1927: il mostro di Roma e il Dramma di Gino Girolimoni

Negli anni ’20 l’architettura di Roma è ancora agli albori: vecchie palazzine disseminano le strade dei rioni popolari della città, dove la gente lavora dentro e fuori le botteghe e i bambini giocano fra vicoli e piazze. Il 31 marzo del 1924, in quello che sembra un normale pomeriggio primaverile, nel rione Monte Mario, da dietro la siepe di un orto esce una bambina in lacrime con i vestiti stracciati, le mutandine in mano e un fazzoletto stretto alla gola.

Monte Mario, Roma – Immagine di FlickreviewR condivisa con licenza CC BY 2.0 via Wikipedia

Avanza barcollante verso la signora Farroni, la proprietaria del terreno, che, insieme ai clienti di un’osteria lì vicino, accorre in suo soccorso e la porta in ospedale, dove le vengono diagnosticate numerose contusioni ed escoriazioni al collo e ai genitali.

La piccola Emma Giacomini ha solo sette anni ed è appena uscita viva da un’atroce violenza.

I cittadini ancora non lo sanno, ma questo è soltanto l’inizio di una delle cronache più oscure di Roma

La nascita del “mostro”

A questo episodio se ne aggiunge un altro che termina con il più tragico dei finali. Il 5 giugno del 1924, il corpo di Bianca Carrieri, di soli tre anni, viene trovato nei pressi della Basilica di San paolo fuori le mura, malamente coperto da fogli di giornale.

Varie testimonianze di bambine molestate e testimoni oculari sembrano descrivere sempre lo stesso individuo: un uomo sulla quarantina, alto, dai baffi chiari, il volto scarno, ben vestito, con un cappello floscio e un accento da forestiero.

Basilica di San paolo fuori le mura – Immagine di Meyasu condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Se la prima violenza non viene citata dai giornali, l’omicidio della piccola Bianca finisce su tutte le prime pagine, che, nel descrivere l’accaduto, non perdono occasione di alterare la storia esagerando in scabrose descrizioni. Le testimonianze raccolte e le modalità di aggressione delineano il profilo di un criminale che, all’apparenza, sembra una persona come tante, ma che, in realtà, nasconde una bestialità non da poco. Il “Mostro”, così viene soprannominato, scatena una psicosi generale in cui tutti sospettano di tutti.

Parte la caccia all’uomo e la polizia si focalizza su individui indigenti, poveri o menomati, seguendo una retorica del pregiudizio che vede i “diversi” capaci di commettere gesti atroci.

Confondendosi tra la folla di una grande città come Roma, l’occhio attento del criminale segue le sue prede aspettando il momento propizio per entrare in azione; in questo modo il Mostro continua indisturbato a molestare e uccidere. Ma il perpetrarsi delle atrocità sembra passare in sordina, perché il governo fascista censura tutte le notizie che potrebbero mettere in cattiva luce il regime.

Il tempo passa, il Mostro continua a mietere vittime e l’iter sembra essere sempre lo stesso: le avvicina con la scusa di essere un parente, dona dolci e cibarie per attirarle a sé, le porta in luoghi isolati come distese di prati oppure le sponde del Tevere, le soffoca con un fazzoletto e pratica la violenza carnale.

Tutti i controlli fatti ai corpicini delle vittime non riscontrano presenza di sperma, ma vi sono comunque evidenti lacerazioni genitali

Il susseguirsi di questi eventi attira nuovamente l’attenzione della stampa, che annuncia un pronto intervento da parte del governo, il quale si dichiara disposto a impiegare tutte le proprie forze per trovare l’indecente. Ciò che è assolutamente necessario per il regime è mettere a tacere le proteste contro l’autorità e ristabilire ordine.

Le vittime complessive del Mostro di Roma raggiungono quota sette: Emma Giacomini, Celeste Tagliaferri ed Elvira Coletti sono le bambine che hanno subito violenza, ma che sono riuscite a sopravvivere; mentre le vite di Bianca Carrieri, Rosina Pelli, Elsa Berni e Armanda Leonardi si sono concluse nel più tragico dei modi.

D’improvviso, nel 1927, il Mostro si dissolve nell’oscurità dalla quale è venuto: l’omicidio di Armanda Leonardi, nel marzo di quell’anno, è l’ultimo atto di violenza che chiude l’orrenda vicenda una volta per tutte.

Gino Girolimoni – Immagine di pubblico dominio

Gino Girolimoni

Il 10 maggio del 1927 ogni prima pagina riporta l’auspicata notizia:

Il Mostro è stato catturato

La capitale tira un sospiro di sollievo; il criminale che per tre lunghi anni ha infestato i sogni dei cittadini ha finalmente un volto e un nome, quello di Gino Girolimoni.

Il 2 maggio del 1927, Gino Girolimoni, come ogni mattina, si trova sul posto di lavoro in via Frattina, quando alcuni poliziotti lo fermano e lo dichiarano in arresto. Rinchiuso in isolamento, l’uomo viene informato del motivo dell’incarcerazione soltanto il 4 maggio e all’accusa reagisce dichiarandosi innocente.

Classe 1889, Gino è uno scapolo di 38 anni che lavora nel settore infortunistico. Viene descritto da tutti come un uomo mite e un affabile dongiovanni, ma quest’immagine di brava persona s’incrina nel momento in cui Dante Pacciarini, un ingegnere residente nel rione Prati assieme alla bella moglie Cecilia, ne segnala il comportamento ambiguo nei confronti di Olga, la loro domestica di tredici anni.

Panoramica del rione Prati – Immagine di Lalupa condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Wikipedia

La polizia segue i movimenti del sospettato per qualche giorno e lo coglie sul fatto mentre chiama a sé la giovane Olga. Sotto pressione del governo, deciso a trovare un colpevole nel minor tempo possibile, la polizia giudica il gesto di Girolimoni un’inconfutabile prova di colpevolezza.

La perquisizione fatta nella sua casa sembra fornire altri elementi che avvalorano ancor di più l’arresto. Vengono trovati 12 completi eleganti, una camicia sporca di sangue e foto scattate da lui che raffigurano scorci del fiume Tevere e gruppi di bambine.

Le incongruenze però sono evidenti, a partire dai testimoni. Molti di loro non riconoscono Girolimoni, qualcun altro crede sia lui, mentre altri vengono influenzati dalle parole della polizia.

Clamoroso è il caso del signor Massaccesi, proprietario di un’osteria e testimone diretto di un fatto avvenuto circa ventiquattr’ore prima del ritrovamento di Armanda Leonardi, l’ultima delle bambine uccise.

Gino Girolimoni – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La testimonianza di Massaccesi

Quel giorno, alle 19, nella sua osteria in Via Giraud, entra un uomo in compagnia di una bambina. Di un’età tra i 40 e i 50 anni, alto, ben vestito e con un forte accento del nord, ordina da bere per entrambi e parla alla bambina a bassa voce. Questo atteggiamento insospettisce l’oste, che, non appena lo vede allontanarsi dalla piccola, ne approfitta per farle alcune domande e, accertatosi che quello sia il padre della bambina, si tranquillizza e li lascia andare.

Quando il giorno dopo vede la foto della Leonardi sul giornale, Massaccesi crede di riconoscere la bambina vista il giorno prima e si reca in questura a raccontare l’episodio in questione.

Una volta arrestato Girolimoni, Massaccesi viene convocato in questura per il riconoscimento, ma l’oste non identifica l’uomo con la persona vista in osteria, nonostante gli insistenti tentativi di persuasione dei poliziotti. Massaccesi sostiene che l’uomo in questione fosse più magro e dal viso più rosso. La polizia, allora, mette a digiuno Girolimoni e, prima di incontrare di nuovo Massaccesi, lo forza a bere un litro di vino.

L’oste, alla vista dell’uomo smagrito e rosso in viso, viene pressato dal maresciallo, che lo fa cedere e affermare che Girolimoni corrisponde all’uomo dell’osteria. Finisce tutto a verbale e il signor Gino, umiliato, diffamato e disprezzato da tutti, viene trasferito nel carcere di Regina Coeli, mentre il popolo chiede vendetta contro di lui.

Ma la realtà dei fatti torna a scontrarsi con le accuse ingiuste e infondate. In questura si presenta Domenico Marinutti, un operario di 35 anni proveniente da Udine, che, dopo aver letto le dichiarazioni sul giornale, capisce di essere lui la persona vista in osteria dal signor Massaccesi. Quel giorno, dichiara di essersi presentato nel locale assieme alla figlia Gilda dopo aver accompagnato il fratello in stazione. L’uomo ricorda di aver ordinato un bicchiere di vino per sé e una gazzosa per la bimba, proprio come aveva raccontato l’oste.

Allarmata da una testimonianza che potrebbe riaprire l’intera questione e screditarne l’operato, la polizia isola il povero Marinutti e convoca la figlia Gilda, che, contro ogni aspettativa, riconosce l’oste visto tre mesi prima.

Un fatto di questa portata dovrebbe cambiare le carte in tavola e far cadere ogni accusa contro Girolimoni. E invece…

Ritratti di giornale raffiguranti Gino Girolimoni – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Le indagini di Giuseppe Dosi

L’uomo continua a scontare una pena da innocente, perché la polizia dichiara che, nell’osteria di via Giraud, Armanda Leonardi e Gino Girolimoni siano entrati a distanza di mezz’ora da Domenico e Gilda Marinutt, e ordinando vino e Gazzosa proprio come loro.

Vista la censura fascista certi fatti non vengono divulgati dai giornali, che, invece, ostentano il perfetto operato delle forze dell’ordine, e, per l’opinione pubblica, Gino Girolimoni rimane colpevole.

In questa storia assurda, misteriosa e complessa, entra in scena un personaggio decisivo, che dedicherà tutto sé stesso alla ricerca della verità, rischiando la propria carriera per fare giustizia. Giuseppe Dosi, ispettore rispettato e di rilievo, si interessa alla vicenda del Mostro, studiando i fascicoli, leggendo le testimonianze e giungendo presto a una conclusione: Girolimoni è l’uomo sbagliato.

Il detective Giuseppe Dosi – Immagine di pubblico dominio

Le indagini approdano a Capri, dove, nell’agosto del 1927, un uomo ha violentato una piccola turista. Le modalità di aggressione e gli atti commessi durante lo stupro coincidono con quelli praticati dal mostro di Roma, che, a partire da marzo, non aveva commesso più alcun crimine. Per il detective, non può trattarsi di una banale coincidenza e segue una traccia che lo porta a Ralph Lyonel Brydges, un pastore anglicano trasferito da New York alla chiesa anglicana di Roma dopo le accuse di molestie sessuali su alcune bambine della parrocchia.

Il pastore sembra possedere tutti i connotati fisici attribuiti al Mostro: alto, con baffi chiari e sempre ben vestito. Nonostante i suoi 70 anni di età, sembra più giovane e ha un fisico atletico, risultato della pratica di canottaggio. Questo particolare, secondo Dosi, spiegherebbe la profonda conoscenza da fiumarolo, con alcune delle vittime che sono state ritrovate appunto sulle sponde del Tevere. Brydges non parla in romanesco, il suo italiano non è fluente e la pronuncia è chiaramente straniera.

Il reverendo Ralph Lyonel Brydges – Immagine di pubblico dominio

Caso riaperto

Nel frattempo, Girolimoni esprime in un esposto tutto il suo sdegno e denuncia la superficialità di un sistema che lo ha privato della libertà. Insieme a Dosi, anche il giudice istruttore Marciano si convince dell’innocenza dell’uomo e decide di riesaminare le prove. Incredibilmente, Marciano si rende conto che l’errore è proprio alla radice della faccenda, perché l’interesse di Girolimoni verso Olga era in realtà rivolto alla moglie di Dante Pacciarini, Cecilia. Inoltre, quelle che venivano considerate prove schiaccianti sono forzate e inconsistenti.

Il giudice Marciano emette la sentenza: l’innocente Gino Girolimoni viene assolto dalla Corte d’Assise l’8 marzo del 1928, dopo 10 mesi d’isolamento.

Nel mentre, durante il periodo passato a Capri, Bryges rimane in custodia della polizia per poi essere rilasciato grazie all’intervento dell’ambasciata inglese. Fugge dall’Italia e per un po’ se ne perdono le tracce, ma Dosi, inarrestabile, lo rintraccia a bordo di una nave diretta verso l’Inghilterra. Il 13 aprile del 1928, il detective lo attende a Genova, dove è previsto lo scalo e, una volta sceso dalla nave, Brydges viene tratto in arresto.

Durante la perquisizione della sua valigia saltano fuori numerosi elementi che sembrano inchiodarlo: un asciugamano con le iniziali R.L. uguale a quello trovato accanto al corpo di Rosina Pelli, alcuni fazzoletti simili a quelli stretti al collo delle vittime, dei cataloghi ascetici inglesi ricollegabili alle pagine scritte in inglese trovate presso il corpo di Armanda Leonardi, un’agenda che riportava i luoghi dove ha adescato alcune delle bambine e dei ritagli di giornale che riportano le notizie degli omicidi di alcune bambine avvenuti a Ginevra, in Germania e in Sud Africa proprio mentre il pastore anglicano si trovava in quei luoghi.

Tutti questi elementi non sembrano, però, sufficienti ad arrestare Brydges, che viene trasferito al Santa Maria della Pietà per una perizia psichiatrica ed esce dopo aver passato tre mesi nel padiglione dei malati criminali.

In un periodo di forti tensioni tra Italia e Inghilterra, la condanna di un membro della chiesa anglicana non avrebbe fatto altro che alimentare astio tra le due nazioni e, il 23 ottobre del 1929, Brydges viene prosciolto da ogni imputazione, perché considerato un individuo non pericoloso.

Una scena del film Girolimoni, il mostro di Roma – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Gino Girolimoni dopo il carcere

Dopo quasi un anno, il signor Gino esce dall’inferno del carcere, ma la vita che lo aspetta non è più la stessa. La notizia della sua assoluzione non viene citata dai tanti giornali che fino a quel momento lo avevano diffamato, e la superficialità della polizia e del governo non possono assolutamente essere palesate.

In tanti si stupiscono di vedere il Mostro camminare per le strade della città e lo stesso Girolimoni è tutt’altro che sereno: vessato in continuazione ed escluso dalla vita sociale, l’uomo non riuscirà mai a tornare alla vita di un tempo.

Per il resto dei suoi giorni lavora poco e niente, vaga tra un’osteria e l’altra, e soltanto col passare del tempo le persone sembrano non riconoscerlo più. Invecchiato, cambiato nel fisico e nello spirito, si trasferisce nel quartiere Portuense, dove viene ben accolto dalla gente del posto.

Porta Portese, che separa Portuense da Trastevere – Immagine di Gustavo La Pizza condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Muore il 19 novembre del 1961, all’età di 72 anni. Al suo funerale partecipano alcuni amici, il suo avvocato Ottavio Libotti e Giuseppe Dosi.

Termina così la vita terrena di una vittima collaterale del Mostro di Roma e, soprattutto, di quella “giustizia” che lo ha destinato a una libertà fittizia, vissuta nel rimpianto di non essersi potuto permettere una vita nuova, di amare una donna o avere dei figli.

Dopo un po’, la stampa non fa più alcuna menzione al Mostro e la gente smette di parlarne. Giuseppe Dosi, invece, rimane convinto di aver avuto tra le mani l’assassino e, nonostante nel tempo siano state riscontrate delle incongruenze nelle ipotesi del detective, sosterrà la sua idea fino alla morte.

È passato quasi un secolo e l’oscura vicenda del Mostro di Roma rimane un mistero, un intrico di testimonianze manipolate e incongruenze, un buco nero nel quale lo stesso mostro sembra essersi dissolto.

Fonti:

  • Gino Girolimoni, il «mostro di Roma» accusato ingiustamente di essere un serial killer di bambine – Corriere della Sera
  • Il mostro di Roma – Video disponibile sul canale YouTube di Massimo Polidoro

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