Hugh Welch Diamond fu uno psichiatra britannico, che contribuì in modo decisivo alla diffusione della fotografia, prima in Gran Bretagna e poi, di riflesso, a livello mondiale. Egli iniziò a fotografare le proprie pazienti, dell’ospedale femminile Surrey County Lunatic Asylum, a scopo documentale/scientifico, impegnandosi per moltissimo tempo a dimostrare la validità dello strumento fotografico per la discussione di teorie medico/psichiatriche.

Diamond fu fra i fondatori della Royal Photographic Society, nel 1853, di cui divenne segretario e poi redattore della rivista ufficiale “The Photographic Journal”. Nel 1856 iniziò a documentare le proprie pazienti, che soffrivano di diversi problemi (a volte anche “non problemi“) di varia natura.

Le immagini avevano il pregio di offrire allo psichiatra la possibilità di verificare il “prima e dopo” l’applicazione di una terapia, consentendo quindi di capire, almeno a livello visivo, quale effetto avesse fatto un trattamento anziché un altro. Poiché il Dr. Diamond era convinto sostenitore della fisiognomica, credeva di poter rintracciare, diagnosticare e trattare i disturbi delle sue pazienti analizzando meticolosamente le caratteristiche del loro viso, una teoria che in Italia diverrà famosa con Cesare Lombroso, che l’applicherà allo studio dei criminali.

Questo tipo di analisi oggi viene considerata pseudo-scientifica, praticamente senza fondamento, ma durante l’epoca Vittoriana era molto in voga, insegnata ormai da secoli nelle università più prestigiose.

Le fotografie di Hugh Diamond non ebbero (naturalmente) alcun effetto terapeutico, ma ci consentono di capire come osservasse le proprie pazienti un medico ottocentesco.

Le espressioni delle povere internate, a volte sottoposte a terapie simili a torture, ci consentono di comprendere quanto l’applicazione della scienza medica fosse spesso traumatizzante

Diamond continuò la propria carriera di psichiatra, ma passò alla storia principalmente per il suo contributo fotografico. Nel 1856 pubblicò un libro, “On the Application of Photography to the physiognomic and mental phenomena of Insanity“, nel quale sosteneva l’applicazione della fotografia fra gli strumenti utili nella cura dei problemi mentali. Il volume, disponibile per la consultazione su Archive.org, non ebbe alcun successo, e anzi riscosse violente critiche da parte della comunità scientifica dell’epoca.

Fermamente convinto dell’uso dello strumento fotografico per curare i problemi mentali, lo psichiatra aprì un proprio studio medico, rivolto però alle persone più abbienti della Londra Vittoriana. Questi erano poco o per nulla propensi a farsi fotografare, in quanto percepivano le immagini “catturate” come offensive.

Il medico tuttavia non abbandonò mai la propria passione, “predicando” quasi a livello religioso fra i giovani, e svolgendo lezioni popolari e pubblicando innumerevoli articoli sull’arte fotografica. Tra i suoi studenti si annovera Henry Peach Robinson, uno dei fotografi inglesi più talentuosi di metà/fine ‘800, che in seguito inventò una tecnica di stampa combinata che consentì di operare i primi fotomontaggi.

Anche se le teorie psichiatriche di Hugh Welch Diamond non trovarono fondamento nella realtà scientifica, egli fu a tutti gli effetti uno dei maggiori diffusori della fotografia, a quell’epoca davvero agli albori.

Nel 1867 venne premiato dalla Royal Photographic Society per i suoi “lunghi e riusciti lavori, per essere uno dei principali pionieri dell’arte fotografica e per i suoi continui sforzi nella progressione della tecnica fotografica“.

Dopo esser stato per anni segretario della Società, assunse il ruolo di segretario onorario nel 1868, ruolo che mantenne sino alla morte, nel 1886.

Del lavoro di Diamond rimangono moltissime immagini, fra cui queste 12, che ci portano all’inizio dell’Epoca Vittoriana, in un’epoca nella quale le pazienti venivano internate a volte con scuse banali come “Mono-Mania di orgoglio”, “Isteria” o simili.

Tutte le immagini sono di pubblico dominio.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...