La breccia di Porta Pia è stata un’azione simbolo del Risorgimento italiano, rimasto incompleto senza la conquista di Roma nonostante l’unità d’Italia. La famosa porta situata nell’attuale quartiere Nomentano di Roma, fu edificata tra il 1561 e il 1565 in onore di Pio IV che la aveva commissionata a Michelangelo Buonarroti (1475-1564), uno tra i grandi protagonisti del Rinascimento.

Facciata esterna di Porta Pia a Roma. Fotografia di Sergio D’Afflitto condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Wikipedia:

Michelangelo aveva 85 anni quando progettò la porta monumentale, una delle principali nelle mura aureliane della Città eterna. Il disegno, particolarmente innovativo per il Cinquecento, presentava un portale con frontone curvilineo, inserito in un altro triangolare e fiancheggiato da paraste scanalate. Ai lati due finestre timpanate, con in cima due mezzanini.

Porta Pia è divenuta celebre per l’episodio della presa di Roma – era il 20 settembre 1870 – durante il quale l’esercito del Regno riuscì ad annettere Roma all’Italia e a decretare la fine del potere temporale della Chiesa, un potere temporale la cui consistenza era già traballante da qualche secolo – epocale il cosiddetto Schiaffo di Anagni (1303) che portò in seguito al trasferimento della sede papale da Anagni ad Avignone (cattività avignonese, tra il 1309 al 1377) – e che con la conquista di Roma e del Lazio arrivò alla capitolazione.

Facciata esterna di Porta Pia a Roma. Fotografia di Sergio D’Afflitto condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Wikipedia:

Il processo storico che portò Roma a diventare capitale del Regno fu lungo e impervio. La questione di mettere le mani su Roma, infatti, si era sollevata già con l’unificazione d’Italia del 1861, caldeggiata dal primo re, Vittorio Emanuele II, dal primo presidente del consiglio, Camillo Benso, conte di Cavour, e da Giuseppe Garibaldi, principale artefice dell’Unità nazionale, che vedevano l’unificazione incompleta, mutilata senza la presenza di Roma sotto il tricolore sabaudo.

In particolare Cavour espresse la volontà di collocare a Roma la capitale del Regno già nel suo discorso al parlamento italiano il 25 marzo 1861, una settimana dopo la proclamazione del nuovo Stato unitario.

Fin da quell’anno, molteplici furono le trattative politiche per annettere Roma, già vista come capitale morale, all’Italia, ma papa Pio IX – supportato dall’imperatore dei francesi Napoleone III – si oppose fermamente a ogni compromesso, non intendendo rinunciare al suo potere.

Si giunse così a delle trattative tra Italia e l’influente Napoleone III che portarono allo spostamento della capitale da Torino a Firenze (1865) e alla Terza guerra d’indipendenza (1866) che portò all’annessione del Veneto. Questi nuovi cambiamenti, però, non mutarono lo stallo su Roma.

La Breccia di Porta Pia in una litografia a colori del tempo:

Dopo anni di impasse, nell’estate del 1870 arrivò in soccorso alla questione romana il conflitto franco-prussiano. Il successo tedesco nella decisiva battaglia di Sedan (2 settembre 1870) e il conseguente ridimensionamento dell’influenza francese in Europa creò quindi il terreno favorevole all’Italia per imbastire un’offensiva contro lo Stato Pontificio.

Prima però fu ancora lo stesso Vittorio Emanuele II a scrivere al papa per chiedergli nuovamente, per l’ultima volta, la pacifica unione di Roma al Regno, ma la risposta dell’inflessibile Santo Padre non cambiò:

«Sire, il conte Ponza di San Martino mi ha consegnato una lettera, che a V. M. piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà. Io non entrerò nei particolari della lettera, per non rinnovellare il dolore che una prima scorsa mi ha cagionato. Io benedico Iddio, il quale ha sofferto che V. M. empia di amarezza l’ultimo periodo della mia vita. Quanto al resto, io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, né aderire ai principii che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua. Lo prego a concedere abbondanti grazie a V. M. per liberarla da ogni pericolo, renderla partecipe delle misericordie onde Ella ha bisogno

L’azione di forza diventò così necessaria. Già nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1870 le truppe dell’esercito italiano – circa 50 000 uomini – si schierarono attorno alle mura dell’«immensa augusta unica Roma». A guidare l’avanzata furono il generale Raffaele Cadorna, comandante supremo, e i generali Nino Bixio, Enrico Cosenz, Gustavo Mazè de la Roche, Diego Angioletti ed Emilio Ferrero.

Alle prime luci dell’alba i bersaglieri diedero inizio alle ostilità cui i circa 15 000 soldati pontifici – perlopiù Zuavi e inesperti volontari provenienti da ogni parte d’Europa – opposero, pare anche su indicazione dello stesso Pio IX, una blanda resistenza.

La breccia aperta dall’artiglieria italiana:

Si combatté al Gianicolo, su entrambe le sponde del Tevere e dopo circa 5 ore di cannoneggiamento, una manciata di vittime (47 o 69 saranno quelli totali secondo due diversi conteggi) si creò uno squarcio nella fortificazione. I soldati dell’esercito regio passarono attraverso la breccia così, oramai accerchiate, le truppe pontificie, comandate dal generale tedesco Hermann Kanzler, sventolarono bandiera bianca. L’ultimo baluardo dello Stato Pontificio era crollato, il Papa/Re non esisteva più, il golpe aveva funzionato:

Roma diventò trovò italiana e sarà capitale del Regno, sostituendo Firenze, l’anno seguente

Il comandante delle truppe pontificie, il badese Hermann Kanzler:

Con la firma della capitolazione e la successiva Legge delle guarentigie (13 maggio 1871) furono regolati i rapporti tra Italia e Santa Sede alla quale verrà concesso soltanto il governo della Città del Vaticano.

Papa Pio IX non accetterà mai quel destino; morirà il 7 febbraio 1878 – il suo pontificato, lungo 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, è tuttora il più lungo della storia della Chiesa cattolica dopo quello di San Pietro – e fino all’ultimo respiro si dichiarerà «prigioniero dello Stato italiano».

Porta Pia nel 1900 circa:

Data la scarsa opposizione del pontefice e il minimo numero di caduti, quella di Porta Pia oggi non è considerata una vera battaglia, tuttalpiù una piccola guerriglia civile. Come suggerisce lo storico Gilles Pécout, la vera battaglia, la battaglia realmente importante per la presa di Roma fu quella combattuta a Sedan tra prussiani e francesi con la disfatta dell’armata di Napoleone III, cui Vittorio Emanuele II aveva, oculatamente, rifiutato l’invio di soldati.

La data del 20 settembre fu festa nazionale fino al 1930 quando, in seguito alla firma dei Patti Lateranensi, fu abolita.

Oggi, nel punto esatto in cui nel 1870 fu aperta la breccia, è collocato un monumento in marmo e bronzo, mentre di fronte la monumentale porta, al centro dell’odierno piazzale di Porta Pia, si trova il Monumento al Bersagliere, creato dallo scultore Publio Morbiducci.

Monumento commemorativo davanti alla breccia. Fotografia di Sergio D’Afflitto condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Wikipedia:

Alla breccia di Porta Pia è stato, inoltre, dedicato il primo film italiano proiettato in pubblico: il titolo è La Presa di Roma, cortometraggio del 1905 di Filoteo Alberini del quale sono rimasti soltanto quattro dei dieci minuti della pellicola originale. Nel 1972 fu prodotto un altro film dal titolo Correva l’anno di grazia 1870, regia di Alfredo Giannetti, che, con un cast composto da attori del calibro di Anna Magnani, Marcello Mastroianni e Mario Carotenuto, ripercorse la storia dell’azione a un secolo dagli avvenimenti.

Il film si trova in versione integrale su YouTube:

Sull’impresa che pose fine al potere temporale e fece cadere il Papa consigliamo la lettura de La breccia di Porta Pia (il Mulino) di Hubert Heyriès, L’ultimo giorno del Papa Re (Clichy) di Antonio di Pierro e Impressioni di Roma (Marsilio, a cura di Gabriella Romani) di Edmondo De Amicis, l’autore di Cuore che da cronista seguì le azioni dei bersaglieri nella storica conquista di Roma.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".