottenuto un enorme successo con la sua versione rock della canzone tradizionale messicana “La Bamba”.

Sotto, Richie Valens:

I tre si esibiscono, insieme agli altri, alla Surf Ballroom di Clear Lake, in Iowa, la sera del 2 febbraio 1959. Questa data in più sembra averli sfiniti. Holly è furioso perché gli hanno smarrito il bagaglio e non può né cambiarsi la biancheria né lavarla, visto che sono arrivati quando le lavanderie cittadine erano già chiuse. Valens non sta bene, quello che sembrava un banale raffreddore sta diventando una fastidiosa influenza con brividi di febbre. Anche Big Bopper è stato influenzato nei giorni precedenti, ma è in via di guarigione. Uno dei musicisti di Holly ha avuto bisogno di ricorrere alle cure di un medico locale per conseguenze del troppo freddo preso in viaggio.

Il gruppo dovrebbe passare la notte in viaggio da Clear Lake a Moorhead, in Minnesota, da cui poi dovranno partire per Fargo, North Dakota, dove li aspetta la data successiva del tour: ma i tre non ne hanno nessunissima intenzione, soprattutto non vogliono riprovare a viaggiare nel pullman, che ha già avuto numerose avarie. Così, contrariamente ai membri del gruppo “Dion & The Belmonts” che si esibiscono con loro e che scelgono di ripartire in autobus, i tre vanno in cerca di un pilota che li porti a Moorhead con un aereo da turismo.

Sotto, i Dion & The Belmonts:

Non è che ce ne siano molti a disposizione, ma Holly riesce a scovare un giovane pilota, Roger Peterson, che lavora per la Dwyer Flying Service di Mason City e che accetta di portarli a Moorhead e poi a Fargo su un Beechcraft Bonanza B-35 per il prezzo di 36 dollari a passeggero. Il problema è che a voler prendere l’aereo sono in cinque, mentre i posti sono solo tre. Il polistrumentista Waylon Jennings, appartenente al gruppo che accompagna Holly, rinuncia a partire e cede il posto a Big Bopper. L’ultimo posto disponibile se lo giocano, con il lancio di una moneta nella stessa sala da ballo in cui si sono esibiti, Ritchie Valens e un altro dei musicisti del gruppo di Holly, Tommy Alsup: vince Valens.

 
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I musicisti salutano i compagni e salgono sull’aereo, che parte poco dopo l’una di notte del 3 febbraio. Il viaggio sembrerebbe molto semplice, ma fa molto freddo, il tempo è pessimo e la visibilità è tutt’altro che ottimale. C’è qualcosa che non va nella strumentazione di bordo, perché il volo dura pochissimo, circa 8 chilometri. Dallo stesso campo da cui è partito, si vedono le luci dell’aereo abbassarsi e poi scomparire. Il pilota non risponde e, più tardi, i due aeroporti nei quali avrebbe dovuto arrivare avvertono che non si è visto.

Il signor Dwyer, datore di lavoro del pilota Peterson, appena arriva l’alba si mette a sua volta in volo per cercarli ripercorrendo la rotta del loro piano di volo. Gli serve pochissimo tempo: quasi non fa in tempo a prendere quota, che già vede i rottami e le altre tracce dell’incidente in un campo di grano sottostante. Chiama subito i soccorsi, ma non c’è niente da fare: i quattro occupanti del velivolo sono morti sul colpo, uccisi dalla violenza dell’impatto.

Sotto, la lapide a forma di chitarra dei tre artisti prematuramente scomparsi:

La successiva inchiesta parlerà di errore del pilota, piuttosto inesperto di volo notturno, del suo “disorientamento spaziale” che gli avrebbe fatto credere di trovarsi ancora in fase ascendente mentre in realtà l’aereo stava scendendo verso il suolo.

Per anni, è circolata una leggenda secondo la quale, in realtà, il disastro sarebbe stato causato dall’esplosione accidentale di un colpo da parte della piccola pistola che Holly portava sempre con sé per difesa personale. Un’altra strana teoria sosteneva che Big Bopper fosse sopravvissuto all’impatto e avesse cercato di allontanarsi dai rottami (il suo corpo fu effettivamente trovato molto lontano da questi) per poi morire per il freddo e le conseguenze delle ferite. Per mettere la parola fine a queste illazioni, nel 2007, il figlio di Big Bopper ingaggiò il celebre patologo Bill Bass (quello della “fabbrica dei corpi”) perché svolgesse un’autopsia supplementare sui resti del padre. Bass (che ne parla nel libro “Uomini e ossa”, tradotto in Italia dall’Editrice Nord) accertò che il corpo di Big Bopper si trovava ancora in un ottimo stato di conservazione e che l’uomo era sicuramente morto sul colpo.

Sotto, le ultime scene dal film “La Bamba” del 1987, un biopic della vita di Ritchie Valens:

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.