10 Sconcertanti Curiosità sugli antichi Romani

Ah, l’antica Roma! Quanto fascino e magnificenza. Conquiste, battaglie, biografie, architettura… Una civiltà che affascina come poche altre ancor oggi, ma dietro i magnifici palazzi e la potenza dell’Impero si nascondono alcune curiosità poco conosciute, scopriamole insieme.

1 – L’uso esclusivo del viola

L’antica Roma era una società classista dove schiavi, poveri e ricchi dovevano essere riconoscibili anche attraverso il vestiario. Ad esempio, la toga poteva indossarla solo chi era in possesso della cittadinanza romana, ma c’erano alcune varianti non accessibili a tutti. La più prestigiosa era la toga viola, che era appannaggio degli imperatori e dei romani d’alto rango.

Dipinto di un uomo che indossa una toga picta tutta viola , da una tomba etrusca (350 a.C. circa) – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

I motivi di questa esclusività sono due. Il viola era associato alla gloria, al potere e alla regalità. Un normale cittadino non poteva fregiarsi di un colore tanto importante, che, invece, spettava alla crème de la crème dell’aristocrazia romana.

Statua con toga dell’imperatore Nerva – Immagine di Sailko condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Oltre al fattore sociale, c’era anche un risvolto economico. La toga viola la si otteneva con la cosiddetta porpora di Tiro, una tintura originaria della fenicia che richiedeva un processo di creazione lungo e dispendioso.

Cesare, in sella al carro, indossa la toga con il viola di Tiro – Immagine di PMRMaeyaert condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

La materia prima era il Murex brandaris, il murice comune. Da questo mollusco, i fenici estraevano una particolare ghiandola mucosa che, se lasciata a mollo per dieci giorni in dell’acqua salata costantemente riscaldata, rilasciava un’escrezione incolore. Questo liquido, poi, diventava porpora attraverso una complessa reazione chimica dovuta all’esposizione alla luce del sole.

La murice comune – Immagine di H. Zell condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Ogni murice, però, distillava solo poche gocce e, come ci tramanda Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, per produrre 1,4 grammi di tintura viola, ovvero il minimo necessario per colorare il bordo di un vestito, servivano almeno 12.000 molluschi, il che rendeva la porpora di Tiro più cara perfino dell’oro e dell’argento.

Uomini romani che indossano togae praetextae a strisce rosso porpora durante una processione religiosa (I secolo a.C.) – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

2 – I capelli biondi delle prostitute

La toga era un indumento esclusivo degli uomini, ma anche le donne dovevano sottostare a un certo codice d’abbigliamento, incluse le prostitute. La prostituzione era una pratica legale e regolamentata dallo stato. Chi voleva intraprendere questa carriera doveva registrarsi presso un magistrato e ottenere la licentia stupri, una sorta di abilitazione alla professione, ma, per legge, doveva anche tingersi i capelli di biondo. Il perché si ricollega allo stesso discorso della toga viola:

Rendere più evidente la stratificazione sociale

Danza in nudità, Villa dei misteri a Pompei antica – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La maggior parte delle donne romane erano brune, e il biondo era associato ai popoli barbari, ovvero a quei popoli culturalmente inferiori. Le prostitute non avevano alcun diritto e dovevano tingersi i capelli di biondo sia per rimarcare il loro infimo status sociale, sia per evitare che venissero scambiate per delle rispettabili matrone.

Lupanare romano – Immagine di Fæ condivisa con licenza CC BY 4.0 via Wikipedia

La legge che regolamentava questa pratica cadde in disuso quando le donne romane iniziarono a invidiare il look delle prostitute e si tinsero di biondo anche loro. A quel punto si ripiegò su colori più accesi come il blu o l’arancione.

Interno di un lupanare di Pompei – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

3 – Il diritto di vita e di morte sui figli

Agli inizi della storia di Roma, la figura del pater familias era un’autorità insindacabile che aveva un controllo assoluto su tutta la sua progenie. Se nell’antica Grecia la patria potestà si esauriva al raggiungimento della maggiore età dei figli, a Roma non aveva alcuna scadenza e prevedeva una serie di diritti molto particolari.

Con lo ius exponendi, un padre poteva abbandonare in un luogo pubblico una figlia femmina non primogenita o un figlio maschio nato deforme; con lo ius noxae dandi, se un figlio commetteva un illecito, come, ad esempio, un furto o un omicidio, il pater familias poteva consegnare l’autore del crimine alla famiglia offesa.

Poi c’erano lo ius vendendi– ma lo vedremo fra poco – e lo ius vitae necisque. Quest’ultimo era un diritto di vita e di morte sui figli e si basava sul presupposto che la progenie di un romano fosse una sua proprietà. Il pater familias poteva fare di tutto, incluso uccidere un membro della famiglia senza alcuna ripercussione legale.

Lo ius vitae necisque, però, non si estendeva anche alla moglie, perché, come si è detto, la patria potestà durava per sempre e le donne non si emancipavano dal padre nemmeno dopo il matrimonio; quindi, se un padre lo avesse voluto, poteva scavalcare l’autorità del genero e uccidere la figlia.

Tutte queste leggi erano incluse nelle XII tavole, il primo codice di diritto pubblico e diritto privato di Roma, composto fra il 451 e il 450 a.C., ma già nel I secolo a.C. si decise di porre un freno allo strapotere del pater familias e di lasciare l’impunità solo se un padre uccideva un figlio che aveva commesso un crimine imperdonabile.

La pubblicazione delle XII tavole – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

4 – Lo ius vendendi e l’emancipatio

La domanda sorge spontanea:

Un figlio poteva emanciparsi dal padre?

Sì, ma soltanto attraverso un abuso da parte di questi dello ius vendendi, il diritto del pater familias di affittare un figlio come schiavo per un determinato lasso di tempo. Finito il periodo prestabilito, l’affittuario doveva riportare il ragazzo dal padre, che, a sua volta, poteva affittarlo di nuovo.

Un volta, due… ma non tre

Collare di uno schiavo romano (IV-VI secolo d.C.) – Immagine di Lalupa condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Agli occhi della legge, il terzo affitto era una manummissio, una manomissione, ovvero l’atto con cui un proprietario liberava uno schiavo. In quel caso, il ragazzo poteva procede con l’emancipatio, una norma giuridica che estingueva il diritto di patria potestà del genitore e rendeva libero il figlio.

La regola del tre, però, non era cumulativa e i padri che arrivavano a tanto potevano comunque lucrare sugli altri figli, scegliendo di affittarli per massimo due volte o incappare di nuovo nell’emancipatio.

5 – La poena cullei

Fra soprusi e vendite della progenie non risulta strano che il rapporto padre-figlio potesse culminare in un parricidio, considerato un crimine contro natura, per il quale la legge romana prevedeva la poena cullei, la pena del sacco.

Tullia uccide il padre Servio Tullio – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Il criminale, incappucciato perché non degno di esser nato e aver visto la luce, veniva portato in prigione per essere picchiato con delle verghe color sangue. I gendarmi, poi, lo costringevano a marciare fino al Tevere, dove lo chiudevano in un sacco insieme a un gallo, un cane, una scimmia e una vipera, e lo buttavano in acqua, affinché morisse annegato o per colpa degli animali.

Il Gallo in un mosaico di Madaba – Immagine di Bernard Gagnon condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

La scelta del bestiario non era casuale. Il gallo era un esemplare di cappone, che, come ci tramanda Plinio il Vecchio, secondo la concezione dell’epoca, era “un animale talmente battagliero da terrorizzare persino i leoni”.

Il Cane in un mosaico di Pompei – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Il cane, invece, era considerato un essere immondo, associabile all’infamia del parricida. Lo stesso discorso valeva anche per la scimmia, una sorta di brutta copia dell’uomo, che, però, finiva nel sacco anche per un motivo allegorico, perché si credeva che fosse solita abbracciare i suoi figli fino a soffocarli.

La Scimmia in un mosaico di Volubilis – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Quanto alla vipera, dice Plinio il Vecchio, un esemplare femmina riusciva a partorire solo un figlio al giorno e accadeva che, per uscire prima, gli altri uccidessero la madre lacerandole il fianco.

La Vipera in un mosaico di Preneste – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

6 – Cosa fare in caso di adulterio

Spostandoci sul fronte sessuale, i romani avevano dei costumi molto liberi, ma l’adulterio era una questione di poco conto solo se a commetterlo era la controparte maschile della coppia. Quando il marito sorprendeva la moglie con un altro uomo doveva chiudere a chiave i due amanti, per evitare che scappassero, e radunare dei testimoni che certificassero il tradimento.

Proposta di matrimonio tra due innamorati in epoca romana, da un dipinto di Lawrence Alma-Tadema – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La fase successiva prevedeva una sorta di interrogatorio in cui bisognava scoprire quanti più dettagli possibili: da quanto tempo andava avanti la relazione extraconiugale, come era iniziata, dove e come avevano consumato i rapporti, chi era l’amante e via dicendo.

Corteggiamento tra due innamorati in epoca romana, da un dipinto di Lawrence Alma-Tadema – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Infine, si procedeva con il divorzio, ma il marito tradito poteva anche vendicare l’affronto uccidendo l’amante della moglie. Se era un uomo non libero, nessun problema, perché la legge tutelava solo chi aveva la cittadinanza romana. Se, però, si trattava di un romano, bisognava interpellare il suocero, perché, in qualità di pater familias, era l’unico che poteva uccidere sua figlia e i suoi eventuali amanti, qualunque fosse la loro estrazione sociale.

Ricca matrona romana in contemplazione nella sua villa che domina sul mare, da un dipinto di Pavel Svedomskiy – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

7 – Il “cannibalismo” dei primi cristiani

Fra le tante motivazioni politiche che resero invisi i cristiani ai romani (prime fra tutte: il loro rifiuto al servizio militare e la volontà di abolire la schiavitù) ce n’è una che è quantomeno strana.

L’ultima preghiera dei martiri cristiani, di Jean-Léon Gérôme – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

I romani fraintesero il rito dell’eucaristia, e scambiarono tutta la metafora del corpo e del sangue di Cristo per un autentico atto di cannibalismo.

8 – I rimedi a base di… gladiatori

Lo stesso grado di schizzinosità, se così la possiamo definire, non si applicava ad alcune parti del corpo di un gladiatore, che, secondo la medicina dell’epoca, avevano proprietà curative e afrodisiache. In particolare, il fegato e il sangue dei gladiatori erano ottimi rimedi per l’epilessia e, addirittura, dalla loro pelle si ottenevano creme per il viso e unguenti miracolosi.

Pollice verso, di Jean-Leon Gerome, 1872 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

9 – La scarsa igiene dei bagni pubblici

L’antica Roma ospitava circa 140 bagni pubblici, luoghi dove gli uomini socializzavano mentre espletavano i propri bisogni. I bagni erano collegati alla Cloaca Maxima, uno dei primi esempi di sistema fognario, e lì vi finivano tutti gli escrementi, ma, nonostante quest’accortezza, non era prevista nessun’altra forma di pulizia e l’igiene dei locali era alquanto discutibile.

La Cloaca Maxima in un acquarello di Ettore Roesler Franz, 1880 circa – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Scarafaggi, pulci e pidocchi erano praticamente ovunque, e nelle stesse fogne dimoravano topi e serpenti che, secondo alcune fonti, di tanto in tanto, risalivano e mordevano i romani in posti poco piacevoli.

Bagno pubblico di Ostia – Immagine di Stefano Bolognini condivisa con licenza CC BY 3.0 via Wikipedia

A chiudere questo quadro disgustoso, i nostri antenati si pulivano con il tersorium, un bastone con sopra una spugna che fungeva da carta igienica, con la grande differenza che non era monouso. Lo si utilizzava anche a mo’ di scopino e lo si puliva in un secchio con acqua e aceto, che certo non bastava a sanificarlo e renderlo più igienico per i successivi utilizzi.

Una replica del tersorium – Immagine di Hannibal21 condivisa con licenza CC BY 3.0 via Wikipedia

10 – Il commercio dell’urina

Ma i bagni pubblici erano anche i principali fornitori di uno dei business più redditizi di Roma:

Il commercio dell’urina

L’ammoniaca al suo interno, infatti, veniva usata a scopi industriali come lo sbiancamento dei denti, la concia delle pelli e il bucato. Nei bagni pubblici, questo “bene prezioso” veniva raccolto e distribuito agli esercenti, o, in altri casi, i fullones, l’equivalente romano delle lavanderie, se la andavano a prendere da soli, ma, con l’avvento di Vespasiano, l’imperatore pensò bene di introdurre la centesima venalium

Una tassa sull’urina

Dipinto murale della folleria di Veranius Hypsaeus, di Pompei – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Si narra che un giorno, suo figlio Tito lo rimproverò per il modo disgustoso con cui si stava arricchendo. L’imperatore, allora, prese una moneta d’oro, gliela fece annusare e chiese se puzzasse. Tito rispose di no e Vespasiano disse:

Eppure viene dall’urina!

Busto dell’imperatore Tito, figlio di Vespasiano – Immagine di Franciscus3008 condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Secondo altre fonti, invece, pronunciò la celebre frase:

Pecunia non olet, il denaro non puzza

Busto dell’imperatore Vespasiano – Immagine di Livioandronico2013 condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

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