Il popolo dei Niitsítapi (impropriamente tradotto in “Piedi Neri” – Blackfoot, dai coloni europei), ha vissuto per migliaia di anni in un territorio che è oggi compreso fra gli stati di Alberta e Montana, rispettivamente in Canada e negli Stati Uniti. Alla fine dell’800 il popolo niitsítapi era relativamente poco interessato alle celebri “Guerre indiane”, che decimarono altre popolazioni di nativi americani per la necessità dei coloni di conquistare terre e miniere d’oro, ma fu comunque interessato da un sensibile numero di morti a causa prima di un’epidemia di Vaiolo e poi dalla carestia seguente allo sterminio di bufali da parte dei coloni europei.

Nel 1900 i niitsítapi erano 20.000, oggi sono 25.000

A cavallo fra 8 e ‘900 uno studioso statunitense laureato a Yale, Walter McClinktock, partì alla volta degli stati del Nord-Ovest incaricato dal governo statunitense di documentare le foreste nazionali. Durante i suoi viaggi fece amicizia con un nativo del popolo niitsítapi, che lo presentò alla sua comunità che era stanziata nel nord-ovest del Montana.

Uno degli anziani dei niitsítapi, di nome “vecchio lupo”, adottò McClintock come un figlio, e nei vent’anni successivi l’uomo bianco trascorse la sua vita a documentare la cultura e la vita quotidiana del popolo di nativi.

Walter riuscì a scattare diverse migliaia di fotografie, comprendendo che stava documentando un modo di vivere che presto sarebbe scomparso. Le immagini furono colorate a mano dallo stesso McClintock, lasciandoci una straordinaria documentazione di un modo di vivere storico ormai lontanissimo. Di quelle migliaia di fotografia l’Università di Yale ha un completo database online. Le immagini raffigurano scene di vita quotidiana e tantissimi tipi, le abitazioni tipiche dei niitsítapi (ma non di moltissime altre comunità di nativi americani).

Oggi i tipi (in inglese teepee o tepee) sono utilizzati soltanto a scopi cerimoniali o per turismo, ma all’epoca erano l’unico tipo di abitazione conosciuto da moltissimi popoli di nativi.

I tipi venivano tradizionalmente realizzati con pelli di animali su strutture portanti in legno, distinte da altre tende tradizionali dei nativi per le porzioni superiori che venivano aperte per far fuoriuscire il fumo quando era inverno.

I tipi erano al centro della vita domestica e della comunità. Erano assai durevoli, offrivano caldo e riparo in inverno e fresco d’estate, ed erano mantenuti asciutti durante le piogge. Oltre a offrire un buon riparo erano anche facilmente smontabili e trasportabili, il che era un aspetto importantissimo per la vita semi-nomade di molti gruppi di nativi.

Contrariamente a quanto mostrano le fotografie di McClintock, la maggior parte dei tipi in un villaggio erano generalmente lasciati privi di decorazioni. Il design dei Tipi spesso descriveva battaglie storiche degne di nota, e spesso rappresentava ritratti geometrici di corpi celesti e disegni di animali.

A volte i tipi venivano dipinti per rappresentare esperienze personali, come la guerra, la caccia, un sogno o una visione. Nel rappresentare le visioni, “venivano inizialmente offerte cerimonie e preghiere, quindi il sognatore raccontava il suo sogno ai sacerdoti e ai saggi della comunità. Venivano consultati quelli che erano noti per essere dei pittori esperti e il nuovo disegno veniva realizzato per adattarsi anonimamente alla struttura tradizionale dei tipi dipinti del villaggio”. Alcune famiglie avevano spesso una coperta in pelle di bisonte che veniva dipinta con simboli unici che fossero in grado di identificare il proprietario del tipi.

La cultura dei niitsítapi è oggi preservata da un gruppo di circa 10.000 persone che vivono ancora nella riserva, ma che fatica a sostenersi a causa della mancanza di risorse naturali. Molti dei niitsítapi sono impegnati a mantenere viva la memoria dei loro avi, ma il degrado sociale, gli alti tassi di disoccupazione rendono difficile il sostentamento in una regione dal clima rigidissimo.

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Tutte le fotografie sono tratte dall’archivio del Beinecke Rare Book & Manuscripts dell’Università di Yale dove si laureò McClintock.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...