256 d.C: una guerra di sfinimento logora le legioni romane asserragliate nella lontana Doura Europos, in Mesopotamia. Le truppe del Re dei Re dei Persiani, Sapore I il Grande, vogliono impadronirsi della città. Scavano delle gallerie per far crollare le mura ( in un caso ci riescono parzialmente) e intanto alzano una rampa per oltrepassarle dall’alto.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Le mura di Doura Europos, collassate nell’assedio del 256 d.C.

Immagine di Marsyas via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

I Romani chiudono i tunnel e cercano di contrastare i nemici combattendo sugli spalti. Durante una di queste contromosse difensive se la devono vedere con un’arma insolita:

Fumi tossici

Illustrazione che mostra l’uso supposto di gas tossico a Dura-Europos

Credito: Dott. Simon James, Università di Leicester.

I Romani scavano un tunnel a un livello più alto rispetto a quello dei persiani, per respingerli indietro, ma non sanno che li aspetta una “brutta sorpresa”. I Persiani bruciano cristalli di zolfo e bitume, e probabilmente soffiano aria per incanalare i fumi nella galleria soprastante. 19 soldati romani, con ancora in tasca le monete della paga, muoiono nel giro di pochi minuti e anche un persiano ci rimette la pelle:

Probabilmente è quello che ha dato fuoco al braciere

Sono le venti vittime della prima guerra chimica della storia che abbia lasciato tracce archeologiche.

L’imbocco di un tunnel scavato dai Persiani a Doura Europos

Immagine di Marsyas via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Calda e polverosa, all’estremo confine orientale dell’Impero Romano, Doura Europos (oggi in territorio siriano) è, come molte città di frontiera, un luogo dove convivono e si incontrano culture diverse.

Il Palazzo del Dux Ripae sulle rive del fiume Eufrate

Immagine di Marsyas via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Nella sua lunga storia, ha ascoltato la lingua di genti semitiche di passaggio ed ha poi preso la forma di città dopo che Alessandro Magno arriva a conquistare terre così lontane dalla sua nativa Macedonia.

La cittadella romana

Immagine di Marsyas via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Il condottiero muore giovane e quei territori d’oriente se li prendono i seleucidi, che nel 303 a.C. fondano la città sul modello ellenistico, a servizio delle carovane che trasportano merci lungo l’Eufrate.

Resti della Cittadella

Immagine di Heretiq via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.5

Poi arrivano i Parti, che la trasformano in fortezza, ma intanto la città accoglie genti che parlano molte lingue diverse – greco, latino, ebraico, aramaico, persiano, siriaco e altre ancora – e praticano diverse religioni.

Rovine della Sinagoga

Immagine di Heretiq via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.5

Quando i Romani riescono definitivamente a strapparla ai Parti, nel 165 d.C., la città si ingrandisce, diventa la loro roccaforte in Mesopotamia. Convivono all’interno delle sue mura gli aristocratici discendenti degli antichi conquistatori macedoni, i nuovi arrivati romani, e molte persone di origine semitica, che imprimono alla città un carattere orientale. Gli abitanti possono pregare in un mitreo, in una chiesa cristiana che è anche abitazione, in una sinagoga o nel tempio di Bel.

Rovine della casa/chiesa cristiana

Immagine di Heretiq via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.5

Tutto questo scompare nel 256 d.C., dopo il saccheggio persiano della città, che non sarà più ricostruita. Tutti i sopravvissuti, compresi i soldati romani, saranno venduti come schiavi.

Il praetorium romano

Immagine di Heretiq via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.5

Sabbia e fango diventano per secoli la coltre protettiva di quell’antica città, fino agli ’20 e ’30 del secolo scorso, quando un gruppo di studio congiunto di archeologi francesi e statunitensi inizia a scavare.

Il tempio di Bel

Immagine di Heretiq via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.5

Trovano quei tunnel e capiscono la strategia dei Persiani (far crollare le mura), seguita dalle contromosse romane. Quando scoprono quei venti cadaveri sepolti in una galleria suppongono che siano le vittime di un combattimento corpo a corpo, avvenuto là sotto le viscere della terra.

Lo scheletro del soldato persiano trovato nella galleria

Immagine per gentile concessione di Yale University Art Gallery, Collezione Doura Europos

Questa ricostruzione dei fatti, risalente ai primi del ‘900, non convince l’archeologo Simon James, dell’Università di Leicester, per svariate ragioni: un combattimento corpo a corpo, nello spazio angusto della galleria, pare improbabile. Inoltre, la pila di corpi accatastati non corrisponde allo scenario proposto: quei soldati non sono caduti lì, e nemmeno si sono calpestati a vicenda dopo che i persiani hanno dato fuoco alla galleria.

I Romani invece, secondo l’ipotesi di James, cadono in una trappola: quando dall’alto sfondano la barriera di terra, subito viene acceso quel fuoco dove bruciano zolfo e bitume, che produce un gas soffocante, qualcosa che James paragona al “fumo dell’inferno”.

Resti di Doura Europos

Immagine di Institute for the Study of the Ancient World via Wikipedia – licenza CC BY 2.0

Insieme ai 19 soldati romani muore quel persiano che non ha fatto in tempo a scappare dai fumi tossici. I suoi compagni fanno poi crollare la galleria scavata dai Romani e accatastano i cadaveri in quel punto dove poi li troverà, diciotto secoli dopo, l’archeologo francese du Mesnil, che fa un disegno della posizione dei corpi e, una volta terminati gli scavi, fa riempire il tunnel.

La porta di Palmira

Immagine di Heretiq via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.5

Quei soldati romani resteranno (probabilmente) sepolti lì per l’eternità. James fa la sua ricostruzione dei fatti, nel 2009, sulla base dei disegni e degli appunti lasciati dai precedenti archeologi e su prove “circostanziali”, ovvero le tracce di zolfo e bitume nella terra. Purtroppo nessun resoconto scritto dell’epoca è rimasto per narrarci l’accaduto.

I resti di Doura Europos sono lì a testimoniare quanto brutali e violente fossero le guerre antiche, che spesso oggi immaginiamo solo attraverso il distorto velo del mito, mentre nella realtà non erano molto diverse da quelle odierne. Anche gli antichi usavano armi non convenzionali e devastanti (dalla sabbia ustionante alla polvere di calcare o di gesso, davvero un anticipo di guerra chimica) senza farsi troppi problemi di coscienza. Esattamente come oggi.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.