Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Lombardia ed Emilia-Romagna sono oggi le regioni più ricche d’Italia. Nel 1876 la situazione non era quella attuale, e da queste tre zone iniziò il fenomeno della migrazione di massa che accompagnerà l’Italia durante tutto il secolo successivo. Da qui partirono milioni di persone, migranti italiani che andarono in cerca di fortuna all’estero. Fra il 1876 e il 1900 dal Veneto partirono oltre 900 mila persone, dal Friuli Venezia Giulia 800 mila, dal Piemonte 700 mila e dalla (oggi ricchissima) Lombardia oltre mezzo milione.

Sotto, la Famiglia Castagnoli, originaria di Modena, emigrata in Cile e fotografata nel 1910:

Nei quindici anni seguenti, fra il 1900 e il 1915, i migranti italiani non solo non diminuirono, ma aumentarono, con il fenomeno che crebbe moderatamente nelle regioni del Nord, ma esplose nelle regioni del sud. Il primato, in questi 15 anni, andò alla Sicilia, con oltre 1 milione e 100 mila migranti, che lasciarono la terra natia in cerca di fortuna. Dal nord i flussi migratori non si fermarono, ma si intensificarono. Dal Piemonte, dalla Lombardia e dal Veneto partirono oltre 800 mila persone per regione, con le altre aree d’Italia che si svuotarono (circa) proporzionalmente in base alla propria popolazione.

Sotto, gli immigrati italiani a Little Italy, New York, nel 1900:

Sotto, la tabella con tutte le cifre della migrazione, una diaspora di un popolo che, in Italia, era costretto agli stenti:

Molti italiani raggiunsero, come noto, gli Stati Uniti e il loro “cancello” di Ellis Island, ma in tanti si diressero anche in Europa, principalmente in Francia e Germania, e in moltissimi colonizzarono il Sud-America, in particolare Brasile, Argentina e Uruguay. Fa riflettere un dato di quest’ultimo paese: nel 1976 il 40% della popolazione era discendente di immigrati italiani, 1.130.000 persone con radici nel belpaese.

Sotto, il memorandum dell’emigrante consegnato a coloro i quali si dirigevano a San Paolo in Brasile:

Le ragioni di questo fenomeno migratorio sono molteplici, legate alle conseguenze socio-economiche dell’Unità d’Italia ma anche a problemi con radici nei secoli precedenti. Nonostante sia difficile comprenderle tutte, vengono sintetizzate perfettamente nelle parole di un emigrato italiano, riportate da Costantino Ianni nel libro “Homens sem paz, Civilização Brasileira”, ed esposte al Memoriale dell’immigrato di San Paolo, la città Brasiliana dove trovarono casa milioni di migranti italiani:

Cosa intende per nazione, signor Ministro? Una massa di infelici? Piantiamo grano ma non mangiamo pane bianco. Coltiviamo la vite, ma non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò nonostante voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?

La fotografia di copertina fu scattata nel 1905 da Lewis Hine, sotto la trovate a piena grandezza. Fonte: New York Public Library.

Sotto, la tabella con tutti i numeri dell’emigrazione italiana fra il 1876 e il 1915. Dati Istat, fonte: Emigrati.it.

Quelle sopra sono le cifre di un esodo che non ha eguali in altre nazioni al mondo, importanti soprattutto se si confrontano con la popolazione italiana del censimento del 1900, quando gli abitanti italiani erano appena 33 milioni di persone.

Durante gli anni seguenti i flussi migratori naturalmente non si fermarono, e durante il periodo degli anni ’20 e ’30 gli italiani che cercarono fortuna all’esterno furono decine di milioni. Oggi le comunità di oriundi all’estero che superano il milione di persone sono 9, mostrate nella tabella sottostante tratta da Wikipedia:

Categorie: Attualità

Matteo Rubboli

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...