Oggi, la parola “lobotomia” viene usata raramente, più che altro per definire scherzosamente una persona con poche emozioni o pensieri propri. A metà del XX secolo la lobotomia era invece una pratica medica ampiamente diffusa, utilizzata per trattare malattie, o malesseri, come la schizofrenia, la depressione ma anche l’euforia sociale (celebre il caso di Rosemary Kennedy). Nei due decenni della sua massima diffusione, dopo esser stata inventata nel 1936 dal dottor António Egas Moniz (che per la scoperta vinse un controverso Nobel), alcuni medici la usarono persino per curare dolori o mal di schiena cronici.

I numeri di questa tecnica invalidante sono impressionati:

Fra gli anni ’40 e ’50 fu impiegata su 40.000 pazienti negli Stati Uniti e su circa 10.000 in Europa

La procedura divenne popolare sia perché non si conoscevano alternative alle malattie mentali sia come rimedio per alleviare la crisi dei servizi sociali. In un’epoca in cui i manicomi erano ancora usati per curare sindromi come la depressione o la “mono-mania di orgoglio”, il costo sociale dei pazienti era elevato, e la lobotomia offriva una rapida scappatoia.

L’uso della lobotomia cominciò a declinare tra la metà e la fine degli anni ’50, e le ragioni sono diverse. Gli effetti della “cura” divennero evidenti a tutti, ovvero la totale spersonalizzazione dei malati e la loro simil-morte mentale, e il partito degli oppositori alla pratica della lobotomizzazione si ingrossò rapidamente. Oltre questo, i farmaci neurolettici (antipsicotici) a base di fenotiazina come la clorpromazina divennero disponibili su larga scala, consentendo di ottenere un effetto simile a quello della lobotomia, non avendo però un effetto permanente sul paziente.

Infine, il metodo chirurgico fu completamente soppiantato dalla sedazione chimica

Oggi la lobotomia viene ancora utilizzata, in rarissimi casi e in forma meno distruttiva, nei pazienti affetti da epilessia che non rispondono alla terapia farmacologica.

Prima e Dopo la Lobotomia#6:

Prima e Dopo la Lobotomia#7:

Prima e Dopo la Lobotomia#8:

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Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...