Il 7 Maggio del 1942 Russel Sorgi, il fotografo del Buffalo Courier Express, stava tornando in ufficio. A un certo punto gli passarono accanto una serie di auto della polizia e Sorgi, naturalmente, decise di seguirle. Le auto si fermarono nei pressi del Genesee Hotel, al numero 530 di Main Street, dove Russel Sorgi non poté non notare una donna seduta sul cornicione del palazzo all’ottavo piano.

Sorgi raccontò quegli attimi concitati: “Ho preso la macchina fotografica dall’automobile e ho scattato due fotografie dell’esitazione della donna. Ho cambiato negativo nel modo più veloce possibile, e lei stava già salutando la folla, spingendosi verso il vuoto“.

Probabilmente Sorgi stava usando una fotocamera Graflex Speed ​​Graphic, usata nel 1942 come standard per le immagini della stampa. Questa reflex usava una pellicola 4 per 5 pollici, che consentiva un livello di dettaglio eccezionale. Se però con una reflex 35 mm è possibile scattare 36 fotografie prima di cambiare rullino, Sorgi era costretto a cambiare ogni negativo e ricaricare la fotocamera nel modo più rapido possibile prima di effettuare un nuovo scatto. La freddezza del fotografo fu impressionante: ha dovuto aspettare l’attimo in cui la donna era esattamente a mezz’aria, premendo il pulsante di scatto seguendo solo il suo istinto.

Maria Miller

La signora protagonista delle immagini si era registrata all’hotel sotto il nome di “M. Miller”, e sosteneva di essere di Chicago. Dopo il check-in aveva raggiunto immediatamente il bagno comune delle donne dell’hotel, ed era poi uscita all’esterno dell’edificio. Mary Miller, in realtà, abitava a Buffalo, e viveva con la sorella, la quale era in viaggio nello stato dell’Indiana, in visita a dei parenti.

Nonostante le informazioni su Mary siano frammentarie, quel che è noto è che la sorella fu scioccata dal suicidio della donna, e che la fotografia, intitolata “The Dispondent Divorcee – l’Afflitta Divorziata”, fu un tipico caso di notizia falsa anni ’40.

Mary non era mai stata sposata

Le ragioni del suicidio sono completamente ignote. La Miller non lasciò biglietti o scritti che tradissero una qualsiasi ragione del suo gesto.

L’immagine venne pubblicata sul giornale dove lavorava Sorgi, il Buffalo Courier Express, ma anche nell’edizione dell’8 Maggio del 1942 del New York Times e, in seguito, sulla rivista LIFE. Nella fotografia si intravede una poliziotta entrare nell’hotel, un estremo tentativo di raggiungere la Miller prima del suicidio. Una delle ipotesi che può esser fatta è che proprio la vista dell’ufficiale abbia spinto la donna a gettarsi nel vuoto, prima che potesse esser scoraggiata.

L’immagine, nonostante a prima vista non sembri, ci racconta moltissimo della realtà statunitense di quel periodo. Gli Stati Uniti erano da poco entrati nella Seconda Guerra Mondiale, un impegno che avrebbe coinvolto milioni di cittadini maschi. In quel periodo iniziarono a vedersi le prime donne-poliziotto, e proprio l’ufficiale della fotografia potrebbe essere una delle primissime a ottenere un impiego in polizia.

Nell’immagine si vede anche una vetrina di un caffè, il “Coffee Shop Fountain”, nel quale si legge il cartello:

Dagliene finché non fa male a Hitler

Il cartello dell’hotel ci da inoltre un’informazione sui prezzi dell’hotel, nel quale si dormiva con “1,00 dollari a notte”, e i sandwich della caffetteria costavano 10 centesimi di dollaro.

Sotto, una cartolina dell’epoca con una freccia mostra la finestra dalla quale si gettò la Miller:

La famosa fotografia, dal titolo errato, viene spesso più correttamente definita come “la suicida del Genesee Hotel”, ed è stata oggetto di uno studio psicologico. Al primo esame dell’immagine il 96% degli intervistati non è stato in grado di notare Mary Miller che cade nel vuoto.

Tutte le immagini sono di pubblico dominio.

Categorie: Fotografia

Matteo Rubboli

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...